“Hai sentito?”
I suoni ticchettanti e scoppiettanti erano ovattati e
leggeri, quasi impercettibili. Se non ci fosse stata calma piatta, Naiva
avrebbe potuto pensare che fossero provocati dalla brezza che smuoveva i rami
di un vicino agglomerato di alberi di ginepro secchi. Con la lancia in mano,
studiò i dintorni ricoperti di neve. Una ripida pendenza sopra di loro era
inclinata vertiginosamente verso l’immensa bianca vetta della montagna chiamata
Ghiaccio Eterno. Il profondo squarcio di una vallata portava verso il basso,
dove il loro grande gruppo di caccia si era accampato dall’ultima luna nuova.
Tutt’intorno, gli alti picchi del Qal Sisma tagliavano il cielo come fossero
altrettanti denti seghettati. I draghi svolazzavano pigramente in cerchio
attorno ai picchi sfruttando le correnti ascensionali.
I draghi e gli umani non erano i soli cacciatori in quelle
montagne.
Lei analizzò la distesa di detriti di roccia sulla quale
crescevano i ginepri. Non riusciva a vedere nulla che si muovesse, ma udì altri
lievi ticchettii e scoppiettii.
“Bai, questo suono lo fanno gli artigli dei goblin sulla
roccia.”
Baishya si inginocchiò a dieci passi di distanza, su un
affioramento di roccia scoperto che sbucava fuori dal campo pesantemente
innevato che avevano già attraversato per metà. Con la testa china, alzò una
mano per richiedere silenzio.
“Bai.” Naiva mantenne un basso tono di voce. “Dobbiamo
andare avanti.”
“Sei troppo impaziente. La mia visione mi ha portato
esattamente qui, ne sono sicura.”
“Non c’è nulla da vedere.”
“Sì che c’è. Semplicemente non riesci a vederlo.”
“Penso che nemmeno tu riesca a vederlo. Lo dici soltanto per
avere tutta l’attenzione di Nonna perché non sei brava a cacciare quanto me.”
Baishya si voltò, guardando nel vuoto, con il suo familiare
mento alzato e gli occhi al cielo. Tutti all’interno del clan dicevano che le
due ragazze fossero identiche, ma Naiva sapeva per certo che lei,
personalmente, non avrebbe mai potuto trasmettere quella compiaciuta aria di
noncuranza col proprio volto, nemmeno se si fosse impegnata.
“Non importa quanto tu sia precisa a scagliare la tua lancia
o quanto bene brandisca un coltello; se non riesci a tenere la bocca chiusa,
sei inutile come cacciatrice. Soprattutto se la apri per lamentarti di ciò che
faccio. Nessuno ti ha obbligata a venire con me.”
“Qualcuno dovrà pure tenerti al sicuro mentre senti le voci
che ti dicono di scalare le montagne sacre che sono proibite alle persone
normali…” Naiva si interruppe.
Un basso tonfo, come se un orso avesse appoggiato
pesantemente una propria zampa, fece vibrare l’aria. Delle crepe si diramarono
sulla dura superficie della neve fino alla parte alta del pendio.
Baishya premette le proprie mani sul volto, come se una
potente luce la stesse accecando. “Loro sono qui”, disse con stupore, ignara
del pericolo.
La neve si spezzò e iniziò a scivolare. Naiva balzò in
avanti, trascinò Baishya lontano dall’affioramento ed entrambe si
accovacciarono dietro di esso. Si appiattirono contro una leggera sporgenza,
con la schiena che premeva sulla roccia. Il ruggito improvviso della valanga le
assordava. Naiva rigirò verso l’alto il suo mantello di pelle di krushok,
tenendolo aperto con le braccia, mentre la neve cadeva oltre l’affioramento e
ruggiva giù per il pendio. Ma non sarebbe stato sufficiente. La montagna era chiamata
Ghiaccio Eterno perché la sua distesa di neve era incredibilmente solida e
stabile: un luogo sacro dove i cacciatori non osavano cacciare e solamente i
sussurratori potevano accedervi, qualora fossero attirati in quel luogo dalle
voci degli antenati. Eppure, ora, tutta la neve e il ghiaccio di generazioni si
era spezzato, e stava per seppellirle.
Naiva non temeva la morte. Ma, improvvisamente, si ritrovò
furiosa riguardo al fatto che Baishya fosse così determinata a dimostrare di
essere una sciamana da trascinare con sé la sua gemella per completare
un’impresa sconsiderata. In questo modo sarebbero morte insieme proprio
com’erano nate insieme: intrappolate in una fredda tomba.
Le mani di Baishya iniziarono a risplendere con una luce
verdognola. Quell’evento stupì così tanto Naiva da farle dimenticare la paura.
Mentre la neve stava fluendo verso di loro, cadendo dalla cima della sporgenza,
girando attorno alla sagoma dell’affioramento, seppellendole nel ghiaccio degli
antenati, sua sorella iniziò a modellare e plasmare la neve distruttiva in un
muro posto dinnanzi a loro. La neve tuonava contro quella barriera, facendola
inclinare verso di loro. Naiva trattenne il respiro, pensando che la neve
avrebbe ceduto e le avrebbe tradite.
Ma il muro magico resistette.
Il rumore diminuì. Il rombo scomparve in un silenzio significativo. Ci sarebbe dovuto essere troppo buio per vedere qualcosa, ma le mani di Baishya brillavano di quella sottile luce inquietante.

La voce di Naiva le si era bloccata in gola. Il suo respiro
generava nuvole di nebbia di fronte a lei, solo che non era il suo, di respiro.
