«La sto annoiando, signorina Squallheart?»
Sussulto e sbatto il ginocchio contro la scrivania. Ho le gambe decisamente troppo lunghe per qualsiasi cosa qui a Strixhaven, e le sedie dell'ufficio di Uvilda non fanno eccezione. La Decana della Perfezione siede con le mani intrecciate con delicatezza, in perfetta sintonia con la magia fredda e controllata che padroneggia. E, nel caso qualcuno avesse bisogno di ricordarselo, il suo ufficio è identico. Pareti cobalto, tappeti cerulei e tende azzurre velate che tremano alla brezza frizzante. L'unica nota stonata nell'arredamento è il candelabro. E me, suppongo.

Uvilda solleva un sopracciglio sottile. «Qualcosa che
conosco?»
«Non credo.» È un suono lieve, un motivo lontano che non
riesco ad afferrare del tutto. Solo una singola linea melodica che si ripete
da quando mi sono svegliata stamattina. «Non ricordo bene le parole.»
«Davvero? La memoria sembra essere un problema questo
semestre, non è vero?»
Torco uno dei braccialetti che ho al polso. «Immagino che
dovrei scrivermele, le cose.»
Lei ridacchia, come se avessi fatto una battuta. Armeggio
nervosamente con i braccialetti sull'altro braccio. Li indosso soprattutto per
impedirmi di mangiarmi gli artigli.
Tutto sommato Uvilda è a posto. Per essere una maga anziana
ho visto molto di peggio, dovendo subire feste piene di amici e ammiratori di
mia madre, sopportando ore di pettegolezzi, pugnalate alle spalle e arrivismo
sociale. La Decana ha solo la tendenza a parlare con le persone come se
fossero complessi calcoli magici da risolvere con la giusta frase di
attivazione.
«Non sono qui per scoraggiarla, signorina Squallheart. Al
contrario. Voglio metterla in condizione di fare il miglior lavoro possibile
qui all'Accademia Prismari.»
«Lo so.»
«È l'unica studentessa che non ha ancora fatto richiesta per
una valutazione, e i miei professori mi dicono che è perché, finora, non ha
completato nulla.» Si ferma, aspettando che io trovi una scusa. Non ne ho. «È
passato quasi un mese dall'inizio del trimestre, signorina Squallheart.»
Guarda con intenzione i miei braccialetti tintinnanti e mi
costringo a lasciarli andare. «Non è... del tutto vero. Ho completato delle
cose. Solo che... non ho consegnato nulla.»
«E per quale motivo, di grazia?»
Esito. «Non sono... giuste. Non sono pronte.»
«Non dovrei essere io a giudicarlo? Una valutazione serve a
questo.»
Alzo le spalle. Vorrei dirle che so già esattamente cosa
criticherebbe, ma so che lo troverebbe impertinente. Mia madre lo fa sempre.
Accanto a Uvilda sulla scrivania, la fiamma di una candela cattura la mia
attenzione. Si comporta in modo strano, tremolando leggermente fuori tempo
rispetto alle altre.
«Signorina Squallheart?» Mi rivolge un sorriso sottile.
«Un'altra canzone piantata in testa?»
Faccio un respiro profondo. Il campus di Strixhaven è
impregnato del sapore della magia, ma questo edificio è particolarmente
pungente. Trattengo un starnuto. «Non ho nulla di pronto per una valutazione e
non ho una buona scusa. Non so cos'altro dire.»
Mi aspetto rabbia; quello che ricevo è infinitamente peggio.
Uvilda assume un'espressione premurosa, quasi da nonna. Sembra costarle una
gran fatica. «C'è qualcosa di cui vorrebbe discutere, Rootha?»
Mi fermo un attimo. «In che senso?»
La sua espressione non cambia, ma le sue pinne si arruffano
per il fastidio. Tutte le candele sulla sua scrivania tremano per lo
spostamento d'aria, tranne una. «Pensieri che la tormentano, turbamenti
emotivi? Problemi a casa?»
Ritiro tutto. Uvilda è esattamente come tutti gli altri.
Un'ondata di calore mi sale lungo il collo. «Questo non c'entra niente con mia
madre.»
