Dopo appena cinque minuti dal suo primo incontro con Asterion, Quintorius giunse alla conclusione di averne già abbastanza del suo spirito mentore. Non era una rivelazione piacevole, né tantomeno qualcosa che si sentisse pronto ad affrontare. Era convinto che un profondo rapporto di tutoraggio sarebbe stato la chiave per un percorso di successo a Strixhaven. Dopotutto, quante volte capitava al povero figlio di un pastore l'opportunità di parlare con un personaggio di chiara fama storica di eventi epocali vissuti in prima persona?
Così, quando Quint ricevette finalmente l'abbinamento con il
suo mentore, corse a tutta velocità verso il Viale delle Effigi — senza dubbio
la sezione più importante dell'Accademia di Archeorocca. Durante l'intero primo
anno e mezzo di studi, Quint aveva preso l'abitudine di passeggiare lungo i
sentieri di pietra del Viale delle Effigi, fermandosi ad ammirare le statue di
stimati professori, illustri ex studenti ed eroi leggendari delle epoche
passate. Immagina di avere uno di loro come mentore! Che tipo di storia avrebbe
potuto imparare da Golwanda la Sanguinaria e Xandril il Boia? In vita, questi
due signori della guerra erano stati acerrimi nemici: Golwanda con i suoi
Cavalieri del Tuono, un'impavida cavalleria orcentesca che aveva unito i popoli
della steppa sotto il sigillo del Falcione Cremisi; e Xandril, l'eroe di guerra
kor che aveva radunato i duri feudi della Terra delle Orde. Le loro forze si
erano scontrate su campi di battaglia intrisi di sangue tremila anni prima
della nascita di qualsiasi attuale studente di Strixhaven. Eppure erano lì, nel
presente, in attesa di tramandare secoli di saggezza a uno studente fortunato.
Quint non si era mai considerato particolarmente fortunato.
Eppure, quando evocò per la prima volta lo spirito del suo mentore all'interno
della sua statua, nemmeno lui avrebbe potuto prevedere che la maggior parte di
quella conversazione iniziale avrebbe riguardato le focaccine. E invece fu
così. Ampiamente. Con tanto di marmellata di more e panna densa. La seconda e
la terza sessione non andarono meglio, con argomenti che oscillavano tra l'uso
efficiente della fascia da smoking e la corretta igiene per certe razze canine
— perlopiù quelle di piccola taglia che si trovano spesso nelle borsette delle
nobildonne e dotate di un livello di scontrosità decisamente fuori misura
rispetto alla loro statura. Non c'era da stupirsi che l'entusiasmo di Quint per
il progetto di fine trimestre fosse praticamente colato a picco all'inizio
della quarta sessione.
Ahimè, un voto era un voto, e i voti alti erano fondamentali
per gli studenti borsisti. Quint aveva pensato di rivolgersi al Decano Plargg
per chiedere un cambio di mentore, ma sapeva che era una causa persa. Era stata
un'idea di Plargg quella di abbinare gli studenti a statue recuperate da scavi
recenti. "Gli studenti di Archeorocca dovrebbero voler essere
l'avanguardia della storia!". Inoltre, Plargg non vedeva di buon occhio
gli studenti che considerava dei "codardi".
Con un sospiro, Quint sollevò lo sguardo verso la statua del
suo mentore. Raffigurava un giovane uomo rivestito di quella che doveva essere
la più raffinata armatura a piastre che un fabbro potesse forgiare, con
l'espressione d'acciaio di uno scaltro stratega. Posava la mano sull'elsa della
spada, pronto a colpire i suoi nemici. Se un passante l'avesse guardata, non
sarebbe stato assurdo pensare ad Asterion come a un feroce comandante di
cavalieri.
Quel passante si sarebbe sbagliato.
Sollevando le mani davanti a sé, Quint tracciò nell'aria i
sigilli sacri de "Il Risveglio". Questo era l'incantesimo più
importante di Archeorocca, il perno per qualsiasi comprensione costruttiva
della materia. I sigilli fungevano da catalizzatore per la mente, permettendo a
chi lo lanciava di proiettare la propria volontà a ritroso lungo le correnti del
tempo che vorticavano costantemente attorno a tutto Arcavios. Una volta in
sintonia con queste correnti, all'archeomante bastava isolare un nome, un volto
o un evento, aggrapparvisi e trascinarlo nel presente.
Meglio togliersi il pensiero, si disse. Prima
finisco questo progetto, meglio è.
