Prima dell’alba, Teferi camminava verso la spiaggia, nel
punto in cui poteva vedere Zhalfir riflessa nell’aurora.
Posizionandosi in un punto particolare della costa, con le condizioni atmosferiche che presentavano il giusto equilibrio di cielo nuvoloso ed intensa luce solare, era possibile vedere il litorale di Zhalfir. Le torri e le cupole traslucide fluttuavano come se fossero state costruite sulle nuvole al di sopra del mare.

Qui veniva ancora compiuto un pellegrinaggio da parte di
molti abitanti di Femeref ed altre parti di Jamuraa. Alcuni venivano per
onorare gli antenati perduti quando avvenne la frattura, altri venivano per
pura curiosità storica. Quella mattina, sulla spiaggia, si ritrovarono diversi
gruppi di persone, alcune solenni e in silenzio, altre che discutevano
animatamente mentre i bambini giocavano sul bagnasciuga. Altri rimanevano da
soli, come Teferi. Manteneva una certa distanza, nonostante le possibilità che venisse
riconosciuto diminuivano di secolo in secolo. Il proprio invecchiamento ora era
un processo lento, ed aveva già vissuto molto di più rispetto ai suoi acerrimi
nemici.
La vicina città di Sewa aveva tratto beneficio dalla vendita
di provviste e alloggi ai pellegrini di Zhalfir ed era colma di attività tutto
l’anno, nonostante Teferi facesse visita solamente nei mesi meno caldi. Negli
ultimi anni, dal momento della Riparazione, stava girovagando per esplorare
Dominaria, ma non aveva mai sentito il bisogno di stabilirsi da qualche parte.
Quando ebbe pagato la sua camera dell’ostello, il proprietario gli aveva detto:
“Dev’essere dura avere il nome del distruttore di Zhalfir.”
Il Distruttore di Zhalfir, questa è nuova, pensò
Teferi con un sospiro. La sua spiegazione gli veniva ormai automatica. “È un
vecchio nome di famiglia, e nessuno voleva offendere la mia bisnonna.”
Il proprietario aveva annuito mostrando comprensione, ed il
discorso era terminato lì.
Mentre il sole e la temperatura si alzavano, percorse la
strada di ritorno in mezzo alle dune, con il vento che scomponeva la sua veste
blu. Imboccò il sentiero verso la strada principale ed incrociò altri
pellegrini diretti alla spiaggia, un gruppo composto da bambini, due donne ed
un uomo che camminava da solo. Teferi fece loro un cenno di saluto mentre
passavano.
La strada si snodava tra campi terrazzati e fonti d’acqua,
per poi dare spazio ad orti ed alberi da ombra, fino ad arrivare ai cancelli
aperti delle mura esterne della città. La piazza del mercato brulicava di vita,
con bancarelle coperte da tendoni colorati che vendevano ogni tipologia di
cibo, bevande e gingilli ai pellegrini e alle persone del luogo che passavano
di lì. La maggior parte della folla aveva la pelle scura o mulatta tipica di
Femeref e della parte settentrionale di Jamuraa, ma si potevano notare anche
altri viaggiatori di diverse parti di Dominaria. Sewa era una bella città da
visitare, ed il quartiere più antico aveva diversi mosaici, nelle sue piazze e
nelle case colonnate, che riportavano alla mente di Teferi la sua vecchia casa
a Zhalfir.
Teferi non sapeva con esattezza perché pensava così tanto a
Zhalfir da quando aveva rinunciato alla propria scintilla. Sicuramente
c’entrava il senso di colpa, ma sapeva di aver fatto la cosa giusta. Zhalfir è
sopravvissuta, separata e protetta dalle forze che l’avrebbero altrimenti
devastata. Anche se ultimamente questo pensiero stava iniziando a diventare…
egoistico, come minimo. Era stata la decisione giusta al tempo. Ora non ne era
più così sicuro.
Non che tu possa farci comunque qualcosa, disse a sé stesso, stufo di questa discussione interna. La sua scintilla da Planeswalker era servita per rimarginare la frattura temporale di Shiv e per evitare una distruzione devastante, quindi ora non era più in potere di far tornare anche Zhalfir.

Si fece strada attraverso il labirinto di viuzze, con le
alte pareti di pietra delle case da entrambi i lati, oltrepassando i cancelli
che portavano all’interno dei loro giardini lussureggianti. Mentre entrava
nella piazza della fontana pubblica, notò due figure sedute sul muretto di
pietra vicino alla porta dell’ostello nel quale alloggiava. Teferi continuò a
camminare, mantenendo neutrale il linguaggio del suo volto e del suo corpo.
Non erano molte le persone che ancora sapevano chi fosse al
di fuori della nuova accademia magica di Tolaria Occidentale. Dopo i fatti di
Shiv, aveva evitato di utilizzare la magia, e si era spostato di città in città
a Jamuraa finché non visse più a lungo della propria reputazione. Nessuno in
quel luogo avrebbe dovuto sapere che lui fosse quel Teferi, il mago temporale
che aveva rinchiuso Zhalfir, ma aveva comunque dei vecchi nemici a cui non
sarebbe dispiaciuto vederlo morto. E, possibilmente, anche dei nuovi nemici.