Il muro scomparì in una foschia bianca, come la lenta caduta
della neve in seguito ad una pesante tempesta. Principalmente, erano di forma
umana: alti, slanciati, camminavano su due gambe, ma non sulla neve. Sembrava
fluttuassero sulle deboli raffiche d’aria che si erano alzate in seguito al
collasso catastrofico. Uno di loro vestiva un panno del colore della luce
lunare attorno alla vita, punteggiato da guizzi di verde, come fossero piccoli
occhi luminosi. Gli altri indossavano sottili sciarpe, delicate come ragnatele
coperte di rugiada. Invece di capelli e barba, avevano strani filamenti che
crescevano direttamente sulla loro pelle pallida. Questi delicati tentacoli
simili a fili si intrecciavano e ondeggiavano, formando strani disegni.
Baishya si coprì le orecchie, come per cercare di attutire
il clamore di diverse persone che gridavano all’unisono. Naiva non udiva nulla,
ancora assordata dai fortissimi rumori della valanga o forse perché non era
degna: non riusciva a sentire cosa stessero dicendo gli elementali, se stavano
veramente dicendo qualcosa. Gli occhi di Baishya ruotarono all’indietro e
crollò per terra, svenuta.
Le avevano attirate in quel luogo per ucciderle e
mangiarsele! Naiva afferrò la lancia.
Baishya scattò in avanti e afferrò con forza il braccio
della sorella. “No! Non essere stupida. Il popolo del vento è venuto ad
avvertirci, non a farci del male.”
Come se la sua voce fosse stata una potentissima folata di
vento, gli elementali svanirono in una spessa nuvola di fiocchi di neve… o
forse era solo un incantesimo di occultamento per celare la loro ritirata.
“Non puoi colpire prima, e solo dopo farti delle domande,
Nai! Devi ascoltare.”
“Non ho sentito niente!”
“Tu non senti mai niente.”
Baishya si scrollò della neve dal proprio mantello e sbucò
oltre la sporgenza. Il suo sospiro di costernazione gettò la paura fino nelle
ossa di Naiva. Si issò a fianco della sorella. Naiva aveva sempre camminato
spavalda dove Baishya strisciava con esitazione. Ma anche per Naiva, questo era
troppo; guardò a bocca aperta il percorso di distruzione tracciato dalla
valanga. Sul lato della montagna erano state scoperte larghe strisce e zone di
nuda roccia. Metà dell’immensa distesa di neve era stata spinta via, cadendo a
valle, e soffocandola con enormi cumuli di neve.
“Laggiù ci sono Nonna e l’accampamento!” gridò Naiva,
immaginando i loro corpi distrutti. Ma non pianse. Le lacrime non li avrebbero
fatti tornare in vita.
“Stanno bene.”
“Come puoi saperlo?”
“Me l’ha detto il popolo del vento. Mi hanno richiamato
quassù per consegnare un messaggio a Nonna.”
“Cosa ti hanno detto?”
Si strofinò gli occhi, come se stessero bruciando. “Devo
dirlo a Nonna.”
“E non a me? Non ti fidi?”
“Perché devi sempre prenderla sul personale?”
“Non la prendo sempre sul personale!”
Un debole scoppio risuonò, mentre un’altra valanga si
staccava da un pendio non in vista.
“Anche il suono causa le valanghe”, aggiunse Baishya con un
sussurro.
“Come se non lo sapessi!”
“Allora perché stai ancora parlando?”
Naiva si rimangiò una controbattuta. Era veramente
fastidioso quando Baishya aveva ragione, ma aveva ragione, e Naiva non voleva
rischiare di provocare altri suoni che avrebbero potuto staccare facilmente
un’altra valanga. Afferrò la sua lancia e la borsa. Continuarono sulla loro
strada il più velocemente e cautamente possibile attraverso la distesa di neve
rimasta. La valanga aveva investito completamente il campo di detriti,
lanciando le pietre verso i piedi della montagna. Qui trovarono i cadaveri di
un piccolo gruppo di goblin, schiacciati e spiaccicati.
“Ti avevo detto che qualcosa ci stava seguendo”, borbottò
Naiva.
Baishya mosse una mano per chiedere silenzio.
Un oggetto grattò lievemente su una roccia. Naiva si girò su
sé stessa proprio quando un goblin tozzo e coperto di sangue balzò verso di lei
da dietro un macigno. I suoi artigli cercarono di colpirle la testa, ma lei lo
colpì al torace con il manico della lancia e lo fece sbilanciare. La punta del
suo artiglio si aggrappò allo spallaccio di cuoio. Lei utilizzò la sua inerzia
per scagliarlo oltre e mandarlo a terra. Il goblin cadde con un forte tonfo,
con i piedi in cerca di un appiglio mentre tentava di rimettersi in piedi. Lei
fu più veloce e con un taglio al fianco lo azzoppò, con la lama che entrò e
uscì velocemente attraverso la spessa pelle e la cartilagine, seguito da un
affondo dritto in faccia. Il primo tentativo fallì, e la punta della lama venne
deviata dalla roccia. Il goblin le morse il braccio, con i denti che
affondavano nel bracciale di cuoio. Lei diede un forte colpo col piede,
colpendo nuovamente la sua testa, poi fece roteare la lancia per riportare la
punta nella posizione precedente e lo infilzò con un affondo nell’occhio fino
al cervello.
Il sangue colava vivace sulla neve.