«Sua madre era un'incantatrice incredibilmente talentuosa e
raffinata.» O Uvilda non ha notato la mia rabbia, o non le importa. «Era...
vediamo, la terza generazione di studenti Prismari nella sua famiglia?»
I miei occhi vengono attirati irresistibilmente da una delle
opere d'arte esposte nell'ufficio. La replica perfetta di un fiocco di neve,
fin nella sua delicata struttura cristallina. Freddo, ma senza mai sciogliersi.
Un saggio di magia impeccabile e sicuro. Mia madre lo creò durante il suo primo
mese a Prismari. Vorrei distruggerlo a mani nude.
«Quarta», dico. «Era la quarta. Io sono la quinta.»
Una maga Squallheart incapace persino di finire un progetto.
Le fiamme delle candele sussultano di nuovo, danzando nella brezza. Mi lascio
cullare dal movimento, permettendo alle chiacchiere di Uvilda sulla mia
famiglia di scivolarmi addosso.
«E per rispetto verso sua madre, e in segno di deferenza
verso il talento che so che possiede, le concederò la possibilità di
riscattarsi.»
Trattengo una risposta acida. Un effetto collaterale del
crescere senza amici della propria età è la tendenza a rivolgersi alle figure
d'autorità come se fossero tuoi pari. «Ah sì?»
«Mi porti un progetto completato entro domani...»
«Domani?» Le candele divampano insieme al mio temperamento.
L'espressione di Uvilda si fa decisamente acida. «Ha detto
lei stessa di avere dei lavori finiti. Me ne porti uno. O temo di non poterle
più garantire un posto all'Accademia Prismari.»
Le fiamme delle candele si alzano ancora di più. Calmati,
calmati. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato un momento del genere, non
c'è motivo per cui io perda il controllo. Le candele si placano. Tutte tranne
una, che continua a danzare.
Non mi stupisco quando, non appena superata la soglia dell'ufficio di Uvilda, si sente un sibilo e un divampare di luce rossa, seguito da uno strillo di fastidio.

«Oh, andiamo, datti una calmata», dice una voce dalle sfumature scoppiettanti.
«Salve, Decano», dico con voce spenta, guardando sopra la
mia spalla. «Ha l’abitudine di appostarsi nelle fiamme delle candele durante le
valutazioni degli studenti?»
«Uff, chiamami Nassari. "Decano" era il nome di
mio padre.»
«Aspetti, davvero?»
«No.» L'altro anziano mago di Prismari si picchietta un dito
scuro sul mento. «Non so perché l'ho detto. Comunque, chiamami Nassari. Noi
efreet non badiamo alle cerimonie.»
«Nassari», dico, dato che non sono mai stata un granché
nemmeno io con le cerimonie. «Stessa domanda, immagino.»
«Hmm? Oh, no. La maggior parte degli studenti di Uvilda è di
una noia mortale.»
I piedi di Nassari non toccano del tutto il terreno; una
fiammata si concentra tra i loro talloni e il mosaico del pavimento. Quasi mi
aspetto di vedere una scia di bruciature, ma la sua magia è fin troppo
controllata per questo. Dopotutto, è il Decano dell'Espressione, e tiene a freno con decisione ciò che quell'espressione comporta.
«Tu però mi interessi, Rootha. E volevo estenderti
un'offerta di aiuto, se mai dovessi desiderare un consiglio che sia meno, come
dire...»
«Pratico?»
«Stavo per dire "fastidiosamente estenuante", ma
il tuo termine è molto più diplomatico.»
Siamo arrivati in cima alle scale e non sono sicura che
Nassari abbia intenzione di seguirmi giù. Il suo ufficio si trova in alto
nella Sala di Conjurot, insieme ai suoi appartamenti e al laboratorio. Se
chiedessi aiuto a Nassari, probabilmente potrebbe farmi avere una proroga.
Probabilmente potrebbe farmi avere più di questo. Una tregua.
«So che la magia della tua famiglia vanta uno stile
inconfondibile», dice. «Ma non credo che ti si addica.»
«Che cosa significa?» Mi esce più affilato di quanto
intendessi.
Nassari si avvicina. Quasi mi tiro indietro a causa della
sua pelle che si tinge di rosso e arancione, e delle fiamme che sbocciano nei
suoi occhi. Gli efreet hanno la reputazione di essere astuti e imprevedibili.