Alcune voci che gli erano giunte affermavano che la Cabala stesse acquisendo
forza anche al di fuori di Otaria, nonostante nessuno sapesse esattamente come
ci stesse riuscendo, o cosa avesse favorito il suo ritorno.
Mentre Teferi raggiungeva il cortile coperto dell’ostello,
le due persone sedute vicino alla porta si alzarono per confrontarsi con lui.
Senza giri di parole, la donna disse: “Al mercato dicono che il tuo nome è
Teferi.”
“Al mercato dicono un sacco di cose”, controbatté Teferi.
Lei era una donna veramente adorabile, con un viso dai lineamenti forti ed un
portamento sicuro di sé. Le sue lunghe trecce erano tirate indietro e raccolte
sulla sua testa. Indossava dei pantaloni larghi, una camicia ed una veste con
cappuccio tipica di chi lavora nelle carovane. Dalla sua cintola pendeva una
frusta con un manico di pregiata fattura. L’uomo era massiccio e muscoloso,
portava una spada ed indossava un farsetto da guerriero in cuoio e metallo; i
suoi rasta erano adornati di anelli in rame. Dalla tonalità scura della loro
pelle, sarebbero potuti essere i figli di famiglie di Zhalfir lasciate
all’esterno quando Teferi creò la frattura temporale, così come potevano essere
tra i tanti abitanti di Femeref. Non significava necessariamente che fossero
venuti in quel luogo con l’intenzione di ucciderlo a causa di un’antica faida
di famiglia.
L’uomo sorrise e, con un tono più pacato, disse: “Lei è
Subira, e io sono Kwende.”
Senza aspettare che Teferi rispondesse ai convenevoli,
Subira disse: “Stavi aspettando la visita di un uomo di nome Maket.”
Teferi mantenne un’espressione gentile, nonostante non fosse
sicuro se sentirsi confuso o sospettoso. “Mi dispiace, ma penso abbiate
sbagliato Teferi. Oggi non aspettavo la visita di qualcuno che si chiamasse
Maket, né la aspettavo per altri giorni.”
Subira alzò le sopracciglia, palesemente scettica. “Non
stavi aspettando nessuna visita.”
Non era una domanda, ma Teferi rispose ugualmente: “No, non
la stavo aspettando.” Si appoggiò sul proprio bastone, incuriosito. Se questo
fosse stato il preludio di un tentativo di assassinio, avrebbe potuto affermare
che fosse veramente particolare. “Di cosa si tratta?”
Guardandolo intensamente, Kwende spiegò: “Maket ci disse che
stava venendo ad incontrarti, che era questa la ragione per la quale stava
viaggiando verso questa città da Suq’ata.”
“Non rispondo a ciò che vi ha detto Maket.” Teferi stava
iniziando a pensare che, dopotutto, questo non fosse un tentativo di
assassinio, ma un normale caso di incomprensione tra viaggiatori confusi.
“Dovrete cercarlo da qualche altra parte.”
“Non dobbiamo cercarlo da qualche altra parte”, disse
Subira, con espressione scettica e seria. “È morto.”
Teferi la fissò. Ora era molto più incuriosito, e molto più
circospetto. “Vorreste dirmi il motivo per cui siete qui?”
Lei scambiò uno sguardo poco chiaro con Kwende, poi
finalmente disse: “Ho bisogno di scoprire cos’è successo alla mia carovana.
Maket è stato ucciso nel nostro accampamento, e aveva detto che sarebbe dovuto
venire qui per incontrare qualcuno di nome Teferi.”
Era tutto molto strano. Teferi disse: “Vi giuro che non
conoscevo questo Maket.” Sapeva che sarebbe dovuto girare al largo, magari
perfino raccogliere le sue cose e andarsene completamente da Sewa. Ma la sua
curiosità era stata risvegliata, quindi chiese: “Come è stato ucciso?”
L’espressione di Kwende era seria. “Tramite magia. O,
almeno, è quello che pensa il medico della carovana.”
Ah, pensò Teferi. “Quale tipo di magia?”
“Non ne siamo sicuri… nessuno di noi è un mago.” Kwende alzò
le sopracciglia, curioso. “E tu?”
Subira lo continuava ad osservare come un predatore quando
spera che la sua preda esca dal nascondiglio. Teferi decise di non rispondere a
quella domanda. “A me sembra che vi serva un magistrato.”
Subira gli tenne addosso il suo sguardo sospetto ancora per
un po’, poi fece una smorfia. “I magistrati di questa città vedono i lavoratori
delle carovane come capri espiatori per ogni crimine che avviene mentre sono
presenti in città. Non voglio mettere a rischio i miei colleghi. Voglio
scoprire chi ha compiuto l’atto e consegnare io stessa il colpevole alla corte
giudiziaria della città.”
Teferi capiva bene le sue motivazioni. Disse: “Mi dispiace,
ma non conosco nulla riguardo a questo Maket.” E se fosse stato ragionevole,
avrebbe lasciato perdere in quel momento. Ma lui non era mai stato ragionevole,
soprattutto quando c’era di mezzo un mistero. E se questo Maket fosse davvero
venuto per incontrarsi con lui, avrebbe dovuto scoprirne il motivo. “Perché il
medico pensa che sia stata la magia ad ucciderlo?”