Si concesse un breve momento di tetro umorismo quando
riconobbe di dover essere grata alla valanga. Un solo goblin non era un
pericolo per un cacciatore, ma contro un numero maggiore lei e Baishya
sarebbero potute essere sopraffatte.
Baishya aveva tirato fuori il proprio coltello, e stava
calciando ciascun goblin schiacciato per assicurarsi che fossero veramente
morti. Naiva pulì la propria lama sulla neve, estrasse la sua rete per la
cacciagione e vi inserì i piccoli cadaveri.
“La tribù non sta morendo di fame, Nai. Nessuno mangerebbe
mai un goblin.”
“Non ci lasceremo dietro della carne. Non con i draghi così
vicini.”
Trascinandosi dietro la rete piena, a fatica arrivarono fin dove dei tralicci di resistente ginepro offrivano un sentiero più stabile verso valle. Delle nuvole di foschia bianca si stavano ancora levando verso l’alto lungo il percorso della valanga. I draghi, prendendolo come un gioco, arrivavano a tutta velocità dai picchi lontani per sputare fuoco sui cumuli di neve. La neve sciolta colava giù da una fenditura della valle in possenti flussi di rapide.

“Anche se fossero sopravvissuti alla valanga, come
potrebbero sopravvivere ad un’inondazione del genere?” sussurrò Naiva, col
cuore gelato. Odiava avere paura. Gli faceva rabbia.
“Il popolo del vento me l’ha assicurato.” Eppure la voce di
Baishya vacillò, senza la sicurezza di prima. Raggiunse Naiva, e si presero per
mano come gesto di conforto condiviso. Era sempre stato così: nate quando la
levatrice aveva tagliato la pancia della loro madre defunta, anche in
quell’occasione si stavano tenendo per mano.
Il flusso in fondo alla valle era cresciuto fino a diventare
un fiume scatenato che scorreva ben oltre i propri argini, marrone a causa dei
detriti, del terriccio e della vegetazione strappata lungo il suo corso. Non
potevano scendere direttamente a valle col rischio di venire trascinate via
dalla corrente, quindi intrapresero una strada più lunga attraversando il
pendio inclinato.
“Potremmo muoverci più velocemente se solo non dovessimo
portarci dietro questo peso morto.” Baishya indicò i goblin senza vita
ammucchiati nella rete.
“Me lo dico sempre, riferendomi a te!”
Baishya rise e smise di lamentarsi, ma in realtà la mente di
Naiva si stava agitando, pensando ad ogni possibile disastro. Se Nonna fosse
morta, cosa sarebbe successo? Era meglio dirigersi verso Ayagor, dove c’era un
accampamento permanente dedicato alla nutrizione del Signore dei Draghi Atarka?
O unirsi ad un nuovo gruppo di caccia, uno dei tanti che girovagavano lungo il
vasto territorio del Qal Sisma per cercare nuove fonti di cacciagione? O
avventurarsi verso le terre di confine dove piccoli gruppi di caccia vivevano
all’interno di caverne difendibili, organizzando delle pattuglie?
Lei aveva intenzione di sopravvivere, e ciò significava
trovare delle persone che volessero accettarle. Persone che non avrebbero fatto
caso alla sbadataggine di Baishya quando avrebbe bruciato una teglia di orzo
grigliato, o fissato il cielo sognante quando avrebbe dovuto conciare una
pelle. Persone che non avrebbero consegnato la sua gemella ad Atarka una volta
scoperto che fosse una sciamana. Eppure, se Baishya fosse stata un peso più
pesante della rete piena di goblin morti? E se non fosse esistito un gruppo che
rischierebbe di accettare al proprio interno una sussurratrice giovane e
inesperta, la cui sola presenza avrebbe potuto far ammazzare tutti? Le due
ragazze sarebbero potute sopravvivere da sole? O Naiva avrebbe dovuto lasciarla
andare?
“Guarda là!” Baishya scattò in avanti per poi fermarsi,
respirando affannosamente.
Le acque avevano iniziato a ritirarsi, lasciando il terreno
della valle spoglio, senza vegetazione. Perfino gli alberi erano stati
sradicati dal terreno e rotolavano verso il basso per ammassarsi in cataste
pericolanti. Una collina sorgeva sopra uno di questi cumuli di detriti.
Coronata di possenti abeti, era rimasta sopraelevata rispetto all’inondazione.
Delle persone si erano rifugiate in quel luogo, piccole come formiche da quella
distanza.
Durante la faticosa discesa sul fianco della montagna le
loro gambe si ricoprirono di fango e l’intero corpo di Naiva era indolenzito.
Ma un grido le accolse quando raggiunsero la collina. Una sentinella le guidò
fin sotto gli alberi. Diversi fuochi stavano divampando per far asciugare i
membri del grande gruppo di caccia. Nessuna tenda era sopravvissuta alla fuga
verso la salvezza, ma i cacciatori avevano comunque il loro equipaggiamento.
Nonna si stava prendendo cura di alcuni feriti. La sua
espressione austera si rilassò leggermente quando le vide, ma questa punta di
sollievo fu l’unico segno di emozione che si concesse.
“Naiva, che cos’hai lì?”
“Un gruppo di goblin morti che stavano cercando di tenderci
un agguato.”
Nonna annuì aspramente. Come sempre, si aspettava che Naiva
avesse fatto la cosa giusta senza nemmeno disturbarsi di elogiarla. “Baishya,
vieni qui, di fianco a me.”
Naiva passò la rete a degli altri cacciatori e seguì Nonna e
Baishya tra gli alberi.
