«Non so perché mi trovo qui», disse Maraff, prendendo un
altro sorso di tè. «Non ho bisogno di ripetizioni, e di certo non da un altro
studente... senza offesa.»
«Nessuna offesa», rispose Dina, con gli occhi fissi sugli appunti lasciati dal Professor Tivash: Nonostante sia una promessa di Quandrix, Maraff mostra un'insolita affinità con l'evocazione. Peccato che il suo pessimo atteggiamento lo renda incline agli errori. Sollevò lo sguardo al suono della tazza vuota di Maraff che tintinnava sul piattino e allungò la mano verso la teiera, che si scalda sulle braci morenti del fuoco. Normalmente, accendere fuochi nel bayou di Sedgemoor sarebbe stato impossibile a causa dell'umidità, ma la Professoressa Willowdusk aveva incantato quello spazio per farne un ufficio di fortuna per i compiti di tutoraggio di Dina. A Dina andava bene così. Preferiva il ronzio e il gorgoglio del bayou a una noiosa aula magna a Widdershins.

«Ancora del tè?», offrì Dina.
Maraff le tese la tazza. «Grazie», disse, mandandone giù un
bel sorso non appena fu piena. «È possibile che il Professor Tivash ce l'abbia
a morte con me. Sono decisamente il suo studente migliore. Per quale altro
motivo non mi avrebbe ancora inserito nelle sue classi avanzate? Avere a che
fare con gli altri primini è come stare in una stanza piena di neonati.»
Manca di concentrazione, diceva l'ultima nota di
Tivash. Richiede una motivazione adeguata per massimizzare il potenziale.
Dina riempì di nuovo la tazza di Maraff.
«Hai un vero talento come consulente», disse Maraff,
buttando giù con foga la miscela ambrata. «La magia non è per tutti, e il mio
acuto istinto mi dice che faresti meglio a percorrere altre strade.»
Dina rabboccò la tazza di Maraff un'ultima volta.
Va bene così, pensò tra sé.
Circa tre minuti e mezzo più tardi, Maraff era a terra,
senza più traccia della spocchia di prima. «Sto morendo!», si lamentò
disperato.
«Non essere sciocco», disse Dina, torreggiando su di lui
mentre il ragazzo si affannava a cercare ingredienti sul terreno. «I ragni che
ti escono dalle orecchie non sono certo mortali.» Ci pensò su per un secondo.
«A meno che non siano velenosi. Sono velenosi?»
«Non dovresti saperlo tu?!», strillò Maraff.
«Sono quasi sicura di no», disse lei. «Quasi... in ogni
caso, ricordi cosa stai cercando?»
«Artemisia e radice di felce lanny?»
«Molto bene!», disse Dina. Fece un passo indietro per lasciare un po' di spazio a Maraff. Nonostante i suoi pianti infantili, era certa che, se non altro, non avrebbe dimenticato l'antidoto per la fattura degli attercop tanto facilmente. «Mentre ti occupi di questo, io fisso la nostra prossima sessione. La settimana prossima, alla stessa ora?»
Dina entrò nel laboratorio dove i Decani dell'Accademia di Germoglioscuro, i Professori Lisette e Valentin, stavano fissando un crogiolo riscaldato da una fiamma blu fluttuante.
«Non funziona come avevi detto», sbottò Valentin. Si voltò di scatto con il suo tipico fare stizzito e si diresse a grandi passi verso il fondo della stanza.
«Dagli tempo», disse Lisette. La sua voce fluiva lenta, come il miele.
Valentin fece schioccare le estremità affilate delle sue dita. «Quanto tempo dovrei concedere, di grazia?»
«Il tempo necessario... oh, ciao, Dina.»
«La mia sessione con Maraff è finita. C'è il Professor Tivash?»
«Riunione interaccademica», disse Lisette. «Perché insista a partecipare a quegli incontri va oltre la mia comprensione.»
Valentin girò sui tacchi, tornò verso il crogiolo ed emise un verso di disappunto dopo averci guardato dentro di nuovo. Rivolse un'occhiata a Dina, ma non le parlò direttamente. «A Tivash piacciono i rinfreschi, Lisette. Torte al lime, crostate di sambuco.»
«Sono sicura che Gyome possa organizzarsi per preparargli tutto ciò che desidera in cucina.»
«Sì, ma vedi, Tivash adora essere coccolato», spiegò Valentin. «Quei dolcetti lo aspettano lì, come per grazia di un universo benevolo. Le piccole cose mettono a tacere le menti piccole.»
«Puoi lasciare il suo taccuino a noi», disse Lisette. «Glielo faremo riavere.»
Dina poggiò il libro di Tivash sul tavolo centrale, sbirciando di sfuggita il liquido argenteo che ribolliva e schiumava nel crogiolo. Lisette aggiunse un pizzico di cenere vulcanica, facendo sibilare la miscela e mutare il suo colore in un arancione intenso. In altre circostanze, Dina avrebbe chiesto loro di spiegarle l'incantesimo che stavano lanciando. Ma non in quel momento.
In quel momento aveva altre faccende di cui occuparsi.
«Va bene», disse Dina, «ora vado.»
«Te ne vai alla festa di Prismari?», le gridò dietro Lisette. «Ci vanno anche tutti i professori. Se non hai fretta, possiamo andare insieme.»
«Hmph», fece Valentin.
«La maggior parte dei professori», si corresse Lisette.
Dina guardò fuori dalla finestra, verso il cortile sottostante. Gli studenti si stavano radunando sotto le arcate formate dalle imponenti radici dell'edificio, vestiti con i loro abiti di Germoglioscuro più sgargianti: alcuni mascherati dietro veli trasparenti che ondeggiavano come ragnatele quando parlavano, altri adornati con borse e cinture che contenevano componenti per incantesimi.
A risaltare erano le driadi, che nutrivano un amore speciale per quel genere di sfarzo. Nella loro terra natia, le Terre Vaste, non avevano bisogno di vestiti e, a Strixhaven, rimanevano vestite solo per senso del decoro. Tuttavia, quel tipo di eventi sociali dava loro il permesso di abbandonarsi alla novità della moda. Era normale vedere driadi camminare impettite e saltellare qua e là, agghindate con tessuti esotici che omaggiavano i boschetti e le valli in cui erano nate.
Dina si tirò il suo semplice mantello marrone sulle spalle.
«No, grazie», disse. «Ho del lavoro da fare.»
«Lavoro? A quest'ora tarda?», disse Lisette, aggrottando le sopracciglia. «Dovresti passare del tempo con i tuoi amici.»