Lo stomaco di Quint si contrasse e si attorcigliò mentre raggiungeva il crescendo dell'incantesimo: una fiammata luminosa e priva di calore avvolse la statua, riempiendo le crepe della pietra di un'incandescenza dorata. Non importava quante volte Quint eseguisse quell'incantesimo, era sempre accompagnato da una sensazione non molto diversa dal bere latte di pecora dopo aver mangiato un po' troppo melone della prateria, anche se doveva chiedersi se la sua attuale nausea non fosse da attribuire alla prospettiva di dover interagire, ancora una volta, con il suo mentore.
"Quint, mio caro lossodonte!" esclamò Asterion,
scendendo dal piedistallo. "Stavo pensando alla domanda della nostra
scorsa discussione, e la mia risposta è che mi piacerebbe assolutamente."
Quint tirò fuori un diario dallo zaino e scorse i suoi
appunti. L'ultima cosa che aveva annotato erano le riflessioni di Asterion sui
pro e contro dell'uso del parasole. "Non ho idea di cosa tu stia
parlando."
"Mi piacerebbe moltissimo accompagnarti in un gran tour
della tua splendida accademia!" Asterion indicò il sentiero che conduceva
verso l'imponente guglia della Sala di Kollema. Decine di studenti del secondo
anno, alcuni dei quali Quint conosceva di vista, erano impegnati a fare
esattamente la stessa cosa che stava facendo lui, solo con figure storiche
decisamente più rilevanti. "Pensavo che non me lo avresti mai
chiesto."
"Infatti non l'ho chiesto," disse Quint, sedendosi
per terra. "Che ne dici se ci limitiamo a parlare?"
"Ogni volta che ci siamo incontrati non abbiamo fatto
altro che parlare. Di sicuro il tuo progetto non si riduce a questo. Che ne
dici di conoscerci un po' meglio?"
"Credo che ci conosciamo già abbastanza," tagliò
corto Quint, appoggiando la penna sulla pagina del diario.
Asterion cominciò a fare avanti e indietro. "E va bene.
Suppongo tu voglia sapere della mia vita, di dove ho vissuto, della mia
genealogia, allora?"
"In realtà, ho già tutte queste informazioni."
"Tu... cosa?"
"La scuola ha archivi molto dettagliati. Dopo il nostro
ultimo incontro, ho pensato di risparmiarci la fatica di dover ricordare i
dettagli minori." Quint tornò indietro di qualche pagina, arrivando ai
riassunti che aveva scritto il giorno precedente dopo aver setacciato il
Registro dei Conti nella Sala di Kollema. Dalla polvere e dalle condizioni
relativamente buone delle pergamene riguardanti Asterion e la sua famiglia, era
evidente che fosse la prima persona in diverse centinaia di anni a consultarli.
"Tuo padre era Lord Teutamos di Rivo Pallido, una provincia nelle Terre
Vaste centrali. Tua madre era Lady Cretea."
"Ma guarda un po'! Lo studente che fa i compiti a
casa."
"Avevi due cugine di primo grado da parte di madre,
Pasifae e Deianira."
"Quelle due non mi sono mai piaciute. Decisamente
viziate."
"E da parte di padre, un solo cugino, Acheloo. Suo
padre, tuo zio Arboron, era un generale piuttosto noto, un tempo al servizio
dell'ultimo monarca Jetelothiano. Era chiamato anche 'La Bestia'."
"Più per il suo odore che per la sua abilità in
combattimento." Asterion smise di camminare e incrociò le braccia davanti
a Quint. "Visto che sai così tanto, non riesco a immaginare cos'altro tu
debba chiedermi."
"Riguarda la fine."
"Oh."
"Una serie di rapporti indica che sei stato visto
l'ultima volta mentre lasciavi i terreni della scuola diretto verso il
Precipizio dei Pilastri. Un mese dopo arrivò una squadra di ricerca, ma una
settimana di indagini non portò a nulla. Tua madre commissionò un monumento da
erigere accanto all'ingresso di una caverna. È lì che la statua è stata
ritrovata due mesi fa." Quint sollevò lo sguardo dalla pagina.
"Corrisponde a ciò che ricordi?"
"Non vedo perché i miei ricordi siano importanti. Hai i
tuoi documenti."
"L'accuratezza nei resoconti storici è estremamente
importante."
"Ah. Immagino che contribuirebbe anche positivamente al
tuo voto finale, giusto?"
"Io... sì."
"Mi crederesti se ti dicessi che non riesco a ricordare
bene? Ricordo fino a un certo punto, e poi... sprazzi. Frammenti, come ombre
sfocate illuminate dalla fiamma di una torcia."
Quint chiuse il diario e lo ripose nello zaino. "Allora
immagino che finisca qui. Penso di avere ciò che mi serve da te. Grazie per la
pazienza."
"Aspetta!" disse Asterion. "Puoi portarmi in
quel posto — dove è stata trovata la statua?"