“Cos’è successo, bambina? Alcuni dei nostri stanno
insinuando che a causare la valanga sia stato il tuo viaggio sulla montagna
sacra. Siamo fuggiti a malapena. E, ancor peggio, questa valle impiegherà
generazioni per ripristinarsi. Contavamo sulla grande quantità di cacciagione
di questo luogo per nutrirci, ora che Atarka richiede così tanta carne.”
“È stato il popolo del vento.”
“Hai visto il popolo del vento? Non comunicano con noi da
quando abbiamo chinato il capo in favore di Atarka. Dubito che ora si fidino di
noi.”
“Mi hanno dato un messaggio per te, Nonna.”
“Per me?”
“Per Yasova Artiglio di Drago.”

Naiva si chinò per avvicinarsi, con le mani che si
stringevano in pugni, shockata dall’udire Baishya pronunciare quelle parole.
Atarka aveva bandito il nome Artiglio di Drago e divorato ogni persona che
avesse osato utilizzare quel termine in sua presenza.
“Naiva, non lasciare avvicinare nessuno fino alla fine.”
Nonna strinse il braccio di Baishya. “Dimmi ogni cosa.”
All’ombra degli abeti l’aria sembrava più fredda che mai. Un antico velo di neve aggirò con un semicerchio i tronchi dei grandi alberi rivolti verso nord, dove il sole non batteva mai. Baishya fece uscire tutta l’aria dai polmoni con un’esalazione sibilante. La sua voce divenne più roca mentre entrava in una trance da sussurratrice, immergendosi nuovamente nella visione che le aveva concesso il popolo del vento. Naiva non era una sciamana, ma era sempre riuscita a percepire vagamente i pensieri della sua gemella. Anche lei sembrò immergersi di nuovo in mezzo alla valanga assassina, quando tutto il mondo attorno a loro stava crollando. Tuttavia, non stavano cadendo all’interno di un ricordo, ma di una visione.
Si estende un’ombra, una grande ombra. Non sono nuvole, né
la notte. Increspature si estendono nel vasto abisso d’aria del cielo. L’ombra
è una magnifica creatura, terrificante, oscura e potente, ed è cieca, oppure
nacque in un luogo di cecità e non ha mai avuto bisogno di vedere. Le sue ali
generano tempeste nella sommità dei cieli. Dalle tempeste precipitano
gigantesche pietre-uovo di diversi colori. Alcune si schiantano senza mai
risvegliarsi, ma quelle che si risvegliano si distendono durante la caduta, e
si scuotono nell’enorme e vasto abisso del cielo. Le loro ali si dispiegano,
poiché non sono uova. Sono i figli della grande ombra che vive al di qua e al
di là, in un luogo ed in nessun luogo. Sono draghi neonati avvolti su sé stessi
a forma di sfera, e cadono, rotolando dal cielo, in un turbinio di ghiaccio e
ali.
Da un battito d’ali della grande ombra, cadono sette
pietre-uovo su un mondo che non è Tarkir, nonostante la lingua del popolo del
vento non riesca a definirne un nome.
Il primo a distendersi è il più chiaro. Con un battito di
pallide ali, rallentando la sua discesa, esso apre gli occhi e pronuncia:
“Arcades Sabboth.” Dandosi un nome prende il controllo del proprio destino.
Nessun drago permetterebbe mai a qualcun’altro di decidere il proprio nome. A
differenza delle piccole bestie dei mondi inferiori, essi sanno sempre
esattamente chi sono.
In seguito si innalza un drago le cui scaglie hanno una
lucentezza metallica. La sua voce è pacata e curiosa, come se fosse colto di
sorpresa e lieto di scoprire che anche lui possiede un nome: “Io sono Chromium
Rhuell. Interessante. Chissà cosa significa.”
Un enorme ammasso verde-rossiccio scatta verso l’esterno,
rivelando corna a spirale ed un ululato selvaggio: “Il mio nome è
Palladia-Mors! E nessun’altro può averlo!”
Due delle pietre-uovo più grandi cadono a terra come fossero
già morte. Si frantumano contro il duro terreno e scavano dei crateri da
impatto sul fianco della montagna. Terra e roccia vengono spinte all’esterno,
formando un anello di detriti.
“Che posto è questo?” dice Chromium Rhuell mentre plana
verso il basso per atterrare sgraziato -è ancora molto giovane- sulla vetta di
una montagna isolata che sorge al centro di un ampio altopiano. La montagna ha
una forma conica dai lati lisci, simmetrica e piacevole, con un grande cratere
sulla cima. Lui scruta all’interno della cavità del cratere ma non vede alcun
uovo gigante frantumato. Un vento tiepido risale dalle profondità, caldo e
sulfureo. “Ah! Che piacevole calore!”
Apre le proprie ali, lasciando che il sole asciughi l’umidità presente sulle sue scaglie ancora morbide. Allungando il collo flessibile, studia il paesaggio. La grande ombra scivola sopra una distesa di foreste e praterie verso il crinale di alcune montagne lontane. La luce del sole torna in seguito al suo passaggio, indorando la vista con colori vividi.

Arcades Sabboth si posa di fianco a lui per crogiolarsi. “Ci
sono così tanti alberi attorno al nostro osservatorio, in ogni direzione. E
guarda, abbondano animali di ogni tipo, alcuni su quattro zampe e altri su due.
Alcuni sono selvaggi, e altri si sono addomesticati. Anche loro dovranno avere
dei nomi, proprio come noi. Cos’è quell’assembramento di strutture vicino al
fiume? Sembra molto ordinato ed interessante.”