Da quando aveva portato Dina a Strixhaven due anni prima, Lisette era stata in perenne missione per presentarle chiunque condividesse, anche solo lontanamente, l'interesse di Dina nel collezionare spore, muffe e funghi (non erano poi molti, e la maggior parte di loro preferiva starsene da sola a propria volta). Quella missione si era poi estesa a chiunque respirasse e sapesse parlare.
«Dai sempre consigli così pessimi a tutti i giovani di cui ti occupi?», interruppe Valentin. «La giovane Dina mostra determinazione, a differenza di alcuni dei membri più sventurati della nostra popolazione studentesca.»
«Avere degli amici è un pessimo consiglio?», ribatté Lisette. «Persino tu hai degli amici!»
«Ah sì? E chi?»
«Me!»
Valentin si corrugò la fronte e inclinò la testa, riflettendo. «Beh, mi dispiace terribilmente di averti dato l'idea sbagliata. Ti prego di perdonarmi.»
Lisette scosse la testa. «Dina, va' a divertirti un po'.»
Dina rifletté sul fatto che inoltrarsi a fatica attraverso Sedgemoor nella desolata Palude della Punizione probabilmente non sarebbe rientrato nella definizione di "divertimento" della Decana Lisette. D'altronde, non c'era nulla nell'idea di partecipare a una festa all'Accademia Prismari che a Dina sembrasse piacevole. Lisette non riusciva proprio a capire che, se Dina avesse davvero voluto socializzare con gli altri studenti, le opportunità non le sarebbero mancate. Le serate a base di alcol al Bow’s End erano sempre un'opzione per chi non si faceva problemi a svegliarsi la mattina affrontando le conseguenze di decisioni discutibili. E per le sessioni di studio matto e disperatissimo dell'ultimo minuto, c'erano le nottate in bianco al Firejolt Café insieme agli altri sgobboni.
Dina sapeva che Lisette si sentiva responsabile per lei.
Glielo diceva chiaramente ogni volta che si sedevano per il loro tè
settimanale. Ma forse Dina semplicemente non voleva fare quelle cose. E forse
c'erano compiti che rivestivano una maggiore importanza.
«Buonasera», disse Dina, posando la mano sull'albero di
Asenath. Era passato un mese da quando aveva scoperto per la prima volta quel
particolare albero, un mese da quando aveva iniziato il suo progetto segreto. I
suoi rami scheletrici si protendevano su un ruscello pigro e il suo ampio
tronco cavo si gonfiava fino a formare un laboratorio perfetto, seppur angusto.
La posizione dell'albero, nel profondo della palude, garantiva che il suo
lavoro rimanesse segreto il più a lungo possibile. L'intera area era stata
incantata per bloccare qualsiasi divinazione sia verso l'interno che verso
l'esterno — il modo migliore per impedire agli studenti in punizione di passare
il tempo a chiacchierare con gli amici invece di riflettere sui propri errori.
Ciononostante, Dina si affrettò a entrare e a ripristinare l'illusione che ne
nascondeva l'apertura.
«Tu cosa fai per divertirti?», chiese all'albero mentre si
sedeva.
L'albero non rispose. Raramente lo fanno.
Dina lanciò un semplice incantesimo di luce fatata,
illuminando i reagenti magici disposti in cerchio intorno a lei. Nel mezzo si
trovava un antico tomo, con la copertina fatta di sottili placche metalliche
sovrapposte come lo spallaccio di un cavaliere. Delicate catene tenevano unite
le flessibili pagine di pergamena in un'opera la cui maestria non aveva eguali
per mano umana su Arcavios.
Si dice che il Biblioplex di Strixhaven sia l'archivio di
magia più completo del Multiverso. Ogni genere di incantesimo, dal più umile
trucchetto anti-prurito di un mago di campagna al rituale di un demone per
incanalare il potere di un sole morente, è registrato e custodito da qualche
parte sotto le volte della biblioteca. Nessuno, a eccezione dei Draghi
Fondatori di Strixhaven, e forse dell'Oracolo di Arcavios in persona, sapeva
esattamente come il Biblioplex svolgesse la sua funzione. Eppure, la maggior parte
dei frequentatori sapeva bene che era più probabile che fosse un grimorio
ricercato a dare la caccia a loro, piuttosto che il contrario.
Il giorno in cui Dina aveva scoperto quel libro specifico
sullo scaffale, le era sembrato che la stesse chiamando, supplicandola di
leggerne il contenuto. Lo aveva fatto, attratta prima dalla curiosità e poi
dalla gravità di ciò in cui si era imbattuta. In parte manuale e in parte
diario, racchiudeva le meditazioni di un mago senza nome affascinato dalla
vita, dalla morte e dai regni intrappolati tra di esse.
Aprì il libro all'ultima pagina.
Ho calpestato i teschi di potenti signori; ho comandato
eserciti sterminati che obbedivano senza esitazione. Eppure, nessuna conquista
può arginare il desiderio per ciò che voglio — ciò che ho sempre voluto. Non la
semplice fuga dalla morte, né una sua mera imitazione, ma la vera vita tratta
dall'assenza di vita. Questa è la prova suprema di potere, la testimonianza più
netta della divinità. Coloro che si ritenevano saggi mi hanno detto che i
finali più attesi sono dolci solo finché rimangono irraggiungibili.
Dimostrerò che si sbagliano.
Queste parole introducevano un incantesimo concepito per
gettare un ponte nel passaggio tra i regni dei vivi e il vuoto, un luogo di
ineffabile oscurità dove, secondo il libro, dimoravano le anime dei disperati.
Uno alla volta, Dina lesse i componenti dell'incantesimo, prelevando il corrispondente ingrediente dal cerchio e riponendolo in una ciotola. Alcuni, come il muschio lunare, erano stati piuttosto facili da rimediare nel bayou. Altri, come la falange di uno sloar lanoso, avevano richiesto che Dina entrasse nei laboratori personali dei professori di Germoglioscuro. La cosa non era stata difficile, specialmente con Lisette e Valentin così assorbiti dai loro rispettivi progetti. Non si accorgevano mai che i loro ingredienti venivano sottratti. Un pizzico di questo, una scaglia di quello.

«La radice dell'albero di esis», sussurrò, con il dito fisso
in fondo alla lista degli ingredienti. Nessuna pianta su Arcavios portava il
nome esis, né alcuna foglia di sua conoscenza somigliava alla forma
delicata e simile a una piuma disegnata sulla pagina.
Per settimane, Dina aveva cercato invano. Forse esis
era un nome arcaico per un'altra specie vegetale. O forse il disegno non era
accurato come avrebbe dovuto. Quelle indagini avevano portato solo a vicoli
ciechi, costringendola ad ammettere che non esistevano alberi di esis su
Arcavios. E se lo avesse ottenuto da luoghi al di fuori di Arcavios? Dina
spostò le sue ricerche verso rituali arcani che, in teoria, potevano consentire
il viaggio da un piano all'altro — da Arcavios a un luogo in cui i boschetti di
esis fossero abbondanti. Puntualmente, quegli incantesimi si rivelavano quasi
impossibili da comprendere, di gran lunga superiori alla sua capacità di
canalizzazione, e promettevano destini dolorosi peggiori della morte.