Ma, d'altronde, gli orchi hanno la reputazione di essere violenti. Resto
immobile.
«C'è più in te di quanto lasci a vedere», dice Nassari, con
gli occhi abbastanza caldi da bruciare. «C'è della magia selvaggia in te.»
Il ricordo mi colpisce come uno schiaffo, le stesse
identiche parole pronunciate da una voce diversa. Magia selvaggia.
Foglie verdi, cielo blu e rosso. Rabbia rossa, sangue rosso. Un urlo nelle
orecchie e un'euforia malata e vertiginosa che esplode nelle mie vene.
Inciampo. Nassari mi afferra prima che io possa ruzzolare
giù dalle scale.
«Sto bene», ansimo, prima che possa chiedere. «Grazie per
l'offerta, ma me la caverò.»
Almeno una cosa buona è venuta fuori dai discorsi della
Decana Uvilda su mia madre: ricordo da dove viene la canzone che ho piantata
in testa. Non le parole o il titolo, ma la sua fonte. Mia madre la cantava tra
sé e sé mentre lavorava. Una tavolozza in una mano, un pennello nell'altra,
china sul cavalletto mentre canticchiava dolcemente. Io mi sedevo sui tappeti e
mescolavo i pigmenti per lei, mentre i miei fratelli correvano fuori con i
bambini del vicinato.
«Giallo, Roothie», diceva, «il più brillante che riesci a
fare.» E io facevo del mio meglio per mescolare i colori come voleva lei. Anche
quando sbagliavo, i dipinti erano sempre bellissimi. Tutto ciò che faceva era
bellissimo.
Tutti gli studenti di Prismari hanno il proprio alloggio:
uno spazio abitativo e uno studio. Il mio è sul lato ovest del campus, con
vista sul limite del Cammino dell'Opus. Quando arrivo a casa, uno dei soli sta
tramontando sopra il lago, proiettando una luce scintillante sulla sua
superficie. Mi verso un goccio di liquore secco all'amaranto con ghiaccio,
bevendo a piccoli sorsi e canticchiando tra me la vecchia canzone di mia madre
mentre cerco il candidato ideale per la valutazione di Uvilda. Anche se, se mi
ubriaco abbastanza, potrei semplicemente decidere di fare le valigie e
scappare.
Una fila di tele è appoggiata alla parete dello studio:
paesaggi generici e ritratti. Tutti fatti nell'ultimo mese, e nessuno vale il
pigmento con cui è dipinto. In teoria stavo facendo pratica con la tecnica, ma
niente qui vale una valutazione. Come ho detto a Uvilda, so già tutto quello
che mi dirà.
Mi avvicino al tavolo da lavoro, disseminato di carta da
disegno, pennelli e uno scalpello ammaccato da quando l'ho scagliato contro il
muro la settimana scorsa. Il mio pezzo più recente della lezione di scultura
arcana si trova in mezzo ai detriti. Sospiro. Quello è probabilmente la mia
scommessa migliore.
Il pezzo è di un blu profondo e freddo. Starebbe benissimo
nell'ufficio di Uvilda. Ma a parte questo, non c'è nulla che lo raccomandi.
Sembra solo un'esplosione caotica, un'onda congelata a metà spruzzo, perché è
esattamente quello che è. Ho riempito un secchio d'acqua e l'ho rovesciato sul
pavimento dello studio, congelandolo mentre mi rimbalzava addosso lo spruzzo.
L'effetto non è neanche lontanamente spettacolare come speravo.
Mia madre tesse sculture intricate e scintillanti di acqua e
ghiaccio, intrecciando ogni singola molecola a livello base per costruire la
struttura più delicata e lucente. Tutto ciò che so fare io è congelare tutto
all'istante, il che significa che non ho alcun controllo sul suo aspetto.
Nessuna sfumatura, nessun senso artistico. Solo magia grezza e non filtrata,
scagliata in un'esplosione scoordinata. Magia selvaggia.
Brividi. Mi verso dell'altro liquore all'amaranto e
rinfresco l'incantesimo di congelamento perché la superficie sembra un po'
troppo gocciolante. La magia arriva quando la chiamo, ma è pigra e sfocata.
Vorrei dare la colpa all'alcol, ma...