Kwende disse: “Perché sono passati due giorni ed il suo
corpo non mostra segni di decomposizione.” Alzò una mano. “Lo so, la soluzione
ovvia è che sia ancora vivo, ma non respira ed il suo corpo è freddo come la
pietra.”
Tutto questo sta diventando sempre più curioso, pensò
Teferi. “Forse potrei dargli un’occhiata”, disse.
Subira aggrottò la fronte. Questa sua espressione di
profondo sospetto con una punta di ironia non avrebbe dovuto renderla più bella
ma, in qualche modo, lo faceva. “Quindi sei un mago, dopotutto?” Disse lei.
Kwende lo studiò meticolosamente.
Era comunque una domanda alla quale Teferi non voleva
rispondere. “Sono uno studioso, conosco moltissime cose. E sembra che voi non
abbiate molte altre opzioni, a meno che non vogliate chiedere aiuto ai
magistrati.”
Subira gli lanciò un’occhiata, ma poi disse: “Non hai tutti i torti. Bè, vieni con noi, allora.”
Teferi seguì Subira e Kwende verso la periferia della città,
oltre le stalle e gli ostelli dall’aspetto più economico, per poi proseguire
all’esterno delle mura verso le piane rocciose dove si trovavano le tende e i
carri della carovana. Gli altri viaggiatori, principalmente gruppi di
pellegrini troppo poveri per permettersi un alloggio a Sewa, si erano
raggruppati vicino all’accampamento della carovana per sicurezza. I promontori
che riparavano la città anche dai più forti venti desertici offrivano un po’ di
protezione anche a quella pianura, ma non era un luogo dove qualcuno avrebbe
voluto passare molto tempo. Mentre camminavano, Teferi chiese: “Quanto bene
conoscevate Maket?”
Subira disse: “Non molto bene. Questa era la prima volta che
viaggiava con la mia carovana.” Fece un cenno verso Kwende. “Kwende lo
conosceva meglio.”
Kwende scosse un po’ la testa. “Avevamo viaggiato insieme per un po’ prima di aggregarci alla carovana per venire qui.”

Teferi aveva dato per scontato che Subira e Kwende fossero i
proprietari della carovana, e percepì un senso di sollievo quando comprese che
probabilmente non si conoscevano da molto. Poi scosse la testa ai suoi
pensieri. Idiota, pensò. Non era il momento di pensare a potenziali
relazioni sentimentali, non adesso. E forse non ancora per molti anni, almeno
finché la gente non si fosse dimenticata della sua esistenza. E quello era un
pensiero piuttosto deprimente, anche per qualcuno che stava andando a
controllare un cadavere. Sospirò profondamente, e Subira lo guardò confusa.
Lei fece strada attraverso l’accampamento verso una tenda
leggermente separata rispetto alle altre e difesa da diversi lavoratori della
carovana. “Abbiamo spostato il corpo qui”, spiegò lei.
Kwende aggiunse: “Gli altri passeggeri hanno insistito,
avendo paura che qualunque cosa l’abbia ucciso fosse contagiosa.”
“È una saggia precauzione”, disse loro Teferi. “Esistono
incantesimi di morte pensati proprio per diffondersi a chiunque tocchi la
vittima.”
Stupita, Subira si fermò, mantenendo in alto il lembo della
tenda. “Davvero?”
Kwende cercò di sminuire la cosa. “Il medico che l’ha
esaminato non ha riscontrato nulla di nocivo.”
“Bè, non ancora”, disse Teferi tranquillamente, e si
accucciò all’interno della tenda.
Il morto giaceva su un tappeto, coperto da un lenzuolo, che
Teferi spostò di lato.
Teferi si chiedeva se il medico si fosse sbagliato, se
l’uomo fosse effettivamente vivo e colpito da una specie di strana paralisi
naturale. Poteva anche essere un veleno con la proprietà di abbassare la
temperatura corporea e camuffare ogni segno vitale. Ma mentre Teferi
controllava gli occhi e il battito dell’uomo, capì che non era questo il caso.
Vide anche qualcos’altro. Disse: “Voi ed il vostro medico avevate ragione:
questa non è una morte naturale.”
Subira disse: “Dunque, lo conosci?”
“No, non l’ho mai visto prima.” Teferi si sedette,
guardandola pensoso. “Qualcuno ha compiuto un incantesimo o utilizzato un
veleno sul vostro povero Maket, non solo per eliminare la vita dal suo corpo,
ma anche per sospenderlo e preservarlo. È stato fatto in modo tale da
assomigliare ad una magia temporale.” Si alzò in piedi.
Subira strinse gli occhi, e l’espressione di Kwende
presentava una certa tensione diffidente. Lui disse: “Ed è stata utilizzata una
magia del genere?”
“Se questa fosse magia temporale, sarebbe sospeso e
sembrerebbe non muoversi né respirare, ma sarebbe vivo, il suo corpo sarebbe
ancora caldo e, una volta spezzata la magia, andrebbe per la sua strada come se
nulla fosse accaduto. La magia temporale è anche molto difficile da mantenere
attiva, e non può avere una durata indefinita.” Teferi scrollò le spalle.