La sua ricerca si era bloccata, ed era rimasta a quel punto
morto fino a quel giorno stesso, durante la lezione di pozioni appena prima
della sua sessione con Maraff. Mentre la Professoressa Onyx vaneggiava sulle
distinzioni tra elisir atramentosi e acromatici, l'occhio di Dina aveva colto
qualcosa di notevole nel terrario in fondo alla stanza. Che fosse per un gioco
di luce o per un istinto soprannaturale, Dina era stata attratta da un gruppo
di piccole felci nell'angolo più lontano. Tra di esse c'era un unico germoglio
le cui foglie di un bianco spettrale corrispondevano a quelle dell'albero di
esis. Al termine della lezione era passata all'azione, estraendo un frammento
di radice nel mezzo del trambusto degli studenti che spettegolavano sulle feste
di quella sera.
Seduta nel suo laboratorio, Dina fissò il pezzo di radice di
esis nel palmo della mano. Era appena più grande di un'unghia umana, di un
bianco pallido e ancora flessibile. Una cosa così piccola, pensò, per
poi lasciarla cadere nella ciotola insieme al resto degli ingredienti. Tutto
ciò che restava da fare era vincolare l'incantesimo. Impugnando il coltello, si
punse il polpastrello e ne fece uscire una singola goccia di sangue nella
miscela. Pochi minuti passati a polverizzare gli ingredienti produssero un
unguento che brillava come una debole luce lunare.
Con il libro in una mano e la ciotola nell'altra, Dina uscì
e procedette verso la sua destinazione successiva, mentre il suo incantesimo di
luce fatata le illuminava diligentemente il cammino. La sera aveva preso vita
nella palude. L'odore acre della corteccia inzuppata si era fatto intenso.
Creature, appena fuori dalla sua vista, strisciavano tra le pozze di fango. Il
fremito delle foglie bagnate sopra la testa le diceva che era osservata dai
rami sovrastanti.
Le tornarono in mente notti come quella di quando era più
giovane — di una quieta magnificenza, ma venate da un imminente senso di
sventura. Quando il Deperimento Fragile aveva colpito la sua radura, come era
successo a molte altre in tutta Arcavios, pochi ne avevano notato gli effetti.
Coloro che abitavano la radura avevano iniziato a cadere preda di una
malinconia sottile ma persistente. Nel corso degli anni, quella morsa si era
stretta silenziosamente, rubando i sogni e sostituendoli con la disperazione.
Man mano che le menti venivano sopraffatte dalla miseria, i corpi seguivano a
ruota. Gli animali si sdraiavano per non rialzarsi mai più. Le driadi
diventavano fragili e si decomponevano fino a ridursi a involucri vuoti.
Alla fine, non era rimasto più un filo d'erba.
Nessun fiore.
Gli uccelli non portavano più i loro dolci canti.
Gli insetti avevano smesso di guizzare.
Ogni colore era sbiadito nel grigio; ogni cosa era
sprofondata nel silenzio.
Nonostante gli sforzi degli studiosi di tutta Arcavios,
nessuno conosceva l'origine della malattia o come trovasse la sua strada in un
habitat. Lisette era una di quegli studiosi, ed era stata lei ad arrivare nella
radura di Dina per salvarla prima che il morbo potesse ghermirla
definitivamente. Ma persino la formidabile esperienza di Lisette non aveva
potuto salvare la radura stessa. Ora Dina aveva potenzialmente la capacità di
cambiare le cose, anche se non sarebbe stato facile.
Dina seguì il ruscello fino a una tana di ramoscelli e fango
dove viveva una famiglia di pesti. La maggior parte degli studenti di
Germoglioscuro si limitava a tollerare le pesti. Non potevano evitarli del
tutto — le pesti erano un'incredibile fonte di energia magica. Ma quelle
piccole creature piene di pori non erano il massimo della piacevolezza. Erano
fredde, viscide e violavano sfacciatamente ogni decoro in fatto di buone
maniere e igiene personale. A Dina non importava nulla di tutto ciò.
«Ciao Bastion, Vedredi, Kiara e Nenioc», disse, salutando le pesti che si rotolavano nel fango lungo il bordo dell'acqua. «Come state oggi?» Le pesti, proprio come gli alberi, rispondevano raramente alle domande dirette. In compenso si dimenarono, schizzando fango sul mantello di Dina. «Sono qui per chiedervi un favore», disse. «Ho bisogno che facciate un breve viaggio per me.» Avvertì una fitta d'ansia mentre applicava l'unguento sulle pesti— dieci in tutto — che si erano radunati intorno a lei. Si fidavano di lei, forse la amavano a modo loro. Accarezzò Nenioc, battezzato così in onore della sua sorella di radura scomparsa anni prima. La peste fece un ruttino e le leccò la mano. «Se avrò successo, tornerete qui. Come se non foste mai andati via.»

Posò il grimorio a terra e, su ciascuna peste, tracciò una spirale, il simbolo di tutta la vita che si irradia da un unico punto unificato. Poi iniziò a recitare le parole. Le prime sillabe furono piuttosto facili da pronunciare. Le parole successive, tuttavia, portarono con sé una sensazione simile a quella di un martello di legno che picchiettava all'interno del suo cranio. Dina insistette, concentrandosi su un ricordo che le dava gioia: la sensazione della corteccia ruvida del suo albero padre, il primo essere che l'aveva accolta dopo la nascita.
Se il suo esperimento avesse avuto successo, sarebbe potuta tornare dove sorgeva la sua radura e riportarla in vita. Riportare indietro loro. Tutte le piante, gli animali e le driadi, proprio come li ricordava. La vita dall'assenza di vita.
Un sordo schianto spezzò la sua concentrazione. Dall'altro lato della radura, un albero morto cadde con un boato, il tronco troncato di netto da... qualcosa. Dina chiuse il tomo, estinse la sua luce e si accovacciò nel fango vicino al bordo dell'acqua. Quella notte non c'era luna e la luce delle stelle riusciva a malapena a penetrare la foschia della palude.
Nessuna creatura della palude avrebbe potuto infliggere un danno così preciso al tronco di un albero. Doveva essere qualcuno di Strixhaven.