Mia madre aveva una ciotola di biglie nel suo studio e io ci
giocavo mentre lei lavorava, rovesciandole sul tappeto per formare delle
sagome. Gatti, cani, draghi, orchi, tutti vestiti a festa per la battaglia.
Amavo allargare le mani sopra di esse e sentire le piccole sfere di vetro
contro i palmi, mescolarle, spingerle insieme. Ma se volevo che i contorni
fossero precisi, dovevo allineare le biglie una per una, lentamente e con cura.
È questo che mi sembra fare il tipo di magia di mia madre.
Lento, attento e noioso.
Inizio a sentire gli effetti del liquore quando qualcuno
bussa alla porta.
«So che sei lì dentro, Rooth. Riesco a percepire la
malinconia.»
In uno stato di torpore, sblocco la porta. Una donna si
trova sulla soglia, gli occhi di un nero lucido nella luce fatata che illumina
il corridoio.
«Felisa?»
Lei sorride, un sorriso storto e splendido che rivela la
punta di un canino affilato. «Non mi inviti a entrare?»
Mi schiarisco la voce. «Entra.»
Mi scivola accanto con eleganza. Felisa Fang è vestita per
uscire con un abito argento e nero, i capelli raccolti alti per rivelare il
collo snello e le orecchie leggermente a punta. È lo stesso vestito che
indossava l'anno scorso, quando noi due abbiamo passato la notte al pub, unite
dalla necessità di non conoscere nessun altro. Felisa, perché veniva dall'altra
parte del mondo, e io perché la mia capacità di fare amicizia era pateticamente
atrofizzata. Abbiamo bevuto troppo e ci siamo raccontate le nostre storie. O
abbiamo mentito, per lo meno. Io le ho dipinto un quadro dorato della mia
crescita con Samara Squallheart, acclamata artista-maga, e lei mi ha parlato
del clan Fang e del loro immenso palazzo.
Che fosse vero o no, era all'altezza di quella finzione: una
vampira, elegante e acuta, con un'arguzia spietata, unica anche tra i suoi
simili. Mi era piaciuta così tanto quando ci siamo incontrate.
Mi piace ancora. Almeno in teoria. In pratica, ci siamo a
malapena parlate da quando abbiamo scelto le nostre accademie.
«Beh, questo posto è enorme!» annuncia Felisa, girando su se
stessa al centro della stanza in modo che la gonna si allarghi. «Hai un'intera
stanza in più! Com'è che sarebbe equo? Dovrò lamentarmi con il decano... è del
tutto inaccettabile che io non abbia uno studio tutto mio, anche se non so
dipingere nemmeno a pagarmi. Oh, stavi lavorando?»
«Avevo quasi finito.» Restiamo in piedi l'una di fronte
all'altra, ai lati del mio tavolo da lavoro. «Ti serviva qualcosa?»
«Non ti vedo da una vita, ho pensato di passare a
controllare. Non sei più venuta al Bow’s End.»
Divento subito sospettosa. Non perché ci fossimo lasciate in
cattivi rapporti, ma perché c'è qualcosa di preparato in questa conversazione.
«Non ho molta voglia di bere ultimamente», dico con cautela.
Felisa inclina la testa verso il bicchiere che ho in mano.
«Non ho molta voglia di bere in pubblico, ultimamente»,
correggo il tiro.
«Uh-huh.» Allunga la mano verso la scultura e devo sforzarmi
per non scacciargliela con un colpo. «L'hai fatta tu?»
Annuisco.
«È carina.»
«Carina.» La mia voce sembra provenire da un punto esterno
al mio petto.
«Sì.» Gli occhi di Felisa luccicano sotto le luci dello
studio. «Non carina quanto te, però.» Ride, un suono caldo e musicale. È di un magnetismo tale che vorrei ridere con lei. «Non so nemmeno perché ti
trovi qui.» Fa un passo in avanti, così vicina da poterla toccare allungando la mano. «Se fossi carina come te, non mi prenderei nemmeno il disturbo di
andare all'università.»
Il calore mi colpisce le guance, poi il petto, poi lo
stomaco, forte, mentre l'irritazione si rannicchia dentro di me come un pugno.
«Non farlo.»
«Cosa?»
«Non usare la magia su di me.» Mi allontano da lei. «Ne so
abbastanza da non fidarmi di nulla di ciò che dice qualcuno dei Pennargento.»