Quint si alzò e scosse la testa mentre si caricava lo zaino
in spalla. "Alle statue degli spiriti non è permesso lasciare il Viale
delle Effigi."
"E chi lo dice?"
"Lo dicono le regole. Nessuna statua fuori dal Viale
delle Effigi senza il permesso di un decano di Archeorocca."
"Io me le ricordo, le regole. C'erano anche ai miei
tempi, e sai chi le seguiva? I codardi e gli sciocchi."
Quint fissò il suo mentore con severità. "È importante
seguire le regole."
"Allora che senso ha avuto portarmi qui? Per
stuzzicarmi con tutte queste possibilità e poi dire 'non è permesso' o 'non è
possibile'?" Un paio di studenti di passaggio li guardarono storto.
"Se mi scoprono, perderei il mio lavoro, e potrei
persino essere espulso dall'accademia."
"Lavoro," disse Asterion, divertito. "E cosa
fai in questo lavoro?"
"Aiuto un team di ricercatori in un sito di scavo. Mi
serve per pagarmi le tasse scolastiche."
"Uhm. Questo lo rispetto. Dimmi di più su questo sito
di scavo."
"Se proprio ci tieni a saperlo, è la caverna dove hanno
trovato la tua statua, sepolta sotto un'antica frana. Siamo quasi certi che
troveremo le prove del fatto che questa scuola è stata costruita sopra l'antica
città di Moragitzu-Kesh."
Il volto di Asterion si contrasse in una smorfia e, un
secondo dopo, si lasciò andare a terra ridendo a crepapelle. "Tu credi che
Moragitzu-Kesh si trovi a meno di cento leghe da questo posto? Sei
impazzito?"
"Non lo penso solo io. Molti esperti la pensano allo
stesso modo."
Asterion rise ancora più forte. "Esperti? Più che altro
ciarlatani."
Quint squadrò il suo mentore. Non era il massimo a
interpretare le espressioni facciali, ma persino il più eccezionale mago della
mente avrebbe avuto difficoltà a esaminare il volto di pietra di una statua di
uno spirito. "Non sai di cosa stai parlando."
"So abbastanza da non scambiare Zantafar per
Moragitzu-Kesh. Hai sentito parlare di Zantafar, vero? Scendi i gradini, o
pellegrino, o viandante?"
Naturalmente Quint conosceva Zantafar. Ogni lossodonte su
Arcavios conosceva la storia della famosa città perduta. I poveri bambini
nomadi si raccontavano le versioni della leggenda tramandate dalle proprie
famiglie intorno ai falò serali. Cacciatori di tesori di ogni tipo cercavano la
città attratti dalle promesse di ricchezza e gloria. Non sorprendeva Quint che
Asterion fosse a conoscenza di Zantafar. Ciò che lo fece esitare fu la linea di
poesia che il suo mentore aveva recitato.
"Come fai a conoscere il Cantico di Jed?" chiese
Quint. La cui paternità era per lo più attribuita a Xyrun-Jed, l'ultimo
imperatore lossodonte, il Cantico di Jed era sopravvissuto nei secoli come
preghiera nei momenti di angoscia, una meditazione per i lossodonti in circostanze
disperate.
"Me l'ha detto un piccolo lossodonte," disse Asterion
con un sorriso sornione. "Beh, in realtà era piuttosto grande — Vis
Svokunol, colui che si prendeva cura di me da bambino. Conosco molte delle
storie — inclusa quella della vostra città perduta. Cosa pensi che stessi
facendo quaggiù tutto quel tempo fa? Uno non si avventura in caverne desolate
solo per la salute. Probabilmente per il contrario, a dire il vero."
"Zantafar? Al Precipizio dei Pilastri?"
"Sì, mio amico dalla proboscide prensile. C'è una città perduta da scoprire. E tu sei proprio il lossodonte adatto per farlo. Consideralo come una tua responsabilità."
Fortunatamente per Quint e per il suo compagno non
autorizzato, questo scavo non era quello che avevano intenzione di esplorare.
Sfortunatamente, avrebbero dovuto attraversare l'accampamento per raggiungere
la loro destinazione. Nascosti dietro uno sperone di roccia, osservarono il
campo brulicante di attività. Quint avvistò il Professor Hofri
Forgiafantasmi, il capo del progetto, mentre si scaldava vicino al fuoco e
fissava la distesa di cielo punteggiata di stelle mentre si intrecciava la
barba.
"Ah!" esclamò Asterion. "Quegli sciocchi non
troveranno nulla in quel buco."
"Non sono sciocchi," disse Quint. "È proprio
lì che hanno trovato te — beh, la tua statua — sotto svariate tonnellate di
roccia."