“Quindi, se io avessi intenzione di uccidere un uomo, sicuramente non userei la
magia temporale. Almeno non in questo modo.” Sorrise. “So che pensate che sia
stato io a farlo. È per questo che siete venuti a cercarmi.”
Subira lanciò uno sguardo a Kwende, che stava ancora
osservando Teferi come un uomo pronto a difendersi in qualsiasi momento. Lei
disse: “L’hai ucciso tu?”
Teferi le disse: “Fortunatamente per la nostra promettente
amicizia, non l’ho ucciso.” Kwende si rilassò un po’, non aspettandosi più un
attacco.
Lo sguardo di Subira era pensoso, e non si riusciva a capire
se credesse o meno all’affermazione di Teferi. “Maket disse a Kwende che tu eri
un mago temporale. Non sapevo se credergli.”
“Nemmeno io”, disse Kwende. “Ma sembrava spiegare…” Indicò
il corpo. “...questo.”
Teferi guardò nuovamente Maket, corrugando la fronte.
Ovviamente, Maket era stato inviato qui da qualcuno che sapeva chi fosse
Teferi, ma allora quale può essere la ragione di ucciderlo prima che potesse
portare a compimento il suo compito? Maket è stato un danno collaterale, o
il complotto era diretto ad entrambi? Si chiese Teferi. “Uhmm.”
Subira alzò le sopracciglia. “Questo è tutto ciò che hai da
dire?”
“Ho sempre molte cose da dire. È uno dei miei difetti.”
Teferi le sorrise. “Vi aveva detto perché voleva vedermi?”
“No, e non ho mai chiesto”, disse Kwende. Era ancora
scettico, anche se qualcosa nel suo comportamento fece pensare a Teferi che,
anche se lui sapeva per certo che Teferi fosse un potente mago temporale, non
credeva che fosse stato lui ad uccidere Maket. “Non erano affari miei, e non
avevo idea che sarebbe diventato così importante in seguito.”
Teferi annuì, mostrando comprensione. “Avete controllato i
suoi averi?”
“Non ancora.” Subira si girò per alzare l’apertura della
tenda e fece cenno ad uno dei carovanieri. “Akime, portaci il bagaglio di
Maket, per piacere.”
“Lo vado a prendere io”, disse Kwende mentre si accucciava
per uscire. “È nella mia tenda.”
“Grazie”, disse ad alta voce Subira mentre lui si stava
allontanando. Si rigirò verso Teferi, contemplandosi a vicenda, in silenzio.
Lei infine disse: “Ero certa che tu fossi il colpevole, e che quindi non ci
fosse bisogno di cercare degli indizi, come il personaggio di una storia.”
Teferi doveva stuzzicarla. “Ed ora sei certa che io non sia
il colpevole?”
L’espressione di Subira divenne ironica. “Diciamo che sono
aperta ad altre teorie.”
“E quali sarebbero queste altre teorie?” Teferi era
sinceramente curioso. All’ostello, Subira sembrava molto più aggressivamente
sospettosa rispetto a Kwende, ma aveva senza dubbio una mente più aperta. Forse
Kwende era sospettoso allo stesso modo, ma era più bravo a nascondere i suoi
reali sentimenti.
Subira incrociò le braccia, intenta a studiarlo. “Quel Maket
è stato inviato qui per ucciderti.”
Questo era fin troppo vicino alla teoria verso cui era
incline Teferi. Lui esitò, incerto su che cosa dire. Non c’erano molte ragioni
di uccidere lo studioso pellegrino di Zhalfir che Teferi stava facendo finta di
essere negli ultimi anni, anche nel caso in cui fosse un mago temporale. Poi
Subira aggiunse: “Io penso che tu non sia un semplice Teferi, ma quel Teferi.”
Si guardarono negli occhi per un lungo istante. Subira non
sembrava sconvolta dal fatto di trovarsi faccia a faccia con il Distruttore di
Zhalfir, ma era difficile capirlo. Teferi espirò ed ammise: “Se io fossi quel
Teferi… Diciamo che il fatto che qualcuno venga inviato per uccidermi non
dovrebbe stupirmi.”
La fronte di Subira si corrugò. “Ma manderebbero un solo assassino? Penso che tu sia molto più pericoloso di così.”

Teferi mantenne un sorriso leggero. Per quanto lo volesse
vedere come un apprezzamento, sapeva che lei era troppo diretta per quel genere
di cose e stava semplicemente dicendo ciò che pensava. “Ti sono grato della tua
valutazione delle mie capacità.”
L’espressione di Subira era seria. “Riconosco un uomo
pericoloso quando ne vedo uno.”
Lei sapeva che lui era pericoloso, ma non aveva espresso
nessun segno di disprezzo o sconcerto. Teferi dovette chiedere: “Non ti
infastidisce sapere chi sono?”
Subira scrollò le spalle. “La mia famiglia è sempre stata
propensa per i viaggi. Nessuno di loro era a Zhalfir quando… se ne andò.”