«Insoddisfatto?», gridò una voce. «Sai almeno cosa significa questa parola?» Un secondo dopo, un proiettile nero e lucido colpì il terreno davanti a lei. Magia d'inchiostro?, pensò. Un altro dardo d'ombra sbucò dalla notte e si infranse nel fango, pericolosamente vicino al bordo dell'acqua dove le peste stavano giocando beate. Era assolutamente magia d'inchiostro, lo stile d'incantesimo inconfondibile dell'Accademia di Pennargento. Ma cosa ci faceva qualcuno di Pennargento nella Palude della Punizione? La risposta era ovvia: si trattava di uno studente, qualcuno che stava scontando una punizione.
«Non eri nemmeno lì! Dove diavolo eri finito?»
Spire d'inchiostro si allungarono dall'oscurità come una coppia di artigli, afferrando due alti rami d'albero e scaraventandoli a terra. Questa volta gli alberi parlarono davvero. I loro lamenti riempirono la mente di Dina. Cosa abbiamo fatto? Perché sta succedendo questo? I loro gemiti di dolore la spinsero all'azione. Strisciò fuori dal suo nascondiglio e lanciò la sua luce fatata, sperando che la vista di un altro studente convincesse l'intruso a fermarsi.
Sfortunatamente, la sua apparizione improvvisa ottenne l'effetto opposto.
«Chi c'è là?», urlò la voce e, un istante dopo, un'ondata di forza d'inchiostro rotolò verso Dina. Istintivamente, la ragazza intonò le sillabe della fattura estiva, un incantesimo nato dalle driadi ma che, da allora, tutti i maghi orientati alla natura avevano incluso nei propri repertori. Fu sufficiente a proteggerla dal grosso dell'ondata, ma la sua pura potenza la scaraventò comunque sulla schiena. Passi concitati corsero verso il punto in cui Dina giaceva a terra. Un momento dopo, due mani la rimisero in piedi. Davanti a lei c'era un giovane vestito con l'abito bianco e nero degli studenti di Pennargento, con un'espressione di shock sul volto.
«Io... io non ti avevo vista.»
«È perché è buio», disse Dina. «Gli occhi umani non si adattano bene alla mancanza di luce.»
«No, voglio dire...»
La sua voce si spense e i suoi occhi vagarono oltre Dina, verso un punto alle sue spalle.
Le pesti! Il cuore di Dina sprofondò. Se sono ferite... Dina si preparò a una scena macabra e si voltò a guardare. Ma invece di peste morte, a terra si trovava una sfera nero pece di magia d'inchiostro, che sussultava come se fosse viva. Protuberanze di nebbia verde saltavano da un punto all'altro della sua superficie.
«Che tipo di magia è questa?», chiese il giovane in un sussurro.
Dina non rispose. Guardò la sfera scuotersi e poi far germogliare dei viticci che si conficcarono nel terreno soffice della palude. La terra sotto i suoi piedi iniziò a spostarsi e a ribollire come dita minuscole che artigliavano la suola dei suoi stivali.
«Non possiamo restare qui», disse lei.
«Non hai risposto alla mia domanda!»
Senza un'altra parola, afferrò il polso del giovane, tirò con quanta forza aveva in corpo e fuggì da quel luogo, trascinandoselo dietro. Le risposte potevano aspettare, non che lei ne avesse. Il rituale doveva essere eseguito con delicatezza e precisione, e ora era stato corrotto. Gli alberi ululavano con strilli tonanti. Il vuoto! Dove ci hai mandato? Così tanto dolore...
La loro angoscia spinse Dina in ginocchio. Questa volta fu il giovane a rimetterla in piedi e a trascinarla finché non si imbatterono in un fitto cespuglio dove trovarono riparo.
Tutto intorno a loro risuonava il rumore dei rami degli alberi che si sferzavano.
«Ora rispondi alla mia domanda», disse lui.
Da vicino, Dina riconobbe nel giovane il figlio del Decano Lu, il più carismatico e loquace tra i decani di Pennargento. Avevano la stessa espressione vitrea e risoluta quando parlavano. Dina l'aveva vista molte volte (dalle ultime file, ovviamente) quando il Decano Lu teneva i suoi discorsi infuocati sull'impegno e sul dovere durante le assemblee generali di tutta l'accademia.
«Ti chiami Killian», disse lei. «Tuo padre...»
«Non parlare di mio padre», la interruppe bruscamente, per poi addolcire l'espressione. «Abbiamo altre cose di cui occuparci adesso, a cominciare dalla verità. Cos'era quella cosa là dietro?»
Non serviva a nulla nascondere le cose. Dina tirò fuori il grimorio dalla bisaccia.
Killian aprì il libro e ne sfogliò le pagine. «Magia proibita», disse.
«Lo so», rispose Dina. «Per questo lo tenevo nascosto qui fuori, dove nessuno avrebbe dovuto trovarsi.»
«Questo non cambia le cose.»
«A parte il fatto che tu hai distrutto la mia unica possibilità...»
«Di fare cosa?», chiese lui. «Cosa stavi cercando di fare?»
Dina si trattenne prima di pronunciare quelle parole: Salvare tutto ciò che ho mai amato in questo mondo. Era il tipo di affermazione che suonava o da megalomani o, per lo meno, profondamente ridicola, anche se era la pura verità. Così aggirò la domanda.
«Aspetta, lo senti anche tu?», disse Dina.
Killian si fermò ad ascoltare. «No.»
«Esatto. Dovremmo tornare indietro a controllare.»
Uscendo dagli alberi, Dina e Killian ripercorsero i propri passi fino al punto in cui si trovava la tana delle pesti, questa volta usando come fonte di luce un globo radioso evocato da Killian. Sebbene fosse passato solo poco tempo, l'effetto dell'incantesimo di Dina era evidente. Profondi squarci segnavano i tronchi degli alberi e il terreno soffice, come se una grande bestia avesse artigliato il paesaggio. Gli alberi intorno all'area erano stati stroncati al ceppo o sradicati interamente. Non c'era traccia delle pesti e gli unici resti della loro tana erano schegge che galleggiavano sulla superficie del ruscello.
«Dobbiamo andare», disse Dina. «Il Decano Valentin si trova a Widdershins. Può aiutarci.»
Killian scosse la testa. «Sono intrappolato qui per tutta la notte.» Girò il braccio destro per mostrare a Dina il sigillo di Pennargento sul polso. Era un marchio della punizione, un contrassegno che impediva agli studenti di sottrarsi alla permanenza obbligatoria nella Palude della Punizione. Se avessero cercato di scappare, il marchio avrebbe reagito con l'ambiente circostante per costringere lo studente a tornare verso il centro della palude. «Questo è quello che mi succede per aver lasciato che un giocatore di Prismari mi rubasse l'inchiostrino da sotto il naso. Ho fatto perdere quel punto alla mia squadra e Pennargento ha perso la partita della Torre dei Maghi. Questo è mio padre, dopotutto.»
«Ti ha mandato in punizione per una partita?»