I canini di Felisa brillano in un ringhio, prima che riesca
a rimettersi sotto controllo.
«Wow. Beh, va bene. Ti stavo solo offrendo un po' di
incoraggiamento, mi sembrava che ne avessi bisogno.»
«Che cosa vorrebbe dire?» ribatto secca.
Felisa è una Vanagloriosa: usa le parole per ispirare o
rimproverare, il che può provocare intensi picchi e crolli nella stabilità
emotiva di un bersaglio. È un tipo di magia complesso che non è facile da
insegnare. O ci sei portata, o no. Sento la sua pressione contro l'interno
delle palpebre e sul retro della gola.
La rabbia che covavo nel profondo del mio stomaco fin
dall'incontro in ufficio oggi rifiorisce in un inferno. «Smettila! Non ho
bisogno delle tue bugie, del tuo incoraggiamento o di qualsiasi altra cosa tu
abbia da offrire.» La magia turbina dentro di me, spingendo contro la struttura
stessa delle mie ossa. Vedo sangue rosso e cielo blu e sento le urla che mi
circondano. E poi vedo solo Felisa, che mi guarda come se non sapesse chi sono.
«Forse è meglio se te ne vai.»
Se ne va.
Sto tremando. Sento i piccoli tremori nelle braccia e nelle
gambe. Verso dell'altro amaranto nel bicchiere e lo mando giù in un sorso. Carina.
Carina. A cosa mi servirà essere carina? L'arte di mia madre è più che
carina. È trascendente. È potente. Se porto qualcosa di carino alla
Decana Uvilda so esattamente cosa dirà.
Quando la mia mano si allunga verso il mio progetto, è come se appartenesse a qualcun altro. I miei artigli brillano e i miei braccialetti tintinnano insieme. La mia scultura risuona come mille minuscole campane mentre la riduco in pezzi sul pavimento dello studio.

Il Cammino dell'Opus è deserto di notte, ma le luci fatate
bruciano lungo il sentiero, guidando i miei passi. Cammino barcollando oltre
file e file di vecchi progetti artistici, splendidi e impossibili, donati
all'accademia da studenti riconoscenti. Tutti lasciano qualcosa quando si
diplomano: è la tradizione.
Non è difficile trovare quello di mia madre. Riconosco la
sua magia a vista.
La sua creazione più grande: una cascata infinita che sgorga
dal nulla e scompare di nuovo nel niente. La magia è impeccabile, ma facile da
interrompere. Con un tocco delle dita, percepisco tutti i punti in cui è
rimasta unita per decenni. Potrei dipanarla filo per filo, o potrei
semplicemente farla a pezzi.
Un brivido di gioia vendicativa mi sale dentro. Samara
Squallheart è famosa, amata, ma la sua opera verrà distrutta con la stessa
facilità di quella della sua inutile figlia.
«Io non lo farei. Diventerebbe un pasticcio.»
Un sottile cordone di fiamma mi avvolge il polso, più vapore
che fuoco. Ma non appena provo a fare resistenza, si scalda, sempre di più,
finché non caccio un urlo per la scottatura.
Il Decano Nassari mi lascia andare e mi tende una mano con
pazienza. «Fammi vedere.»
Il tono non è arrabbiato, ma c'è abbastanza autorità
naturale nella voce che non mi sognerei mai di disobbedire. Non è magia. Solo
autorità. La pelle di Nassari è perfettamente fresca al tatto e, quando fa
scorrere il pollice sul mio polso, la bruciatura scompare. «Come nuovo.»
Mi tiro indietro. Mi sento così vuota che mi sembra di
produrre un'eco. «Mi stava seguendo?»
«Sì.»
«Oh.»
Non mi aspettavo tanta onestà, e di certo non senza un
rimprovero allegato. Ed è un bene che ti abbia seguito.
«Ha mandato anche Felisa da me?»
Gli occhi di Nassari, simili a carboni ardenti, si
restringono. «Non so chi sia.»
«È di Pennargento. Una Vanagloriosa. Siamo... eravamo
amiche. È venuta da me dal nulla e ha iniziato a usare la magia di
incoraggiamento su di me.»
Nassari emette un suono con la gola che mi ricorda il fuoco
che divora la pergamena. «Questo somiglia più allo stile di Uvilda che al mio.