Il drago verde-rossiccio atterra più in basso per esplorare
i detriti appena formati dall’impatto delle due uova contro la montagna. Sbuffa
di disprezzo ai corpi frantumati che giacciono al loro interno. “Questi due
erano troppo deboli per risvegliarsi. Meno male!”
“Guarda!” lo sguardo di Chromium si alza al cielo. “Ce ne
sono altri due!”
Due piccole pietre-uovo cadono verso il terreno, come
fossero state oggetto di un ripensamento.
Palladia-Mors sbuffa. “Altri esseri deboli e inutili.” Poi
rivolge la sua attenzione verso una prateria lontana, dove delle bestie
pascolano in mandrie numerose. “Io vado a caccia.”
Con un ansimo di fiato che per poco non si accende in
fiamme, si lancia verso il cielo.
Il pendio della montagna copre la traiettoria delle ultime
due pietre-uovo. Perso l’interesse nelle pietre-uovo perdute, Arcades distende
le proprie ali e vola verso l’assembramento di strutture. Eppure Chromium
Rhuell non può far altro che domandarsi cosa possa essere successo alle ultime,
a questi fratelli più giovani, soprattutto quando nessun tremore da impatto ha
scosso il terreno.
Mentre vola in cerchio sul picco, non vede nulla nella parte
inferiore dei suoi pendii: nessun cratere da impatto, nessun drago appena nato
volare, nulla. C’è solamente una fitta distesa di alberi, interrotta di tanto
in tanto da alcuni prati. È come se le altre pietre-uovo si fossero dissolte, e
forse l’hanno fatto realmente. Forse non erano della sostanza di questo mondo
tanto quanto le Ur-ali che le avevano generate e sono tornate nel regno
dell’ombra cieca. Si chiede cosa stia facendo Arcades e se dovrebbe
raggiungerlo, poi nota un’altra caduta di uova tra le colline di una catena
montuosa molto distante, in seguito ad un nuovo battito d’ali della grande
ombra: “Cadono altre pietre-uovo! Cugini!”
Intrigato, vola via per cercarle.
Per questo, lui non vede il groviglio di ali che si distende
appena prima dell’impatto. La sesta pietra-uovo si districa in un confuso drago
verde appena prima di schiantarsi in una radura alla base della montagna e
rotolare diverse volte. Il suo goffo atterraggio sorprende un gruppo di
cacciatori che, con reti, lance dalla punta metallica e dei brutti cani
slanciati, avevano appena abbattuto una grossa bestia carnivora. Il sangue
dell'animale era ancora fumante, fragrante e caldo, quindi la fame che consumava
il suo stomaco fu il suo primo pensiero. Lei ruggisce per farli spaventare.
“Io sono Merrevia Sal. Datemi la carne, o vi ucciderò.”
I cacciatori e i loro cani, confusi, vengono talmente
impressionati dalla sua inaspettata ferocità e dal possente ruggito che non
notano l’ultima pietra-uovo. Essa si districa non in uno, ma in due piccoli
draghi gemellati. A meno di venti passi dalla radura, colpiscono le fronde,
schiantandosi attraverso i rami e, con due tonfi gemelli, si ritrovano sul
terreno della foresta in mezzo a un ammasso di aghi di abete.
“Ahi”, dice il più piccolo dei due. Strofina la testa sul
terreno per pulire un rivolo di sangue nel punto in cui i grossi rami erano
riusciti a graffiare le sue scaglie ancora morbide.
L’altro cerca di aprire le sue ali malconce scuotendole, ma
è intrappolato da dei rami caduti su di lui come fossero una rete. Il tronco di
un albero spezzato blocca il suo corpo. “Sono incastrato”, dice.
“Ti aiuto”, dice il primo, studiando l’altro con occhio
scrupoloso. “Tu sei Nicol, giusto? È questo il tuo nome.”
“Certo che è il mio nome. Shhh, zitto, Ugin. Guarda là. Che
tipo di benvenuto le stanno dando? Non mi fido di loro.”
Nella radura, Merrevia Sal ruggisce nuovamente. I cacciatori
indietreggiano dalla bestia che avevano ucciso. Lei è grossa rispetto ai
bipedi, ma quando cammina in avanti verso la carcassa, trascina leggermente la
sua ala destra. La caduta l’ha ferita. I cacciatori si scambiano uno sguardo
come se stessero parlando tra loro. Con dei cenni del capo e dei gesti, si
sparpagliano. Qualcosa era cambiato nel loro atteggiamento. Sono comunque cauti
e intimoriti ma, mentre lei si abbuffa, loro si muovono lentamente per
accerchiarla con una tipologia di astuzia inferiore, subdola e codarda. Quando
lei alza la testa per sputare loro un po’ di fumo di avvertimento,
indietreggiano. E quando la sua attenzione ritorna al suo pasto, tornano a
muoversi lentamente in avanti.
“Stai fermo.” Ugin inizia a prendere i detriti con i suoi
artigli frontali e con la bocca, cercando di spostarli senza smuovere l’intero
cumulo, che avrebbe provocato troppo rumore e attirato l’attenzione su di loro.
Nicol non riesce a distogliere lo sguardo, colto da una
confusione, una frenesia che si agita nel suo stomaco: il sangue e
l’aspettativa aumentano come la fame. Come osano questi piccoli e deboli bipedi
assaltare una della sua specie?
I cacciatori scagliano una grossa rete sulla testa di lei.