«No, mi ha mandato in punizione per non essermi impegnato», disse lui. «Tu dovresti tornare indietro. Io so badare a me stesso.»
«Non ti lascio qui fuori da solo.»
«Allora aiutami a rimediare al tuo errore.»
«Al nostro errore», precisò Dina. «Ricordi la parte con le urla e i lanci di incantesimi a casaccio?»
«E va bene», concesse Killian. Indicò una striscia di terreno all'estremità opposta della radura. Una pista fresca e disseminata di rami spezzati era stata aperta attraverso la palude. «Si sta muovendo. Io faccio strada.»
«Sai, vero, che se qualcosa ci attacca di fronte, molto probabilmente verrai colpito tu per primo?», disse Dina.
«Certo, ma...»
«Quindi non è nel tuo interesse stare davanti a me, né è nel mio interesse avere la fonte di luce così avanti. E se venissi presa d'imboscata alle spalle?» Indicò l'ampiezza del sentiero. «Possiamo camminare fianco a fianco. Non ha più senso?»
«Ci stavo solo provando... lascia perdere.»
Con il grimorio in mano, Dina ne scorreva le pagine mentre camminavano. L'intento del rituale era chiaro. Poiché le pesti erano ricettacoli di energia magica, i suoi professori ipotizzavano che le loro essenze fossero primordiali tanto quanto quelle degli elementali, e che potessero essere correlate a ogni essere vivente su Arcavios. Uno degli incantesimi più semplici insegnati a tutti gli studenti di Germoglioscuro estraeva l'essenza magica di una peste, convertendola, corpo e anima, in pura magia. Il rituale del libro prometteva un canale per imbrigliare questa magia e riconvertirla nel suo stato vivente originario.
Tornerete qui. Come se non foste mai andati via.
«Trovato qualcosa?», chiese Killian.
«No», disse Dina. Non c'erano formule di dissolvimento, né
contromagie incluse in nessuno degli incantesimi all'interno. «È quasi come se
il mago avesse cercato di fare la stessa identica cosa più e più volte.»
«Rianimare i morti?»
«Ripristinare i vivi.»
«Mi chiedo chi abbiano perso», disse Killian.
«Tu chi hai perso?»
«Come hai... sono davvero così trasparente?» Killian chinò
il capo e le sorrise da dietro lunghe ciocche di capelli. «Mia madre è morta
quando ero molto piccolo. Ma non posso nemmeno dire di averla persa. Me la
ricordo a malapena.» Si scostò i capelli indietro sulla testa e continuò a
camminare lungo il sentiero.
Dina ne sapeva abbastanza da non prendere la sua nonchalance
per buona. Sapeva cosa significasse perdere coloro che si amano e, per di più,
convivere con quell'indolenzimento del non aver mai saputo. Era una profonda
consapevolezza di quanto saresti sempre rimasto vuoto, come un vortice che
drena in un baratro senza fondo. Nessun sorriso o risata profonda
avrebbe mai potuto nascondere quella ferita a coloro che la portavano a propria
volta.
«Nemmeno io ho conosciuto mia madre», disse Dina,
raggiungendolo. «Tutti quelli della mia radura se ne sono andati.»
«La tua intera famiglia?»
«Le driadi non hanno famiglie», spiegò Dina. «Alla fine
della sua vita, una driade trova un albero che si trova a sua volta vicino alla
fine. Si riposa ai suoi piedi, lasciando che la terra si riprenda il suo corpo
e, alla fine, una nuova driade emerge dall'albero non conoscendo nient'altro
che il proprio nome — lo stesso di sua madre. Non abbiamo genitori come voi, ma
abbiamo comunque una comunità: le nostre sorelle di radura e tutte le piante e
gli animali.»
«Ma se ne sono andati tutti.»
«Sì. Quando arriva il deperimento, pochi vengono
risparmiati.»
Continuarono a seguire la pista mentre si allargava in
un'altra radura. Non appena vi misero piede, un basso ringhio emanò da un
gruppo di cespugli a breve distanza.
«È quella cosa?», disse Killian, con le mani pronte a
scagliare un dardo d'inchiostro contro una minaccia.
«No», disse Dina. Annusò l'aria. «È un vincivite.»
«Cosa? Come fai a saperlo?»
«Limone muschiato. È quello di cui si nutrono. Conferisce
loro questo odore.»
Killian inspirò. «È questa la puzza?»
A uscir fuori a fatica dai cespugli fu una creatura
mastodontica le cui fattezze, a parte le braccia possenti e i grandi artigli
neri, erano nascoste da ciuffi di pelo lungo e filiforme. Non appena li
avvistò, cercò di ruggire, ma il suo verso usci come un rantolo doloroso.
«È ferito», disse Dina, indicando chiazze di sangue sul
pelo. «Dobbiamo aiutarlo.»
«Quello è un animale selvatico!»
«Lo so.» Sebbene avesse voluto avvicinarsi al vincivite in
pace, Killian non aveva tutti i torti. Il suo passo era instabile e i suoi
movimenti erano goffi. Qualsiasi mossa improvvisa lo avrebbe spaventato.
Persino un vincivite indebolito avrebbe potuto rompere ogni singolo osso del
corpo suo o di Killian con una sola zampata. «Mi dai manforte?»
Killian annuì.
«Va tutto bene», sussurrò Dina, avanzando lentamente.
«Lascia che ti aiuti.» Posò il palmo della mano sulla bestia e intonò un
incantesimo per placare la magia che stava invadendo il corpo del vincivite. Ma
la corruzione era troppo forte perché lei potesse estirparla. Dina raddoppiò
gli sforzi per espellere l'infezione, ma questo fece solo irrigidire il
massiccio braccio del vincivite, strappandogli un ululato di dolore. La
creatura sferzò l'aria verso Dina con gli artigli spianati.
Agendo rapidamente, Killian la tirò via con un braccio e con
l'altro tempestò il muso del vincivite con dardi di magia d'inchiostro. La
bestia gemette, barcollo all'indietro e cadde su un fianco, rimanendo immobile
se non per il respiro affannoso. Killian aiutò Dina a rialzarsi e, insieme, si
avvicinarono alla creatura. Volute nere della magia di Killian evaporavano dal
corpo del vincivite.
Dina si inginocchiò e scostò ciuffi di pelo insanguinato dal
muso del vincivite. Questo guizzò e mosse gli occhi per seguire i suoi
movimenti. «Ho bisogno di sapere cosa hai visto», disse alla bestia.
«È... ?», iniziò a chiedere Killian.