Ha funzionato?»
Sbuffo. «Non mi piace che si giochi con le mie emozioni.»
«A nessuno piace.»
«A qualcuno deve piacere», dico. «Altrimenti nessuno a
Pennargento avrebbe un lavoro.»
Gli occhi di Nassari brillano ancora di più. «Mmmh, ma si va
da una Vanagloriosa perché lo si desidera, o perché non si ha scelta?»
Non sono abbastanza sobria per questo. «Non lo so! Perché la
gente fa quello che fa?»
«Ah, l'eterno enigma. Discutiamone lontano da delicate opere
d'arte. Amo un briciolo di distruzione, ma i golem del giardinaggio mi faranno
secco se ti lascio devastare il prato.»
Dopo un momento di esitazione, prendo il braccio che mi
offre e mi lascio guidare lontano dalla cascata di mia madre. «Quindi mi sta
dicendo che Uvilda ha spinto la mia amica a usare la magia su di me per...
cosa? Il senso di una valutazione è che il lavoro lo faccia io!»
«Mmmh.» La bocca di Nassari si serra. «Forse non è il tuo
successo che sta corteggiando, quanto l'attenzione di una parte interessata.»
Fatico a comprendere cosa intenda, e quando ci riesco, la
rabbia torna a salire dentro di me in spirali sempre più strette. «Mia madre.
Ovviamente.»
«Gli Squallheart sono stati generosi con le donazioni in
passato», dice Nassari.
Lo so. Certo che lo so. Ma in qualche modo non mi era mai
passato per la mente che potessi essere stata ammessa a Strixhaven solo per la
fama di mia madre. Sapevo che sarei andata a Strixhaven perché è quello che
fanno le donne Squallheart, ma avevo dato per scontato, forse pessimisticamente
da idiota, che ci sarei arrivata per i miei meriti.
Sono contenta che Nassari sia qui, perché non sono sicura di
cosa farei se fossi sola. So che percepisce la violenza repressa dentro di me.
La magia selvaggia.
«Posso dirti un segreto?» La luce fatata rende spettrali le
fiamme del Decano.
«Io... credo? Non sono un granché con i segreti.»
«Non importa, mi fido di te.» Nassari si picchietta un dito
sulla bocca, mimando un sussurro. «Non ho mai sopportato tua madre.»
«Cosa?» Tra tutte le cose al mondo che avrebbe potuto dire,
questa non me l'aspettavo proprio. «Ma... è un genio. Sa a quanto viene venduto
uno dei suoi dipinti?»
Nassari tira fuori una lingua arancione fusa in un infantile
segno di antipatia. «Eh. Certo. Ma la donna in sé... senza offesa per la tua
famiglia, era sempre altezzosa e pungente nelle mie classi. Tutta sorrisi
finché aveva bisogno di te, una lastra di vetro vuota quando non le servivi
più.»
Fisso il Decano, perché penso di non aver mai sentito
nessuno riassumere mia madre in modo così brutale e accurato. «Allora perché
sta facendo tutto questo?» Mi esce più forte di quanto volessi, mentre la
frustrazione trabocca. «Se non sono una tua studentessa e non ti importa di mia
madre, perché sprecare tempo con me?»
La brezza fa sferzare le fiamme di Nassari intorno alle
caviglie. «Sai come ci si sente prima di un terremoto? Non le scosse in sé, ma
il potenziale prima che inizino. Il sapore dell'aria prima di una tempesta, il
riflusso della marea prima dell'onda. Ecco cosa mi sembri. La magia che fai
nelle tue classi... pulita, ordinata, metodica. Non ti appartiene.»
Quelle parole aprono una voragine dentro di me, da cui
gorgoglia l'orrore. Il fatto che Nassari possa stare lì a dirmi questo, che
possa allungare la mano, afferrare tutte le cose interiori che mi spaventano di
più e scaraventarle all'aperto.
Indietreggio oscillando. «Lei non capisce.»
«Spiegamelo, allora.» Di nuovo quel tono di comando. Nessuna
costrizione, solo volontà temprata dalle fiamme.
Il respiro mi sussulta nel petto. «Non so da dove
cominciare.»
«Da un punto qualsiasi.»