Aggiunse: “Non sono mai stata cresciuta vedendo Zhalfir come un diritto di
nascita che mi è stato portato via. Ho anche letto molto su quello che successe
durante l’invasione di Phyrexia, e ho visto ciò che ne è rimasto. Penso di
capire perché tu l’abbia fatto.” Lei esitò, poi la sua bocca si incurvò
leggermente. “Si dice che tu non abbia più il potere per farla tornare. Dev’essere…
difficile.”
La sua semplice accettazione di tutti questi fatti fece
allentare leggermente il nodo di colpa che si trovava nel cuore di Teferi.
“Quando creai la frattura di Zhalfir, ero certo di essere nella ragione, che
stessi salvando la mia casa da un orrore che l’avrebbe distrutta per sempre.
Ora continuo a mettere in dubbio quella decisione ogni giorno, ma non ho il
potere di cambiare ciò che ho fatto.” Fu sorprendentemente facile ammettere
quella dolorosa verità. Lui incrociò lo sguardo tranquillo di lei e non avvertì
il solito bisogno di troncare il contatto visivo. Questa era la prima volta che
aveva avuto una conversazione onesta con qualcuno dopo anni, e la sensazione
gli faceva quasi venire le vertigini.
Subira annuì, accettando la sua confidenza senza dir nulla.
“Quindi ora sappiamo che hai dei nemici. Ma se Maket stava venendo qui per
ucciderti, allora chi ha ucciso lui?”
“Ottima domanda.” Teferi camminava avanti e indietro per la
tenda, cercando di concentrarsi sul problema imminente. “Forse Maket scopre un
piano per uccidermi. Viaggia fin qui per avvertirmi, ma il mago che sta
tramando il tutto lo uccide, e lo fa in modo tale da far pensare che sia stato
io a farlo.” Lanciò uno sguardo a Subira. “Dopodiché tu vai dal magistrato, io
sono accusato del crimine…”
Il tono di Subira era ironico. “E tu rimani candidamente in
custodia finché non riuscirai a provare la tua innocenza.”
“No. Non mi sarei fatto arrestare. Essere rinchiuso in una
cella non è qualcosa…” Teferi decise di non terminare quella frase. Non era la
stessa cosa di rimanere intrappolati in una bolla temporale, ma non era
qualcosa che avrebbe voluto ripetere come esperienza. Non si sarebbe mai fatto
imprigionare, e chiunque avesse provato a farlo avrebbe scoperto quanto fosse
veramente pericoloso.
“Ma il piano non ha funzionato”, disse Subira, facendo un
gesto impaziente. “Questo mi fa chiedere cosa stia pensando la persona che ha
fatto ciò. O cosa stia facendo.”
“Subira!” Qualcuno urlò dall’esterno in allarme, con la voce
roca.
Subira spostò i teli di lato e corse fuori. Teferi uscì dopo
di lei e si fermò sul posto. “Oh-oh”, borbottò.
Una tempesta di sabbia si stava dirigendo verso di loro
dalle distese desertiche. Il muro di sabbia e polvere che incombeva era così
grande che sembrava un gigantesca onda dell’oceano, o una valanga di roccia che
cadeva da una montagna. Avrebbe colpito la carovana con la stessa potenza.
Sewa, parzialmente protetta dai promontori e dalle sue mura di pietra,
probabilmente sarebbe sopravvissuta. Quello che la tempesta avrebbe potuto fare
a chiunque fosse all’esterno, al bestiame, ai giardini, ai campi coltivati e a
tutto ciò che serviva per sopravvivere alla prossima stagione, era un incubo.
Teferi raggiunse velocemente il punto nel quale Subira e gli
altri erano rimasti paralizzati dal terrore. Era troppo tardi per fuggire anche
se, dalle urla e dalle grida provenienti dalle tende e dai carri, qualcuno
stava cercando di farlo. “Cos’è quello?” Domandò Subira. “Un’illusione?”
“No, è reale.” Teferi riusciva a percepirlo nell’aria, che
presentava un peso ed una tensione che un’illusione non sarebbe mai riuscita a
replicare.
“Ma non è una coincidenza”, disse Subira, con tono serio.
“Un potente mago potrebbe evocare una cosa del genere dal
nulla”, disse Teferi. “Un mago non così potente, ma comunque esperto, potrebbe
evocarla con diversi incantesimi lanciati in un certo arco di tempo, esortando
diversi venti e sistemi di pressione dell’aria. È un processo complesso-”
“Che ci potrai spiegare più tardi, se sopravviviamo.” Subira
fece un debole gesto. “Non puoi fermarla nel tempo? Bloccarla?”
Era troppo grande, troppo vasta. “No, dovrò pensare a
qualcos’altro”, disse Teferi. Aveva già pensato a qualcos’altro, solo che non
sapeva come farlo funzionare.
Andò verso la tempesta, lontano dagli altri, sul bordo della piattaforma di roccia. Alzò il proprio bastone per darsi un punto di ancoraggio e sperò di aver stimato correttamente la distanza.