«La mia magia non è abbastanza forte per guarirlo», disse
Dina a bassa voce. Posò il dorso della mano sulla fronte del vincivite. Entrare
in comunione con la flora veniva naturale alle driadi — per questo erano
perfette maghe della natura. Ma stabilire un legame con gli animali era molto
più difficile. Dina iniziò a concentrarsi immaginando di fluttuare lungo un
tunnel lungo e buio. Raggiunta la fine, si ritrovò a guardare la radura
dall'alto delle cime degli alberi — il mondo attraverso gli occhi del vincivite.
L'improvviso scatto di un ramoscello fece rimettere a fuoco la sua visione su
una creatura che strisciava nella radura sottostante. Si muoveva come un grande
wurm, scavando un sentiero nel terreno soffice. Mentre avanzava, assimilava
terra, vegetazione marcia e carogne mezzo divorate dentro di sé per crescere in
dimensioni, forza e velocità.
Dina poté solo guardare mentre il vincivite balzava di ramo
in ramo per affrontare la creatura. Una volta a terra, il vincivite scattò
verso di essa, affondando denti e artigli nel suo corpo. Dina assaporò il fango
sulla lingua, sentì frammenti di ossa spezzarsi tra i denti.
Il contrattacco dell'intruso fu fulmineo. Dal suo corpo
emersero lunghi viticci neri che trafissero il vincivite e lo scaraventarono
contro gli alberi. Dina sperimentò ogni singolo frammento di dolore fisico che
il vincivite aveva patito, la sua confusione nell'essere sballottato come una
foglia in una tempesta. Alla fine, la creatura abbandonò il vincivite tra i
cespugli, contenta di proseguire per la sua strada.
Dina lasciò andare il vincivite, con tutto il corpo
dolorante per fratture e lacerazioni fantasma. «È diretta a nord-est», disse,
stabilizzandosi. «Verso Sedgemoor.»
«Verso la scuola? Forse è attratta dall'energia magica?»
«O sta cercando uno scopo», disse Dina. «È appena nata e non
sa perché si trova qui o cosa debba fare.»
«Come un gigantesco neonato assassino?»
«Il nostro gigantesco neonato assassino.»
Killian mandò il suo globo radioso più avanti lungo il
sentiero e loro lo seguirono. Dina non riusciva a togliersi dalla testa i
ricordi del vincivite. Se quella cosa fosse uscita dalla palude, innumerevoli
studenti si sarebbero trovati in pericolo, per non parlare della fauna
selvatica che era già stata minacciata. Eppure, l'esperimento era stato in un
certo senso un successo. Quella creatura non era forse una nuova vita tratta
dall'etere? Poteva essere qualcos'altro se non un segno che queste magie racchiudevano
la promessa di una vera resurrezione? Quanto bene avrebbero potuto riportare su
Arcavios le driadi della sua radura? Quanta saggezza avrebbero potuto reclamare
dall'abisso e restituire alla gente?
E chi sarebbe stata disposta a sacrificare pur di vederle
tornare?
La mano di Killian si strinse alla sua, interrompendo il suo
stato di trans. «Andiamo! Credo di vederlo!»
Dina guardò avanti. In lontananza, il globo di Killian aveva
effettivamente illuminato una sagoma colossale che si era avvinghiata intorno a
un gruppo di alti e antichi alberi di Sylvatica. Sebbene fosse buio, avrebbe
potuto giurare che la sua silhouette apparisse grande il doppio di quanto non
fosse durante il combattimento con il vincivite. Perché si era fermata e
stabilita in questa parte della palude? Sapeva che stavano venendo a cercarla?
Li stava aspettando?
Killian estinse il suo incantesimo di luce e trascinò Dina
fuori dal sentiero, dietro una catasta di alberi abbattuti. «Non possiamo
semplicemente correre là dentro», disse. «Aspetta... quella sfera nera che
abbiamo visto all'inizio. Il corpo di quella cosa è fatto di palude, ma il suo
cuore...»
«La tua magia», disse Dina.
«E anche la tua», disse Killian. «Se solo potessimo accedere
di nuovo al suo cuore, potremmo spezzare l'incantesimo, contrastarne una parte,
facendo crollare l'intera struttura!» Rifletté per un altro momento. «Penso di
poter essere in grado di annullare la magia d'inchiostro, ma dovrei trovarmi
proprio accanto alla sfera perché funzioni. Potremmo incenerire il corpo?»
«No, la palude è troppo umida», disse Dina. «Ma ho un
piano.»
Killian sorrise. «Ti va di condividerlo?»
«Con te?», chiese Dina. «Oh. Probabilmente sarebbe un'ottima idea, giusto?»
Killian le masticò in bocca e le mandò giù. Un istante dopo,
i suoi occhi assunsero una tenue sfumatura bluastra. Sbatté le palpebre e si
guardò intorno stupito.
«È incredibile! Perché non le abbiamo usate prima d'ora?»
«La zampa di leone ha degli effetti collaterali sugli
umani», disse Dina.
«Del tipo?»
«Domani faresti meglio a startene vicino alla latrina.»
«Oh.»
«E anche il giorno dopo.»
E poi arrivò l'ultima cosa che gli avrebbe detto prima di
mettere in atto le loro rispettive parti del piano.
«Non morire, va bene?», disse Dina a Killian.
«Non lo farò. Mi piacciono le mie probabilità di successo.»
Cose come "le probabilità" non sembravano frenare
Killian minimamente. Era impulsivo e temerario, tratti che Dina aveva sempre
considerato negativi. Allo stesso tempo, si chiedeva come ci si sentisse a
poter dire qualcosa con quel tipo di sicurezza. Che fosse cieca, folle o
meritata, quella disinvoltura era una caratteristica che Dina non aveva mai
posseduto ma che aveva sempre desiderato — se non altro per convincere se
stessa che stava facendo la cosa giusta.
Ora era di nuovo da sola, e avanzava tra macchie di cardi
per aggirare l'abominio. Da qualche parte, dall'altro lato del boschetto,
Killian si stava sistemando in un buon punto di osservazione in attesa che
arrivasse il momento di fare la sua parte. Il fetore di marciume riempì le
narici di Dina. Trovarsi così vicina al corpo del mostro era come essere
sepolti sotto strati e strati di vegetazione morta. Non osava toccarlo
direttamente. Provocarlo prematuramente facendolo uscire dal suo stato di
torpore avrebbe potuto rivelarsi fatale. Dina, invece, affondò la mano nella
terra a pochi passi dalla creatura e iniziò a recitare uno dei primi
incantesimi che aveva imparato a Strixhaven.
La natura, le aveva spiegato Lisette, tende all'equilibrio.
La magia è semplicemente un modo per alterare leggermente questo equilibrio
senza distruggere gli elementi con cui stai lavorando. La chiave è iniziare in
piccolo. Una montagna può poggiare su un singolo ciottolo. Un oceano inizia
come una goccia di pioggia.