"Mia madre non è mai stata brava in geografia. Inoltre,
sono stato in quella caverna, e ti assicuro che non c'è nient'altro di
interessante là dentro."
"Questo accadeva seicento anni fa."
"Il che dimostra il mio punto di vista. Certo,
troverete qualche frammento di terracotta, una o due armi arrugginite,
probabilmente lasciate da qualche viaggiatore come uno scherzo per i palloni
gonfiati come i tuoi professori." Indicò una zona buia fuori dalla luce
del fuoco, accanto alla parete di una scogliera. "Possiamo nasconderci tra
la boscaglia e aggirare il campo."
Quint cambiò idea per l'ennesima volta, dopo aver già
vacillato lungo tutta la salita verso il Precipizio dei Pilastri. Nonostante il
sarcasmo di Asterion, le regole di Strixhaven erano chiare, come lo erano tutte
le buone regole. Se lo avessero scoperto a portare Asterion fuori dal campus
senza permesso, si sarebbe trovato in una situazione simile a quella di due
anni prima, quando il Comandante Huerty Kostambul dell'Accademia Militare di
Rundlestrom aveva scagliato ogni minaccia immaginabile contro la sua incolumità
fisica, la salute della sua famiglia, l'onore di suo padre e le innumerevoli
generazioni di lossodonti che sarebbero discese dalla sua stirpe.
"Come ha fatto un moscerino insignificante come te a
battere tre dei miei migliori cadetti?" aveva urlato Kostambul dall'altro
lato di una scrivania cosparsa di ogni tipo di arma da taglio. Da parte sua,
Quint era rimasto in silenzio. Nulla di ciò che avrebbe potuto dire in quella
stanza, a quell'individuo — nonostante fosse un compagno lossodonte — lo
avrebbe salvato. La verità era che Quint non aveva alcuna speranza di
difendersi da quei tre bruti che avevano deciso che fosse il suo giorno per
essere iniziato con le maniere forti — nessuna speranza fisica, per lo meno.
Fortunatamente, aveva sempre saputo di poter far muovere le cose, farle
torcere, girare e cadere improvvisamente nei momenti opportuni. A casa, aveva
usato quei doni magici per impedire alle pecore fuggitive di allontanarsi
troppo dal gregge. Una volta, aveva evitato che suo padre cadesse in un pozzo
facendo scattare la chiusura del coperchio. Era stato un gioco da ragazzi
allungare la mano e far cadere uno stendardo da parete sulla testa di un
assalitore, sciogliere improvvisamente i lacci degli stivali di un altro e far
inciampare l'ultimo, che era caduto rompendosi un braccio. Gli piaceva pensare
a quel potere come a un modo per estendere la propria goffaggine agli altri. I
talenti di Quint (e la sua magnanimità) non lo avevano però reso simpatico ai
suoi istruttori.
Espulso, recitava il pezzo di carta che gli era stato consegnato prima di essere accompagnato alla porta.
"Quint, sei pronto?" chiese Asterion.
"E se ci scoprono?" Quint non poteva fare a meno
di immaginare le facce dei suoi genitori se fosse tornato a casa con
disonore... di nuovo. L'ultima volta era costato loro un'armatura e
delle armi inutili. Questa volta, se possibile, sarebbe stato peggio. Avrebbero
perso ogni speranza che Quint potesse avere un destino diverso dal pascolare le
pecore.
"Non pensare in questo modo," disse Asterion.
"La vita è fatta di rischi! Andiamo!"
Asterion aprì la strada e Quint non ebbe altra scelta che
seguirlo. Si calarono nell'ombra e aggirarono lentamente l'accampamento.
Proprio mentre raggiungevano la metà del sentiero che scendeva aggirando una
scogliera inferiore, l'alluce di Quint si impigliò in una radice che spuntava
dal terreno. Prima che potesse aggrapparsi a un ramo, inciampò in avanti e
franò al suolo. Peggio ancora fece il suo zaino, che si spalancò, rovesciando
carte e attrezzi sul terreno roccioso.
"Chi c'è là?" gridò una voce dal gruppo
rannicchiato intorno al fuoco.
Quint fece una smorfia. Com'era quel commento sul suo
rapporto di espulsione? Ah, sì: Quintorius Kand ha la coordinazione di un
anziano animale da soma, cieco da entrambi gli occhi e pieno di vaiolo.
Sebbene non l'avrebbe descritta in modo così aspro, Quint doveva ammettere di
non essere esattamente il più agile sui piedi, persino per un lossodonte.