Lanciò l’incantesimo per fermare il tempo in una bolla
d’aria alta tre metri di fronte a lui. All’interno della bolla, i granelli di
polvere in arrivo smisero di muoversi. Raccogliendo ogni briciolo di energia
che ancora possedeva, Teferi ingrandì la bolla, rendendola più lunga, più alta
e più larga, estendendola al largo verso i promontori che formavano una
barriera naturale e all’esterno per proteggere il terreno della carovana, per
poi estenderla il più in alto possibile. Si assicurò di inclinarla di un certo
angolo, utilizzando i bordi definiti delle pareti di roccia come punti di
riferimento. La logica diceva che avrebbe dovuto funzionare. Teferi sperava
solo che la logica avesse ragione.
Un istante dopo, il fronte della tempesta colpì la bolla
temporale e scivolò di lato lungo di essa, verso il deserto. Il vento ululò
nella confusione e la sabbia si schiantò contro la bolla. Teferi la mantenne
per quanto più tempo possibile, finché non iniziò ad oscurarsi la vista.
L’immane sforzo gli fece percepire il corpo leggero quanto una ragnatela, come
se i suoi piedi fluttuassero sopra al terreno. Non riusciva a capire se stesse
realmente accadendo e se era solo la sensazione dello svenimento. Pensò che
poteva effettivamente essere uno svenimento.
Poi colpì il terreno e la bolla collassò. Teferi si preparò
ad una morte spiacevole. Essere scorticato e grattato dalla sabbia non era un
bel modo di porre fine alla sua vita da ex essere immortale capace di viaggiare
tra i piani.
Ma il vento che arrivò fino a lui aveva la forza di un
normale vento desertico e la sabbia che trasportava era abrasiva, ma non
letale. Infine, si spense in piccole raffiche intermittenti.
Subira si chinò su di lui e gli scosse la spalla. “Stai
bene?”
Teferi respirò per rispondere, ma gli andò di traverso della sabbia. Subira lo spostò per metterlo seduto e iniziò a colpirlo sulla schiena finché non riprese a respirare. Lui si pulì gli occhi lacrimanti ed alzò la testa per vedere i terreni della carovana ancora intatti, anche se le tende, i carri e gli animali agitati erano coperti con uno strato di polvere. La gente intorno barcollava agitata, tossendo, e quelli che erano fuggiti tornarono lentamente, chiaramente entusiasti del fatto di essere sopravvissuti. La città sembrava in condizioni migliori, all’interno della quale gli abitanti si riunivano sui tetti, alle finestre e alle porte delle case costruite vicino ai promontori.

Mentre Subira aiutava Teferi a rimettersi in piedi, il suo
collega Akime corse per dare una mano. Mentre raggiungevano la tenda, un altro
addetto alla carovana si fece avanti e disse: “Stanno arrivando dalla città, un
gruppo di magistrati. Dicono che qualcuno ha evocato la tempesta da qui.”
“Chi ha evocato la tempesta?” chiese Subira. Mentre l’uomo
esitava, lei disse: “Dimmelo!”
“Lui, Teferi”, disse il carovaniere.
“È una menzogna”, protestò Akime. “È stato Teferi a
salvarci. L’abbiamo visto con i nostri stessi occhi. Perché evocare una
tempesta solo per farsi quasi ammazzare nel tentativo di fermarla?”
Subira guardò verso i cancelli della città, dove la folla in
avvicinamento era appena visibile. Disse a Teferi: “Questa è opera di chiunque
stia cercando di ucciderti.” Si rivolse ai carovanieri. “Chi è andato in città?
Chi ha portato qui queste persone?”
Akime gesticolò confuso. “Nessuno! Eravamo tutti qua. Solo
Kwende… era andato per accordarsi di portar via il corpo di Maket.”
“Kwende?”, ripeté Subira. I suoi occhi si spalancarono. “Oh,
per l’amore di-”
“Kwende, che ti ha detto che Maket era venuto qui a
cercarmi, che ti ha detto che Maket gli disse che ero un mago temporale?”
Chiese Teferi, serio in volto. Ora era tutto cristallino. Maket probabilmente
era stata una vittima innocente, un pellegrino in viaggio verso quel luogo che
Kwende si era fatto amico come parte del suo piano. Una volta che Teferi fosse
stato catturato dai magistrati e dai loro maghi, la tempesta di sabbia avrebbe
distrutto le prove nell’accampamento della carovana, insieme ai testimoni che
avrebbero potuto contraddire la storia che Kwende aveva intenzione di
raccontare.
Subira imprecò, dopo che anche lei era giunta a questa
conclusione. “Sono stata una sciocca! Mi ha mentito fin dall’inizio.” Si
rivolse a Teferi. “Congela il tempo e scappa.”
“Non posso, non adesso.” Teferi era troppo esausto anche per
congelare un gruppetto di fastidiosi moscerini. Doveva riposarsi prima di poter
utilizzare di nuovo i suoi poteri.
“Allora nasconditi”, insistette Subira.
Teferi esitò. Correre via sarebbe stato come… bè, come
correre via. “Ma-”
Subira sibilò: “Sbrigati, idiota!”
E Teferi scappò. Evitò le tende, tenendo il mucchio di carri
e le gabbie dei cammelli tra lui e il gruppo di magistrati. Si diresse verso le
colline rocciose dal lato opposto delle mura di Sewa. Avrebbe dovuto
nascondersi fino al calar della notte, poi trovare un modo per recuperare
qualche provvista prima di partire.