Dina inspirò e, a ogni respiro, immaginò la sua mente
estendersi verso i più piccoli elementi di acqua e terra, pianta e osso — tutte
le cose di cui era fatto il corpo della creatura. Immaginò schegge che si
attorcigliavano l'una all'altra serrandosi tese, frammenti di terra che si
aggregavano e resistevano saldi come granito.
Attenta a non farti carico di troppe cose, l'aveva
avvertita Lisette. Nulla è senza costo.
In classe, Dina era stata in grado di trasformare una
manciata di terra in una scultura del suo fiore preferito, l'orchidea mantide.
Quell'impresa aveva richiesto diverse pesti per potenziare il suo incantesimo.
Ma ora era priva di quella riserva extra di energia magica, costringendola a
usare la seconda migliore fonte di potere a disposizione — se stessa. Continuò
a incantare, forzando le parole tra i denti stretti. Ogni parte del suo corpo
eruttò in un torrente di punture, come se migliaia di ortiche stessero
sferzando sotto la sua pelle.
La creatura iniziò a muoversi. Tentò di staccarsi dagli
alberi, ma diverse sezioni del suo corpo si spezzarono e si frantumarono
toccando terra. Tentacoli neri scattarono fuori da quei profondi squarci, ma
erano visibilmente inerti, perdendo pezzi di vegetazione marcia a ogni
movimento. Finché Dina fosse riuscita a mantenere l'incantesimo, la creatura
sarebbe rimasta lenta e fragile, un bersaglio perfetto per la parte del piano
di Killian. Sbirciò oltre la massa oscura davanti a lei per individuare il suo
compagno. Ancora nessuna traccia di lui. All'improvviso, una coppia di
appendici irregolari germogliò dal corpo della cosa e iniziò a sondare gli
spazi tra gli alberi. Con abbastanza tempo, alla fine l'avrebbe trovata.
Questo, sempre che il suo stesso incantesimo non la uccidesse prima.
«Non mi impegno, eh?!» Con l'urlo di Killian, due lame a
forma di falce di pura magia d'inchiostro squarciarono il corpo della creatura.
Detriti schizzarono via dal suo fusto. «Forse sei tu che non riesci ad
accettare quello che sono!» Altri due dardi volarono dall'oscurità per recidere
altre parti della creatura. Il loro piano stava funzionando! Tutto quello che
doveva fare era farsi strada fino al nucleo del mostro. Ma doveva essere
veloce. Dina sentiva il petto come se fosse trafitto da mille spade infuocate.
«Sei così pieno di boria!» Killian balzò su un tronco
abbattuto e scagliò un altro dardo di magia d'inchiostro, questo a forma di
martello, che scagliò direttamente contro il mostro. Una parte maggiore del suo
corpo si staccò e andò in frantumi. «Sei sempre pronto a dire agli altri che
non sono degni, che non vanno bene per la tua scuola!» Fece una capriola giù
dal tronco. «Questa non è la tua scuola! Questa è la nostra scuola!» Killian si
girò di scatto, evocando una lama d'inchiostro che si estendeva dal suo braccio
e abbattendola sulla creatura.
Dina non era mai stata a una partita della Torre dei Maghi.
Tutti i giocatori si muovevano con la stessa fluidità di Killian? Le sue azioni
formavano una trama squisita, una danza tanto abbagliante quanto vigorosa.
Sfortunatamente, l'ultima manovra di Killian lo aveva portato troppo vicino
alla creatura, abbastanza da permetterle di spostare la sua massa e
squarciargli il petto con una coppia di artigli d'ombra.
«Killian!», urlò Dina mentre lo guardava accasciarsi a
terra. Interruppe il suo incantesimo e corse al fianco di Killian, schivando
una raffica di colpi del mostro. Dina lo trascinò via dalla creatura fino ai
piedi dell'albero più vicino e pronunciò ad alta voce una fattura di crescita
eccessiva per costringere le radici dell'albero ad avvolgerlo protettive. Poi
si alzò in piedi e si voltò per affrontare quell'avversario frutto della sua
stessa creazione. Il corpo della creatura sussultò mentre si scrollava di dosso
gli effetti della magia di pietrificazione di Dina. Si levò imponente sopra di
lei, mostrando un'immensa fauci di ossa scheggiate sulla parte inferiore.
E poi, come una grande onda di marea, la creatura si abbatté su di lei.
Casa.
«Hai sempre amato la stagione delle fragole», sentì dire da
qualcuno. Alla sinistra di Dina, da oltre la linea degli alberi, avanzò una
figura al tempo stesso estranea e intimamente familiare: un'alta e bellissima
driade che sembrava quasi fluttuare nell'aria. Le punte dei rami che le
incoronavano la testa erano nere e spaccate. La sua pelle era passata dal verde
a una lugubre combinazione di castani, ambre e grigi screziati. «Riconosci
questo posto», disse, accarezzando l'albero accanto a lei.
Non c'era modo che Dina non lo riconoscesse. Quella era la
sua radura e, più nello specifico, l'albero da cui era uscita quando era nata.
Tutti i dettagli erano esattamente come li ricordava. In modo perfetto.
Fin troppo perfetto.
«Siamo davvero qui?», chiese Dina.
«Ha importanza, tesoro?», rispose la driade. «Questo è ciò
che desideravi, non è vero?»
«Sì», disse Dina. «Ogni cosa com'era prima del Deperimento
Fragile. Io voglio...»
«Me», disse la driade, sedendosi ai piedi dell'albero. «Una
volta che inizi a chiedere l'improbabile, l'impossibile non sembra più così
fuori discussione.»
«Sai da quanto tempo volevo parlarti?», disse Dina. «Da
quanto tempo ho cercato?»
«Sì. Nei posti sbagliati, e cercando risposte che conosci
già.»
«Non è vero! Voglio sapere perché sono l'unica rimasta!
Perché io e non tutti gli altri? Ci deve essere un motivo!»
«Un motivo?», disse la driade. «Intendi una prova del fatto
che tu svolga un qualche ruolo fondamentale nei piani di un architetto
invisibile? Vorrei avere una risposta facile, se non altro per darti la pace.»
«Ma per quale altro motivo sarei ancora viva se non per
riportare indietro gli altri?», disse Dina. «Ho trovato un modo!»
«Davvero?», disse la driade. «E come fai a sapere che loro
lo vogliano?»
«Io...»
Dina cercò di replicare, ma si ritrovò senza parole. Per così
tanto tempo si era aggrappata ai ricordi sbiaditi di casa, unendoli in seguito
alla determinazione di salvare tutto ciò che aveva perduto. Aggrapparsi a quel
desiderio era stato sufficiente a salvarle la vita. Col tempo, aveva definito
ciò per cui lottava, chi era. Ma se fosse stato sbagliato — una violazione non
solo della natura stessa, ma anche delle stesse persone che voleva salvare?