Guardò verso il punto in cui si trovava Asterion, solo per scoprire che era
sparito. Girando la testa, vide un membro del team di ricerca avvicinarsi alla
sua posizione, tenendo una torcia sollevata. Quando riuscì a rimettersi in
piedi, Quint vide che si trattava del Professor Forgiafantasmi in persona.
"Quintorius?" disse, sollevando la torcia.
"Perché non sei al campus?"
Pensando rapidamente, Quint si mise in ginocchio e cominciò
a rimettere alla rinfusa le sue cose nello zaino. "Ehm, sì... dovrei
essere al campus, signore."
"Spiegati." Il professore lo fissò in un modo che
fece sentire Quint a disagio. Hofri aveva ottenuto grande fama a Strixhaven per
la sua capacità di risvegliare gli spiriti dei morti anche senza un
catalizzatore materiale come una statua. Come avrebbe potuto riuscirci senza
avere un'acuta comprensione degli altri — compreso il capire quando qualcuno
stava goffamente schivando una domanda diretta?
"Io, ecco, ho dimenticato alcuni attrezzi sul
sito."
Hofri guardò in basso e toccò con la punta dello stivale il
disordine di picconi e spazzole che Quint stava infilando nello zaino.
"Intendi questi?"
"No... intendo l'altro mio set. Quello buono. Non che
io pensi che qualcuno possa rubare..."
"Perché non ti unisci a noi intorno al fuoco?"
disse Hofri. "Resta un po', prendi del tè. Poi potrai prendere i tuoi
attrezzi e tornare a casa."
Quint aprì la bocca per rifiutare, ma poi ci ripensò. Una
serata tranquilla con alcuni degli studiosi più colti di Strixhaven? La maggior
parte degli studenti avrebbe ucciso (o almeno ferito gravemente) per avere una
simile opportunità. Quei professori erano accademici sul campo, mica come quei
grassi generali in pensione di Rundlestrom che addestravano i cadetti su
manovre sul campo di battaglia che loro stessi non eseguivano da decenni.
Passare del tempo con loro al di fuori di un impegno ufficiale era raro e
prezioso. Voleva accettare, voleva imparare cosa significasse essere un
archeomante di successo, una persona di successo nel mondo.
D'altra parte, se c'era la possibilità che Zantafar si
trovasse proprio sotto i loro piedi, Quint voleva essere colui che l'avrebbe
trovata. Pensò a come Kostambul lo aveva congedato e poi immaginò la sua faccia
se avesse scoperto che proprio Quintorius Kand era il responsabile del ritorno
di Zantafar al popolo dei lossodonti. Pensò all'orgoglio che avrebbero provato
sua madre e suo padre, a come gli altri avrebbero venerato la loro famiglia.
Era quello che voleva.
"Dovrei proprio tornare," disse Quint. "Vi
ringrazio per..."
"Non si tratta dei tuoi attrezzi, vero?" disse
Hofri. "Come vanno le cose con il tuo mentore? Ancora una delusione?"
"Beh, sa come funziona..."
"Ti ricordi di Siulogma, giusto?" Siulogma di
Valdrasheen non era un nome che uno studente di Archeorocca potesse
dimenticare. In vita era stata una celebre studiosa, responsabile di alcune
delle più venerate storie miniate, tra cui Icore e Ferro: Dialoghi dall'Età
del Sangue (un testo obbligatorio nel corso di tattiche militari del Decano
Plargg). Da morta era stata, tra le altre cose, il mentore assegnato a Hofri
quando era un giovane studente di Archeorocca appena trasferitosi
dall'Accademia di Prismari. "Non siamo mai andati d'accordo. Cosa diceva
di me? Ah, sì: 'Mi era stato detto che avevi esperienza artistica! Ma quello
che ho ricevuto è un ottuso senza speranza che infanga l'intera ricerca della
creatività! Non auguro altro che sventure a te e ai tuoi lontani parenti'.
Tutto perché non sapevo distinguere il malva dal turchese."
"Sono colori molto diversi."
"Infatti," disse Hofri sorridendo. "Te la
caverai a tornare al campus?"
"Penso di sì."
"Sai che puoi parlarmi in qualsiasi momento. In molti
pensano di essere soli. Io di certo mi sentivo così."
"Lo farò," disse Quint. "Me la caverò."
Hofri annuì e tornò verso il fuoco. Se Quint avesse dovuto
scegliere un mentore convenzionale a Strixhaven, Hofri sarebbe stato quello
giusto. Com'era possibile che qualcuno non molto più vecchio di Quint avesse
più saggezza di uno spirito esistito per centinaia di anni? Quint finì di
raccogliere le sue cose, solo per girarsi e vedere Asterion che agitava la mano
da dietro una macchia di arbusti. Si affrettò a tornare nell'oscurità dove il
suo mentore era accovacciato vicino al suolo.