Il colpo di spada arrivò dal nulla e Teferi si lanciò di
lato. Colpì il terreno e rotolò. Kwende saltò fuori dall’ammasso di tende. Si
muoveva così velocemente da risultare quasi sfocato. Teferi estese una mano ed
accelerò il tempo attorno alla lama della spada che stava colpendogli il petto.
Quando lo colpì, si frantumò in pezzettini, con l’acciaio eroso dalla ruggine.
Kwende barcollò, sbilanciato, e Teferi corse via. Agguantò il bastone che gli
era caduto e cercò di mettersi in posizione per combattere.
Kwende si riprese ed estrasse due lunghi coltelli con le lame di cristallo, che brillavano alla luce. Teferi tenne alto il bastone, come un uomo intento a lanciare una devastante magia temporale, ma sapeva che poteva compiere al massimo un paio di sforzi prima di collassare completamente. “Perché stai facendo questo?” chiese.

“Era l’unico modo per arrivare a te”, disse Kwende, con il
volto indurito dalla furia. “Traditore, distruttore!” Caricò in avanti.
Teferi riuscì a rallentare un po’ il tempo, quindi l’assalto
incredibilmente veloce di Kwende diminuì drasticamente la sua velocità,
rallentando il passo. Teferi indietreggiò. “Hai evocato tu la tempesta.”
Il ghigno di Kwende divenne una smorfia, mentre combatteva
il potere di Teferi, che continuava a diminuire. “Ho assunto un mago che
compisse gli incantesimi per la modifica dei venti e che confezionasse il
veleno di magia della morte, così che Maket sembrasse ucciso da un mago
temporale.”
“Chi sei tu?” Chiese Teferi. Se stava per morire, voleva
almeno sapere il motivo.
“Il mio antenato era Mageta il Leone.” Lo sguardo di Kwende
era duro come l’acciaio. “Era a Ki’pamu quando tu la distrussi.”
“Il generale.” Il cuore di Teferi sentì una stretta. Scosse
la testa. “Non è stata distrutta-”
“Bugiardo!” I muscoli di Kwende si sforzavano, mentre
combatteva la magia temporale, e Teferi sapeva che non poteva resistere ancora
a lungo.
Poi una frusta schioccò, e si avvolse attorno ad un braccio
di Kwende, strattonandolo da un lato.
Subira era in piedi con Akime e gli altri carovanieri dietro
di lei, tutti armati. Lei gridò: “Lascialo in pace, Kwende! Non ha ucciso lui
Maket, né ha evocato la tempesta. Sei stato tu a farlo. Sei tu l’assassino!”
Il volto di Kwende mostrava soltanto la sua determinazione.
“Dato che era troppo potente per poterlo uccidere così, prima avevo bisogno di
indebolirlo. Non capisci-”
Subira fece ondeggiare la mano, con espressione incredula.
“Indebolirlo? E uccidere mezza città e tutte le persone della mia carovana per
poterlo fare? E cosa mi dici di Maket? Il tuo prezioso Mageta sarebbe veramente
fiero di ciò che hai fatto, vero?” Fece una smorfia di disgusto. “Abbiamo
viaggiato insieme, Kwende, e so che questo non è da te.”
Kwende la fulminò con lo sguardo. “Maket era un ladro ed un
assassino. Non ucciderei mai un innocente.”
Subira era indifferente. “Ma avresti tranquillamente
sacrificato la vita di tutti quelli nell’accampamento della carovana per
intrappolare Teferi.”
Kwende scosse la testa, con la confusione che stava avendo
la meglio sulla sua rabbia. “Sapevo che avrebbe agito sulla tempesta e li
avrebbe salvati.”
Subira era stupita. “Sapevi che li avrebbe salvati? Eppure
volevi comunque ucciderlo.”
“Lui è il distruttore di Zhalfir!” Urlò Kwende. “Per tutta
la vita mi è stato detto che il mio sangue pretende vendetta!”
Teferi fece una smorfia. Kwende era stato cresciuto
inculcandogli vendetta ed una faida di sangue per Zhalfir, per la perdita di
persone che non aveva mai conosciuto, di un luogo che non aveva mai visto.
Pensava che uccidere Teferi fosse l’unico modo per liberarsi da quel retaggio
soffocante. Teferi disse: “Zhalfir non è andata distrutta! Vai alla spiaggia
con gli altri pellegrini e guardala! È ancora lì, e se potessi farla tornare,
darei la mia vita per farlo anche in questo istante.” Teferi riuscì a controllare
la sua voce con un po’ di sforzo. “Ma la mia vita non è sufficiente. Non ho più
quel potere. È impossibile.”
Akime disse, allarmato: “Subira, i magistrati stanno
arrivando. Dobbiamo andare.”
“Portami il mio carro. Io vi precedo insieme a Teferi e ci
incontreremo alla prossima fermata”, gli disse Subira.
Kwende disse, rozzamente: “No, non te lo lascerò portare
via. Ho aspettato troppo a lungo-”
Subira lasciò cadere la sua frusta e camminò in avanti fino
ad arrivare faccia a faccia con Kwende. Lei disse, piattamente: “Allora
uccidimi. È l’unico modo che hai per fermarmi. O sei un assassino o non lo sei,
Kwende. Scegli.”