Chiudo gli occhi per un breve istante. «La magia si è
manifestata presto in me. Quando avevo circa otto anni. È molto presto per un
orco. Ero una bambina goffa. Mani grandi, piedi grandi, e con la magia è solo
peggiorata. Avevo un carattere terribile. Io... lanciavo le cose. Le rompevo.
Urlavo se non ottenevo ciò che volevo. Il che è normale per un bambino,
immagino. Ma io ero una bambina che poteva dare fuoco alle cose con il
pensiero.» Mi impongo una risata. Fa male. «Ero in giardino a giocare con i miei
fratelli. Uno di loro... Tomlin, il più piccolo... ero arrabbiata con lui.
Ricordo a malapena cosa stesse facendo. Probabilmente mi punzecchiava con un
bastone, una sciocchezza.
Ero così arrabbiata. Volevo fargli del male, e gliel'ho
fatto.» Serro la mascella contro i ricordi. «È stato... bello. Giusto. Come se
fosse ciò che ero destinata a fare. È sopravvissuto, sta bene, ma nessuno si è
più fidato di me. Nessuna delle famiglie vicine lasciava avvicinare i propri
figli. Così, mentre i miei fratelli e mia sorella erano fuori nei boschi a
correre con i ragazzini della nostra età, io ero dentro casa. A imparare a
controllare la mia magia.» Dillo, Rootha. «Anche se non mi viene
naturale. Posso farlo. L'ho fatto. Fino ad ora.»
Nassari emette un suono sommesso accanto a me. I miei passi
agitati ci hanno portato lungo l'intera estensione del Cammino dell'Opus, e ora
ci troviamo al limite della sezione abitabile del campus di Prismari. Oltre c'è
l'oscurità interrotta da nebbie di magia: la Furia della Tempesta. Un cimitero
di progetti abbandonati e incantesimi lasciati a metà che non hanno voluto
dissolversi nei loro elementi base. Nessuno dovrebbe venire qui, ma la gente ci
viene. Felisa ci veniva spesso per assistere ai duelli d'onore, guardando gli
studenti più anziani risolvere i loro problemi con la magia quando le parole
non bastavano più.
Il posto perfetto dove scaricare un oggetto rotto che non
funziona come dovrebbe.
«Non hai mai raccontato questa storia a nessuno, vero?»
Fisso l'oscurità. «Non voglio compassione.»
«Bene. Perché da me non ne avrai.»
Mi volto a guardare il Decano, aspettandomi un sorriso. Solo
un'altra battuta. Ma non c'è nulla di scherzoso nella sua espressione, nulla di
gentile.
In modo assurdo, inizio a ridere, anche se tutto dentro di
me si tende sempre di più. «Beh, fantastico! Grazie per l'incoraggiamento.»
Nassari alza una spalla. «Se pensassi che l’incoraggiamento
potesse aiutarti, ti avrei rimandata dalla tua Vanagloriosa. Credi di essere
l'unica maga con una storia del genere? La magia non è una disciplina pulita.»
«Fantastico», dico con disprezzo. «Bello sapere quanto io
sia nella media. E immagino che questi maghi siano tutti cresciuti conducendo
vite felici?»
«Al contrario.» Nassari solleva la corda che separa la fine
del Cammino dalla Furia della Tempesta, scivolandoci sotto con grazia
ultraterrena. «Molti si lasciano rovinare da essa, proprio come hai fatto tu
qui.»
Questo fa male come uno schiaffo. «Io non mi sono...!»
«Hai commesso un errore e sei svanita dentro te stessa.»
«Un errore?» La mia voce rimbalza nelle cavità. «Avrei
potuto uccidere mio fratello, e mi è piaciuto!»
Nassari lascia cadere lentamente la corda, separandoci.
«Beh, non ucciderai me. Non importa quanto ti piacerà.»
Mostro i denti. «Ne è così sicuro?»
Il Decano ricambia il mio sorriso, feroce e crudo di potere.
«Mettimi alla prova.»
Mi sta provocando. Non ho lasciato che nessuno lo facesse
per più di quindici anni, ma non sopporto il disprezzo nei suoi occhi. Quella
delusione amara. Pensava che fossi qualcuno di valido, di interessante.
Qualcosa di prezioso. Gli avevo dimostrato il contrario.