"Te la sei cavata alla grande, Quint," disse
Asterion. "Ora, passiamo a cose più grandi e migliori, eh?"
"Cose più grandi e migliori," ripeté Quint.
La caverna in cui Asterion portò Quint non mostrava alcun
segno di essere un luogo straordinario. Non c'erano tracce — almeno all'inizio
— di una città, che fosse perduta, ritrovata o semplicemente dimenticata, né vi
erano indicazioni che la caverna stessa fosse qualcosa di diverso da una
formazione naturale. Lungo la strada, lui e Asterion aggirarono alcune fosse
irregolari che Quint ipotizzò essere antiche cave da cui era stata estratta la
pietra destinata a Strixhaven.
"Siamo arrivati," disse Asterion, che apriva la
strada reggendo la torcia inestinguibile di Quint. Il pavimento della caverna
pendeva dolcemente, ma non in modo uniforme; piuttosto, il terreno scendeva
come una serie di gradini naturali fino a spianarsi in un'ampia camera con
un'unica colonna di pietra al centro e nessun'altra uscita. Asterion girò
intorno alla colonna, tenendo la torcia vicina alla roccia per esaminarla,
mentre Quint se ne stava in disparte con le braccia conserte. "Ricordo
chiaramente questa formazione."
"E poi?"
Asterion posò la mano sulla superficie della colonna e la
fissò, come se solo in quel momento si fosse reso conto che il suo corpo non
era di carne e ossa, ma di pietra fredda. "E poi" — si raddrizzò e
tolse la mano dalla colonna — "lo scopriremo insieme, non è vero?"
Insieme, ispezionarono la camera alla ricerca di un segno o
di un sigillo, di una minima traccia di qualcosa fuori dall'ordinario.
"C'è qualcosa che non torna," disse Quint.
Asterion sollevò lo sguardo dall'analisi della base della
colonna di pietra. "Tipo cosa?"
"Nessuno si è imbattuto in questa caverna tra quando
c'eri tu e oggi? A migliaia sono stati in tutto il Precipizio dei Pilastri nel
corso dei secoli. La sua scoperta avrebbe dovuto essere inevitabile."
"Possibile non è la stessa cosa di inevitabile,
Quint."
"Ma in un tale arco di tempo..."
Quint posò lo zaino e frugò all'interno finché non tirò
fuori una pergamena color bronzo, che srotolò piatta sul terreno. Asterion si
avvicinò e si chinò, tenendo il fuoco silenzioso della torcia vicino alla
carta.
"Vuota," disse Asterion. "Un po' deludente
come finale, non trovi?"
"È magica," disse Quint, infastidito sia dalla
testardaggine di Asterion sia dalla propria evidente svista. Sia la ricerca che
le operazioni militari condividevano lo stesso principio fondamentale: sapere
ciò che già sai prima di cercare ciò che non sai. Immaginò il Comandante
Kostambul ridere della sua stoltezza per non aver tenuto conto delle proprie
risorse fino a quel momento.
Passò le mani sopra la carta e sussurrò: "Splendore,
rimembranza". Un singolo punto di energia dorata divampò dalla pagina.
Da lì, diversi raggi si diffusero come linee controllate di elettricità
tracciate da un cartografo invisibile che mappava l'intero panorama del
Precipizio dei Pilastri. Quint indicò un punto accanto al contrassegno di un
ingresso di una caverna. "Questo è il punto in cui si trova il sito di
scavo." Poi fece scorrere il dito lungo un sentiero che passava attraverso
l'accampamento — quello che presumibilmente lui e Asterion avevano seguito —
notando le cave e il letto del fiume. "E noi siamo qui," disse,
picchiettando su un altro indicatore all'estremità settentrionale della cresta.
"Non vedo come questo cambi le cose."
"Questi sono punti di riferimento mappati da altri
esploratori nel passato di Strixhaven," disse Quint. "Altri sono
stati qui."
"Questo è il posto, Quint."
"Allora non so cosa dire," disse Quint,
arrotolando la pergamena e sedendosi con la schiena contro la fredda parete di
pietra. "Non c'è niente."
Asterion si sedette accanto a Quint. Nessuno dei due parlò.
I pensieri si rincorrevano nella testa di Quint. Perché aveva creduto ad
Asterion senza alcuna prova? Perché non aveva usato la mappa quando erano
ancora al campus per dimostrargli che si sbagliava? Cosa lo aveva spinto a
mentire all'unico professore che gli avesse mostrato una qualche forma di
empatia?