“Subira”, disse Teferi, con la voce roca. Era terrorizzato
che Kwende potesse guidare il proprio coltello nel cuore di lei, e non avrebbe
avuto il potere di fermarlo. “Non farlo. Non rischiare la tua vita… Kwende, ti
prego, non ucciderla.”
Lei lo ignorò. Kwende la fissava, mentre quell’attimo si
continuava a dilatare, poi indietreggiò lentamente. Continuò ad indietreggiare
e i carovanieri si frapposero tra lui e Subira. Poi Akime arrivò con il carro
di Subira.
Kwende rimase lì mentre Subira spingeva Teferi nel
compartimento del conducente. Mentre lei si arrampicava per prendere le redini
dalle mani di Akime, Kwende disse: “Perché stai facendo questo per lui?”
“Lo sto facendo sia per te che per lui, idiota”, disse lei.
“Ora vattene e fa qualcosa di nobile.”
Akime saltò giù. Mentre il carro se ne stava andando, Teferi
disse: “Ti avrebbe potuto uccidere.” Tremava dalla stanchezza. I suoi poteri
erano completamente prosciugati.
“Prego”, disse Subira con enfasi. “Il minimo che tu possa
fare è venire a far parte della mia carovana e tenere lontani ladri, predoni ed
altre minacce. Un mago temporale dovrebbe essere bravo in questo.”
Teferi si accasciò contro il sedile, considerando seriamente la proposta. Era allettante. Se doveva continuare a girovagare, sarebbe stato bello farlo in compagnia. Una compagnia alla quale non avrebbe dovuto mentire sulla sua vera identità. “Per un po’”, promise infine, mentre il carro continuava a viaggiare sulla strada sconnessa. “Non sono un tipo sedentario.”
“Niambi, stai attenta!” disse ad alta voce Teferi, rivolto a
sua figlia. Stava correndo ancora nel cortile, inseguendo le libellule che si
ammucchiavano attorno alle ninfee nello stagno della fontana. La grande casa
sotto gli alberi di acacia era spaziosa e confortevole, ma era vecchia, e le
pietre della pavimentazione del cortile erano sconnesse. Le crepe erano della
forma giusta per far inciampare qualche piccolo piedino disattento.
Qualche anno prima, Subira aveva trovato qualcun altro che gestisse la carovana per lei, e si era stabilita con Teferi nella sua cittadina vicino ad uno dei loro vecchi percorsi, abbastanza a lungo da concepire Niambi. Ora era tornata alla sua carovana e veniva a trovarli regolarmente, mentre Teferi cresceva loro figlia.

Niambi scattò per raggiungere la fontana, ma il suo sandalo
si incastrò in una pietra smossa ed iniziò a cadere. Teferi lanciò la magia per
puro istinto e Niambi si bloccò a mezz’aria.
Anche Teferi si bloccò per un istante, stupito da sé stesso.
A quanto pare non aveva perso i suoi riflessi da combattimento, anche dopo
tutto quel tempo senza utilizzare la magia.
Camminò in avanti e girò attorno a Niambi, esaminando
attentamente il suo angolo e la sua traiettoria, controllando che non ci fosse
nulla di appuntito o affilato sul percorso. Quando l’avrebbe lasciata cadere,
sarebbe atterrata sull’erba, possibilmente con un paio di botte, e avrebbe
sperabilmente imparato la lezione riguardo al non correre con i sandali sulle
pietre smosse del cortile. Non c’era effettivamente molta altra scelta.
Ma pensò a quanto, un tempo, ci fosse veramente stata una
scelta: quella tra la devastazione di Zhalfir e la sua rimozione dal mondo per
preservarla, ma intrappolandola. Pensare a Niambi preservata ed intrappolata
come un osso nell’ambra gli faceva venire il voltastomaco. Non poteva
mantenerla al sicuro sacrificando la sua libertà e la sua crescita. Gli
sembrava ovvio.
Non era stato ovvio con Zhalfir, quando non esistevano
garanzie nemmeno riguardo alla sopravvivenza di una sua piccola parte ai
Phyrexiani. Ma una così vasta parte di Dominaria era sopravvissuta, se non
intatta, con abbastanza parte di sé rimasta da poter crescere di nuovo ed
evolvere.
Teferi lasciò uscire un respiro. Sapeva da molto tempo che
se sarebbe potuto tornare a Zhalfir, l’avrebbe fatto. Ma nessuna ricerca di sé
stesso gli avrebbe permesso di ottenere nuovamente il suo potere.
Ma altre tipologie di ricerca potrebbero riuscirci,
pensò Teferi. Urza doveva aver creato sicuramente dei potenti artefatti che
l’avrebbero potuto aiutare. Valeva la pena approfondire.
Ma, per quel momento, decise che la cosa migliore sarebbe
stata un compromesso. Camminò fino a trovarsi di fronte a Niambi e spezzò la
magia.
Mentre il tempo riprendeva a scorrere attorno a lei, atterrò tra le braccia di suo padre, ridendo dolcemente.