Con un ululato di sorpresa si spinge verso l’alto, per spiccare il volo. I
cacciatori si aggrappano ai bordi della rete e, inizialmente, la sua pura forza
bruta trascina coloro che resistono alla presa verso l’alto, con i piedi che
scalciano in cerca di un appiglio sul terreno dal quale sono appena stati
sollevati. Mentre raggiunge gli alberi più bassi, la rete si aggroviglia
talmente tanto nelle sue ali da farle perdere lo slancio e farla cadere verso
il basso. Schiaccia un cacciatore al suo atterraggio, dimenandosi e ruggendo.
Morde la corda, ma ora la sua ala danneggiata è incastrata in un ramo e non
riesce ad avere spazio di manovra. I cani abbaiano in modo concitato,
mordendogli i fianchi mentre si dimena.
“Svelto! Dobbiamo aiutarla.” dice Nicol.
“Calmo. Se ci vedono, tu sei intrappolato ed io alla loro mercé.”

Nicol sibila. È vero che non possono fare nulla fintanto che
lui è intrappolato. È esasperante. È sbagliato!
Con un soffio di scintille pungenti riesce a respingere il
primo attacco. Il suo soffio rovente fa cadere in ginocchio due cacciatori.
Gridano di dolore mentre le bruciature rendono bianca la loro pelle. Gli altri
indietreggiano. Uno in mezzo a loro grida degli ordini, e caricano ancora, con
le lance nuovamente pronte all’attacco. Attaccano da tutti i lati, urlando
rumorosamente, incoraggiandosi l’un l’altro. Lei apre di netto lo stomaco di
uno di loro con un artiglio, con le budella che cadono a terra in un ammasso di
melma e fetore. Ma la sua morte permette al capo di ottenere un’apertura per
accucciarsi sull’altro lato e conficcare la lancia in profondità nelle scaglie
ancora morbide del ventre. Sangue caldo sgorga dalla ferita, ricoprendo il capo
di rosso dalla testa ai piedi. Lei cade sul lato, con l’ala bloccata che si
strappa con un suono orribile. Un altro cacciatore viene abbattuto, schiacciato
dal peso del corpo in caduta, ma ora la testa è vulnerabile. Due cacciatori la
colpiscono nell’occhio destro. I cani scattano verso il ventre scoperto,
scavando ed esponendo le viscere.
Eppure lei continua a lottare, continua a combattere perché
è un drago, e i draghi non si piegano mai alle creature inferiori. Stritola un
cane tra i suoi denti. Trascinandosi sul lato sinistro, con le due lance ancora
penzolanti dall’occhio, si dirige verso gli alberi, cercando una via di fuga
anche quando non esiste, perché i cacciatori sopravvissuti, incluso il capo
ricoperto del suo sangue, la inseguono.
Nicol è ancora bloccato. Apre la sua bocca per ruggire
furioso, ma Ugin stringe gli artigli attorno al suo muso, soffocando l’urlo.
“Zitto.”
Oggi la fortuna arride ai due giovani draghi: la preda porta
i predatori lontano da loro. Ma loro riescono a udire le urla e il folle
abbaiare. Quasi impercettibile, in mezzo a tutto quel frastuono, si sente il
debole soffio del drago mentre cerca di bruciarli. Si sentono altri colpi, un
ululato di dolore, dei sospiri agonizzanti e, infine, un urlo di morte.
“Svelto, Ugin!” dice Nicol. “Non è ancora troppo tardi. Li
sta ancora uccidendo.”
“Dai un calcio con la tua zampa posteriore destra.”
Nicol calcia qualcosa, smuovendo un peso.
“Questo era l’ultimo.”
Impaziente, Nicol scatta in avanti, inciampando su un cumulo
di rami dalla dura corteccia, mentre il resto dei detriti scivola sul terreno.
Mentre lui e Ugin si muovono velocemente nello spiazzo disseminato dei cadaveri di cinque cacciatori e tre cani, un coro di urla trionfanti si fa largo nell’aria. L’odore della mortalità colpisce come una raffica di vento attraverso gli alberi. La morte di un drago sa di miele. La sua dolcezza è il suo potere, nonostante questi cacciatori ancora non lo sappiano.
“È troppo tardi”, sospira Ugin.
Il calore della rabbia ribolle dal profondo del cuore di
Nicol. Li avrebbe bruciati. Li avrebbe bruciati tutti.
Ugin afferra la sua zampa posteriore destra e lo costringe a
fermarsi. “Loro sono in molti e noi solo in due. E siamo anche più piccoli di
nostra sorella.”
“Noi non siamo feriti.”
“Non possiamo fare nulla per lei.”
“Possiamo vendicarla. Non possiamo permettere a queste
gracili creature di attaccarci.”
“Prima dobbiamo trovare gli altri. Superiorità numerica,
come quella dei cacciatori. Nemmeno uno di loro avrebbe potuto sconfiggerla da
solo.”
“Quali altri?”
“Gli altri draghi caduti insieme a noi. I nostri fratelli.
Non li hai notati?”
Nicol guarda il cielo sgombro da nuvole e l’accecante sole
lucente. Il sole è magnifico, più vivido e più luminoso di qualsiasi altra
cosa, abbagliante e potente, l’antitesi dell’ombra e della paura.
“Non ho paura dei cacciatori”, dice, sicuro che il sole non tema nulla.

“So che è così.”
“Dico davvero!”
Ugin è giovane ma intelligente. Capisce che litigare non
porterà a nulla. “Vieni, Nicol. Arrampichiamoci sulla cima del picco e vediamo
se riusciamo a vedere i nostri fratelli.”