«Allora cosa dovrei fare?»
«Puoi aiutare chi ne ha bisogno in questo preciso momento.»
La driade guardò alla sua sinistra e Dina fece lo stesso. Lì, intrappolato in
una gabbia di radici, c'era Killian, il volto distorto dal dolore. «Significa
qualcosa per te?»
«Ci siamo appena conosciuti», disse Dina. «Lui è... il mio
amico.»
«Un buon punto da cui cominciare. Naturalmente, resta la
questione della tua situazione attuale.» La driade appoggiò la testa sul tronco
dell'albero e chiuse gli occhi. «È tempo di tornare a essere integra, amore
mio.»
Dina capì. Chiuse i propri occhi e proiettò la mente
all'esterno per quanto le fu possibile, oltre i confini di quel ricordo e nel
cuore nero della creatura che aveva dato alla luce nel mondo. Immaginando il
proprio corpo fluttuare in quel vuoto, Dina si concentrò sulla singola goccia
del suo stesso sangue che aveva vincolato l'incantesimo. Si lasciò attirare
verso di essa finché la goccia non si trovò davanti a lei, sospesa nell'aria.
Allungò la mano e la toccò con la punta del dito, avvertendo la sensazione di
denti affilati che le risalivano lungo la mano. All'improvviso, sentì l'intero
braccio come se fosse stato immerso in un mare di ghiaccio. Il brivido le
risalì lungo il collo fino al viso, penetrandole nel naso, negli occhi e nella
bocca.
E poi si ritrovò a cadere. A cadere all'infinito. A cadere per sempre.
«Sono stato troppo affrettato nel farti i complimenti
prima», disse.
«Dove... Killian...»
«Si sta riprendendo nella sua stanza», rispose Valentin.
«Come sono arrivata qui?»
«Quel ragazzo è tenace, ti ha trascinata fin qui dalla
palude nonostante una ferita infetta. Per non parlare di un caso
particolarmente brutto di avvelenamento da zampa di leone.»
«E la palude?»
«Ti riferisci alle forze con cui hai trafficato?», disse.
«Sta' pur certa che se ci fosse ancora una minaccia per gli studenti laggiù, tu
non saresti qui in questo momento. Saresti morta, e lo sarebbe anche il giovane
signor Lu.»
Valentin sapeva tutto. E sicuramente Killian sarebbe stato
obbligato a raccontare ai decani di Pennargento tutto ciò che era accaduto
nella palude dal suo punto di vista. Dina, dal canto suo, era certa che il suo
tempo a Strixhaven fosse giunto al termine. Sapeva perché aveva compiuto le
scelte che aveva fatto. Avrebbe solo voluto che l'esito fosse stato diverso.
D'altronde, forse quello era l'unico modo in cui avrebbe potuto imparare a
lasciare che il passato riposasse. Un prezzo da pagare.
«So che è deluso», disse Dina. «Non era mia intenzione...»
Valentin sospirò. «Deluso? In verità, sono tutt'altro che
sorpreso. Nessuno di voi studenti ha mai l'intenzione di far andare male le
cose, specialmente quando succede.»
«Non appena sarò in grado, prenderò le mie cose e me ne
andrò.» Dina si appoggiò al tavolino per scendere dal letto, ma una fitta di
dolore le trapassò il corpo, costringendola a rimettersi giù.
«Sai che questa è un'istituzione scolastica, vero?», disse
Valentin. «Confido che tu abbia imparato qualcosa questa notte — ovvero che tu
sei lo studente e noi siamo gli insegnanti. Noi assembliamo meticolosamente le
lezioni e voi le seguite alla lettera. Avventurarsi al di fuori di questa
dinamica è... rischioso. Una lezione del genere sarà preziosa nel tuo futuro
percorso di studi.»
«Quindi... posso restare?»
«Hmph», grugnì. «Sopra ogni altra cosa, Strixhaven è un luogo per nuovi inizi. Spesso questo si manifesta sotto forma di seconde possibilità. Nessuno di noi è senza colpa, signorina Dina.» Si fermò e fece schioccare le dita tra loro. «E io sono tra gli ultimi a potersi permettere di castigare gli altri per i loro passi falsi.»

Sfondando la porta della sua aula, entrò Lisette, collega
professoressa a Strixhaven e Decana dell'Accademia di Germoglioscuro. Marciò
fino alla scrivania di Onyx e lasciò cadere un pesante tomo sulla sua
superficie.
«Credo che questo sia tuo», disse Lisette, con gli occhi
accesi di furia.
Onyx sussultò davanti a ciò che vedeva davanti a sé. Non era
tanto il fatto che pensasse che il volume le sarebbe sfuggito per sempre. Aveva
tutto il tempo del Multiverso per setacciare gli scaffali del Biblioplex.
Piuttosto, non si era aspettata che tornasse in suo possesso in un modo così
comodo. Eppure, eccolo lì — uno dei motivi per cui si trovava a Strixhaven a
sprecare energie con mocciosi ingrati che si credevano già maghi di stimata
reputazione.
Non voleva mostrare a Lisette la propria eccitazione.
Dopotutto, era meglio rimanere calmi e controllati, specialmente di fronte a un
potenziale nemico. Chiunque — un amico, un membro della famiglia — poteva
trasformarsi rapidamente in un avversario. Onyx lo aveva imparato fin troppo
bene e fin troppo spesso.
«La tua collegialità è apprezzata», disse Onyx, con un
leggero sorriso sul volto.
«Io so chi sei... cosa sei», la minacciò Lisette. «E
morirò prima di smettere di cercare di allontanarti il più possibile da questa
scuola.»
La Professoressa Onyx si appoggiò allo schienale e fece
tamburellare le dita sulla copertina del libro. «La cosa si può combinare,
Professoressa.»
Senza aggiungere un'altra parola, Lisette uscì infuriata,
lasciando Onyx sola con il suo premio. Sfogliò il libro, soffermandosi di tanto
in tanto a leggerne il contenuto per abbandonarsi ai ricordi. Ricordava i nomi
di coloro che si erano offerti volontari come suoi soggetti di prova — se non
in vita, di sicuro in morte.
Onyx si fermò sull'ultima pagina e rilesse l'incantesimo.
Quello, come tutti gli altri, era stato un fallimento. La vita dall'assenza
di vita. Con il polpastrello, tracciò il contorno della foglia di esis,
accarezzandone i bordi come la guancia di un amore perduto da tempo. Un
marciume nero si diffuse verso l'esterno dal punto in cui l'aveva toccata,
consumando tutte le pagine del libro e lasciando nient'altro che le catene che
le avevano tenute unite.