Rivolse la sua rabbia verso il suo mentore. "Eri così
sicuro!" gridò, e la sua voce rimbombò nella caverna. "È stato un
inutile spreco di tempo, e tu... tu sei..."
Asterion diede una pacca sul ginocchio di Quint. "Credo
che il termine preciso sia 'una delusione'." Sorrise mentre l'espressione
di Quint passava dalla rabbia alla sorpresa e al senso di colpa. "In vita
ero parzialmente sordo all'orecchio sinistro. Questo mi ha abituato a essere
molto attento."
Quint non si era reso conto che il suo mentore avesse
sentito la conversazione con Hofri. "Perché non hai detto qualcosa quando
eravamo al sito di scavo?"
"Speravo di dimostrarti che ti sbagliavi," disse
Asterion. "Sono stato una delusione, vero? Eccoti qui, a cercare la guida
di un anziano, e tutto ciò che ottieni è un buffone che blatera di crema al
limone e delle sue storie gonfiate di conquiste romantiche."
"Gonfiate?"
"Alcune, non tutte," disse. "Ma devi
credermi, Zantafar è qualcosa su cui non sto esagerando. Questa è la
verità."
"Non credo che tu stia mentendo," disse Quint.
"Penso solo che tu ti stia sbagliando."
"Vis non si sbagliava," disse Asterion con
sommessa gravità.
"Dovevi essere molto legato a lui."
Un essere umano molto amico di un lossodonte non era nulla
di straordinario ai giorni nostri. A Quint bastava camminare per il campus per
vedere vampiri, kor e goblin impegnati insieme nella vita di tutti i giorni. Ma
ai tempi di Asterion, il fatto che un nobile come lui facesse amicizia con un
brizzolato veterano lossodonte delle guerre non era una cosa da poco. La sua
reputazione avrebbe potuto solo risentirne associandosi a un rozzo campagnolo
che non avrebbe mai potuto comprendere le sfumature dell'alta società — almeno,
questo era il modo in cui i contemporanei di Asterion lo avrebbero percepito.
Quell'amicizia era stata un'esplosione silenziosa, una di quelle che avevano
gettato le fondamenta affinché Strixhaven diventasse un rifugio per tutti.
"Vis era un brav'uomo," cominciò Asterion.
"Ma tutti hanno un passato. Alcuni lo celebrano. Altri scappano. Vis si
prese cura di me finché non assunsi i doveri nobiliari di mio padre, quando lui
divenne troppo infermo per viaggiare. Visitavo le città, amministravo i
consigli dei villaggi. Cose del genere. Non ero molto adatto. Diciamo solo che
all'epoca per me era difficile entrare in empatia con chi aveva così poco. Ma
ho recitato la mia parte perché dovevo. Un giorno, mentre mi trovavo in un
villaggio di frontiera, ricevetti un dispaccio da mia madre che mi informava
che Vis era stato arrestato."
"Arrestato per cosa?"
"Un mercante di passaggio a Tarangrad aveva
identificato Vis come un infame mercenario lossodonte noto nelle lingue umane
come 'Il Macellaio'. Sosteneva che avesse dato fuoco a dei villaggi in nome
dell'Impero Kathorrano, per poi fare lo stesso per i suoi vari nemici. Quando
raggiunsi Tarangrad, era troppo tardi. Vis era stato messo alla gogna nella
piazza della città. Per tre giorni interi lo lasciarono lì, spogliato e
umiliato. Senza cibo, senza acqua. La gente continuava a fare i propri affari, ignorando
le sue grida. Chiacchieravano con gli amici, compravano merci al mercato
centrale, discutevano del tempo mentre lui diventava lentamente sempre più
silenzioso, finché non tacque per sempre. In seguito, il suo corpo fu gettato
in una tomba anonima per poveri."
"Perché tuo padre non è intervenuto?"
"Lo ha fatto. I cittadini pretendevano che un vecchio
zoppo compisse i suoi doveri di signore e pronunciasse una sentenza. Lungi da
un uomo del popolo rifiutare, giusto? Quando lo affrontai, non volle darmi una
risposta sul perché avesse condannato Vis a morte — disse solo che era
vincolato dalla legge. 'Queste sono le regole', insistette."
Storie come questa non finivano nelle grandi epopee storiche
— nobili minori e mercenari esistevano da quando gli uomini si contendevano il
potere. La maggior parte non meritava nemmeno una riga nell'enciclopedia di uno
storico. Certamente una come Siulogma non avrebbe sprecato inchiostro per
scrivere i nomi di Asterion o della sua famiglia, figuriamoci di un servitore
finito alla gogna. Gli studenti di Archeorocca non avrebbero mai imparato la
storia di Asterion in nessuna lezione, per quanto avanzata.