Nicol non ha intenzione di ammettere di non aver notato
altri draghi, eccetto Merrevia Sal. Ma quello che detesta di più è fuggire via
come un debole intimorito. Eppure i cani hanno iniziato ad abbaiare con i
feroci guaiti che segnalano una nuova traccia da seguire. È vero, i cacciatori
sono gracili, e la loro sorella ne aveva già uccisi cinque, ma avevano
dimostrato di poter lavorare all’unisono per eseguire un compito che sarebbe
stato impossibile per ciascuno di loro da solo.
“Da che parte?”
“In alto.”
Ugin prende una strana rincorsa e salta con un battito
d’ali, poi cade per terra, sul terreno. Sarebbe stato divertente se a breve non
sarebbero stati messi in trappola da degli assassini già incoraggiati dalla
loro impresa.
“Posso farcela”, dice Nicol.
Il coro di latrati frenetici si intensifica, mentre diversi
cani corrono nella radura. Una scarica di adrenalina si innesca in lui. Salta
in avanti verso il cane a capo del branco e gli stacca la testa con un singolo
morso. Il sangue salato riempie la sua bocca. Mastica qualche volta, per poi
ingoiare. Avrebbe avuto un sapore migliore se avesse potuto assaporarlo, ma dei
denti lo stavano mordicchiando ai fianchi mentre gli altri cani stavano
correndo attorno a lui.
“Nicol! Stanno arrivando.”
“Solo i codardi fuggono.”
“Solo gli stolti confondono la prudenza con la codardia.”
Infastidito dal fatto che Ugin avesse ragione, Nicol disegna
un grande cerchio con i propri artigli, facendo indietreggiare i cani. Altri ne
stanno arrivando dai cespugli ai lati della radura. Le voci dei cacciatori si
fanno più forti. Quando si spinge con le zampe posteriori e batte le ali, si
innalza più velocemente di quanto avesse previsto. Nonostante ciò, era comunque
strano. I suoi piedi artigliati sfregano contro le fronde appuntite degli
abeti. Vola via dalla radura a malapena, senza venire avvinghiato nuovamente
dagli alberi. Ma è fuori, lontano dai cacciatori, alcuni dei quali solo ora
sono arrivati nella radura. Lo fissano, guardando verso l’alto, sicuramente
sbalorditi.
Mentre si innalza al di sopra della foresta, inizia a volare
verso il picco. Si guarda indietro, improvvisamente preoccupato. Ugin è
sparito.
“Da questa parte!” Il suo gemello l’aveva già superato.
Volano velocemente verso la vetta e atterrano in un turbinio
di ali.
Nicol si pulisce il sangue dal muso con le zampe anteriori.
Il sangue si sta già raffreddando e raggrumando, ma il battito del suo cuore è
ancora veloce. Quant’è stato facile strappare la testa dell’animale dal suo
collo! Avrebbe potuto fare a pezzi tutti i cani, visto che i loro denti non
riuscivano a penetrare le sue scaglie. Sono i cacciatori quelli pericolosi, con
le loro armi e il modo in cui lavorano insieme per ottenere qualcosa che non
potrebbero fare da soli.
Poi nota il cratere di impatto vicino e il corpo di un drago
al suo interno, molto più grande sia di lui che di Ugin. Non era sopravvissuto
alla caduta.
“Quale morte è peggiore?” chiede. “Non risvegliarsi mai, o
risvegliarsi e vivere i tuoi unici momenti in una follia di paura e lotta?”
Ugin non risponde. Fissa il panorama intorno. Il mondo non è
nuovo, ma loro lo sono, come infanti che non capiscono appieno ciò che vedono i
loro occhi: foresta verde, pianure erbose giallo-verdi, i fili argentati dei
fiumi che si snodano attraverso un vasto altopiano. Ogni sorta di creatura vaga
per questo grande mondo. Tutto attende di essere scoperto. Ugin sposta il suo
sguardo in alto e fissa a lungo i cieli.
“Da dove proveniamo?” chiede. “Dov’è andato il nostro
progenitore? Cosa si cela oltre il cielo?”
“Ne vedo uno!” Nicol individua un drago che si getta in picchiata su una mandria di animali. È inebriante osservare la preda che scappa dalla paura. Il drago afferra una bestia in fuga con grazia e potenza inaudite.

Si odono ancora i latrati dal basso, quando i cani trovano i
detriti provocati dall’atterraggio suo e di Ugin. Quando pensa alla sorella
morta, vuole fare a pezzi tutti i cani e tutti i cacciatori, ma forse la colpa
non è loro. Hanno semplicemente colto l’opportunità per ottenere qualcosa che
desideravano. Forse la colpa era dei draghi che non erano sopravvissuti.
Poteva ancora sentire l’ululato di morte di Merrevia. Morire
non era bellissimo. Era pessimo. Ma essere il cacciatore: quella era una cosa
migliore. Si arrampica su un affioramento che gli permetterà di lanciarsi verso
una corrente ascensionale: sta già iniziando a capire questo mondo, proprio
come venti e correnti invisibili possono aiutare a trovare un percorso nel
cielo.
Prima di lanciarsi, si ferma, sentendo l’assenza del suo
gemello, e si gira indietro.
Ugin non si è mosso. Sta ancora fissando sognante il
panorama.
“Stolto”, dice Bolas, “dobbiamo raggiungere gli altri.
Avvertirli riguardo i cacciatori. Capire come ottenere la nostra vendetta.
Svelto!”
Ugin rivolge uno sguardo tranquillo verso Nicol. I suoi
occhi sono come cristalli le cui profondità mostrano infiniti segreti.