Questo mi fa arrabbiare. Mi fa bruciare.

Il potere esplode con forza e ardore dal mio diaframma, una
vampata di magia incandescente che si libera in un urlo. Non è nemmeno un vero
incantesimo, solo una scarica cruda di emozione. Totalmente incontrollata,
pronta a uccidere.
Il Decano Nassari si muove più velocemente di quanto abbia
mai visto fare a qualsiasi creatura. Come il fuoco che incendia l'erba secca.
Balza all'indietro a mezz'aria e afferra la mia magia tra i palmi. La forza
dell'impatto lo spinge ancora più in alto nel cielo; le onde d'urto colpiscono
il suolo, facendomi sferzare le trecce intorno alla testa. Compie un'elegante
capriola in aria e ricade a terra. La magia che ha incanalato la scarica all'esterno,
nella Furia della Tempesta, dove rimane sospesa nell'aria, crepitando come
elettricità statica.
Le mie ginocchia colpiscono il selciato. «No, no, no.» Mi
sento completamente svuotata dall'interno. Produco un'eco profonda, come le
gallerie superiori del Biblioplex. Ho attaccato un Decano.
«Alzati», dice Nassari.
Mi scosto i capelli dagli occhi. La sua calma è esasperante.
«L'ho attaccata!»
«Te l'ho chiesto io.»
«Non importa!»
«Non ti caccerò da Prismari, Rootha Squallheart. E non lo
farà nemmeno la Decana Uvilda. Se vuoi andartene, devi farlo da sola.»
Lo guardo dal basso, la sua figura si staglia contro la
scarica della mia magia ancora sospesa nell'aria. In tutta la mia vita, gli
altri non hanno fatto altro che offrirmi vaghi incoraggiamenti e metodi di
controllo. Nassari mi offre una mano per alzarmi e scavalcare la corda verso la
Furia della Tempesta.
«Non ho ancora un progetto per Uvilda», dico. Sto tremando.
Cerco di nasconderlo stringendo i pugni.
Nell'oscurità, l'intero corpo di Nassari risplende. È la
cosa più luminosa qui attorno. «Niente?» Rivolge uno sguardo verso la scia di
magia. «Quella non mi sembra il nulla.»
Sbuffo. «Sì, ma quella non è arte. È un capriccio.»
«Sai cosa ho consegnato io come mio primo progetto?»
«No. Cosa?»
La lingua di fuoco fuso di Nassari brilla dietro il suo
sorriso. «Un terremoto.»
Rido, di nuovo insicura se stia scherzando o meno. Faccio un
passo avanti verso la magia fluttuante nell'aria. Non è... del tutto informe.
C'è una consistenza, una costellazione. Tendo una mano...
E la ritraggo di scatto. La canzone. La canzone di mia madre
mi rimbomba nelle orecchie quando tocco la magia. Decisamente troppo forte — è
praticamente uno strillo e ancora non ci sono parole — ma penso di poterle
sentire da qualche parte, nel profondo. Potrei tirarle fuori, so che potrei
farlo.
Ma non in una sola notte.
Scuoto la testa. «Non posso portare questo a Uvilda.»
«Certo che no.» Le sopracciglia di Nassari sono fatte di
fiamma, ma riescono comunque ad assumere un'espressione estremamente sardonica.
«Non l'ho forse detto? Non te ne andrai finché sarai tu a voler restare. Uvilda
non è più la tua tutor. Lo sono io. E per me hai superato la prova.»
Resto momentaneamente senza parole, con la bocca spalancata.
«Uvilda non ne sarà felice.»
«Ci penserò io a lei.»
«Perché?» sbotto. «Perché sta facendo questo per me? Non
sono eccezionale. Non sono unica. Sono...»
«Una dei miei», dice Nassari, trafiggendomi con uno sguardo
così intenso da farmi venire voglia di voltarmi dall'altra parte. «La magia
dentro di te è la materia di cui sono fatto io, corpo e anima. E non permetterò
che si consumi fino a ridursi a un bel nulla.»
Deglutisco, mentre tutti i miei dubbi mi assalgono in
gruppo. «Non ne vale la pena.»
«Forse non ancora.» La bocca di Nassari si contrae in un sorriso storto. «Ma ho un ottimo fiuto per gli investimenti a lungo termine.»