Lui dice: “Qualcuno ti sta cercando, Yasova Artiglio di Drago. Vieni al mio cospetto.”
Un grido di avvertimento sovrastò la roca voce di Baishya.
Lei sbattè le palpebre violentemente, barcollante a causa della visione che se
ne stava andando, e collassò tra le forti braccia di Nonna. Naiva afferrò la
lancia e corse verso il limitare degli alberi.
Tre draghi erano atterrati al confine dell’accampamento di
fortuna. Erano della covata di Atarka, dal corpo tarchiato e dalle creste a
forma di corna. I due più grossi sbuffavano, minacciando di lanciare delle
fiamme ma, come quasi tutta la progenie di Atarka, non avevano esattamente una
mente con la quale pensare. Il più piccolo, tuttavia, aveva una punta di
astuzia nei suoi occhi infuocati. Parlava solo la Lingua Draconica, dando per
scontato di essere compreso.
“Sentiamo odore di magia nell’aria. Dateci i vostri
sciamani, o vi uccideremo tutti.”
Il battito di Naiva accelerò, e la sua bocca si seccò.
Strinse la mano che impugnava la lancia mentre scambiava alcuni sguardi con i
cacciatori feriti, i quali erano in piedi, come lei, con le lance rivolte verso
l’alto al proprio fianco: in questo modo non risultavano minacciose, ma
potevano difendersi con un veloce gesto. Eppure difendersi significava
attaccare i draghi, ed un tale attacco avrebbe causato una guerra tra Atarka e
il clan. Gli umani non avrebbero potuto vincere questa guerra: è quello che Nonna
aveva compreso diciotto anni prima.
Era meglio morire combattendo o vivere servendo?
“Quali araldi si sono avvicinati a questo umile gruppo?”
Nonna emerse da sola dagli alberi. Non aveva armi; il bastone con l’artiglio di
drago che un tempo rappresentava la sua posizione di capo clan era stato
nascosto nelle profondità di una caverna segreta, difeso da dei sussurratori
nascosti. Un falso era stato fabbricato e portato ad Atarka perché lo
distruggesse. Ma la sola presenza di Nonna bastava come arma. Naiva doveva
ancora capire di cosa avesse paura. “Io sono Yasova, Prima Madre di questo gruppo
di caccia. Hai un nome, onorevole figlio della covata?”
Il drago espirò una lingua di fiamme d’avvertimento sul
terreno. “Una grossa frana di neve ha spaccato il ghiaccio ed è caduta dalla
montagna. Come avete fatto a sopravvivere alla frana? Perché non siete stati
strappati via come gli alberi? Abbiamo annusato l’orribile odore della magia.
Quest’arte vi è proibita per ordine del Signore dei Draghi Atarka.”
Nonna fece un cenno verso gli abeti, dritti e stabili dietro
di lei. “Ci siamo accampati su questa collina”, mentì. Per qualcuno che
conoscesse anche solo il minimo indispensabile sugli accampamenti o che avesse
un mezzo cervello funzionante, si poteva notare che non c’erano segni di
bracieri e di ripari temporanei. “La valanga e l’inondazione ci sono passate
sotto. Chiediamo il vostro permesso di poter continuare il nostro viaggio.”
Il drago sbatté le palpebre una volta, e poi una seconda
volta, mentre i pensieri si facevano strada nella sua debole mente. “Dove
andate?”
Avevano pianificato di rimanere per un intero ciclo lunare
nella valle verdeggiante, prima di tornare verso Ayagor, quindi Naiva venne
sorpresa dalle parole di Nonna.
“Il nostro convocatore di caccia ci ha assegnato una ronda
lungo il lato orientale del Qal Sisma per contrastare le incursioni dei clan
nemici. Ci piacerebbe continuare il nostro viaggio fintanto che c’è ancora la
luce del sole. Per il vostro disturbo, e per mostrarvi rispetto, abbiamo
preparato un piccolo spuntino per voi.”
Incrociò lo sguardo con Naiva e alzò il mento in direzione
della rete. Con l’aiuto di uno degli altri cacciatori, Naiva la trascinò in
avanti e fece cadere i cadaveri sulla pendenza rocciosa. I due grossi draghi
annusarono ansiosamente, guardando il loro capo per ottenere il permesso di
mangiare. Perfino quello più piccolo era stato distratto dall’offerta di uno
spuntino inaspettato. Erano tipi avidi, e la loro fame era la loro debolezza.
Mentre banchettavano con i goblin, Nonna fece indietreggiare
tutti al riparo sotto gli alberi. “Pronti a muoversi”, disse. “I feriti che non
possono spostarsi devono rimanere qui con le provviste finché non possiamo
tornare per venire a recuperarli.”
“Dove stiamo andando, veramente?” chiese Naiva.
Nonna le lanciò uno sguardo impaziente. “Dovresti già
saperlo.”
Le guance di Naiva divennero rosse dall’umiliazione. Con le
dita si strofinava la manica, e si voltò per ritrovarsi Baishya di fianco, col
viso arrossato come se avesse avuto la febbre.
“Non hai sentito, Nai? La visione mi era stata trasmessa dal
popolo del vento, ma non proveniva originariamente da loro.”
“E da chi proveniva?”
“Da Ugin, lo Spirito Drago.”
“Ugin è morto. Nonna era lì e lo vide morire. Ci ha
raccontato quella storia un centinaio di volte.”
“Sì. Ecco perché dobbiamo andare alla tomba di Ugin. Dobbiamo scoprire cosa preannuncia questa visione.”