"Non so se Vis abbia fatto quelle cose," disse
Asterion. "Mi piacerebbe credere di no. Ma anche se fosse, meritava di
dire la sua invece di un giudizio sommario. Quando le regole sono ingiuste,
Quint, ci trasformano in tiranni. Me ne andai quel giorno per non tornare mai
più. In un modo o nell'altro, avrei espiato il crimine di mio padre. Trovare
Zantafar nel nome di Vis mi sembrava un buon primo passo."
Quint si alzò e tese la mano verso il suo mentore.
"Forse ci sfugge qualcosa."
Asterion prese la mano di Quint e si tirò su. "Mi
credi?"
"Credo nella possibilità," disse Quint, incapace
di trattenere un sorriso che gli si allargava sul volto. "E siamo arrivati
fin qui, quindi perché non essere extra sicuri di aver controllato tutto?"
"Questo è lo spirito giusto! Quindi, da dove
cominciamo?"
"Dalla leggenda," esordì Quint. "La maggior
parte delle versioni inizia con una descrizione della città."
"È così che la ricordo anch'io."
"E poi il crollo. A volte la colpa è degli elfi,
altre volte dei troll o dei nani."
"Esatto. Sempre un tradimento," disse Asterion.
"Assistendo alla distruzione del suo popolo, Xyrun-Jed decise che avrebbe
preferito vedere la città crollare piuttosto che vederla saccheggiata e
conquistata."
"Alcuni dicono che gli dei dell'antichità inviarono un
grande terremoto per giustizia. Altri narratori parlano di un esercito
spettrale di antenati lossodonti che trascinò la città nell'abisso. E altri
ancora ipotizzarono che Jed stesso fosse un mago segreto e avesse usato la sua
magia per sigillare la città in un reame in cui i suoi nemici non potessero
entrare e reclamare i suoi segreti. Il risultato finale è stato lo stesso in
ogni caso: i lossodonti furono dispersi ai quattro angoli delle Terre Vaste, destinati
a non ricongiungersi mai finché la città di Zantafar non fosse stata più
perduta."
"E poi il Cantico di Jed."
"No," disse Quint. "Fa riferimento a Zantafar
ma non fa parte della leggenda."
"Vis lo includeva sempre quando raccontava la
storia," disse Asterion. "Diceva che era la parte più importante — il
cuore di tutto. Questo è ciò che gli aveva detto suo padre, e suo padre prima
di lui."
"Perché mai..." — un'idea invase la mente di
Quint, un'idea così assurda da avere il sapore della verità — "se Zantafar
fosse stata inghiottita da un cataclisma o dalla maledizione di antichi
spiriti, sarebbe perduta davvero per sempre. Tuttavia, se Zantafar fosse stata
nascosta, coloro che l'hanno nascosta si sarebbero assicurati che solo le
persone giuste potessero avervi accesso."
"Un lossodonte," disse Asterion.
"O qualcuno che conoscesse le storie del popolo dei
lossodonti." Quint si avvicinò alla colonna di pietra e pronunciò ad alta
voce i versi del Cantico di Jed:
Scendi i gradini, o pellegrino, o viandante. Per
trovare Zantafar, devi cercarla, Per cercare Zantafar, devi
abbracciarla, Per abbracciare Zantafar, devi accettarla, Per
accettare Zantafar, devi conoscerne il cuore.
Un sordo rombo scosse la caverna e, con un suono stridente,
la colonna si ritrasse nel terreno, lasciando un'apertura che conduceva a
un'oscurità impenetrabile.
"Ricordo," cominciò a dire Asterion mentre lui e
Quint si avvicinavano alla botola. Sentendosi completamente rinvigorito in
tutto il corpo, Quint frugò nella borsa finché non ripescò un martello, dei
chiodi da roccia e una corda. Piantò un chiodo nella pietra e vi legò
un'estremità della corda, stringendo forte il nodo.
"Vado giù," disse, afferrando la torcia con la
proboscide. Quint si avvicinò al bordo del foro e strinse la presa sulla corda.
Non proveniva alcun suono dal basso — niente vento, niente acqua, nessuna
traccia di movimento. "Quando grido, tu seguimi, d'accordo?"
"Aspetta," disse Asterion. "Ti rendi conto
che se io sono arrivato fin qui, poi non sono più tornato?"
"Lo so. Ma è troppo importante per tirarsi indietro
adesso."
"In qualità di tuo mentore, vorrei consigliarti di
essere più prudente."
"Proprio adesso?"
"Sai cosa significa essere morti?" chiese
Asterion. "Significa trovarsi in un luogo di nebbia e silenzio, vagando
per corridoi che finiscono bruscamente o che si ripiegano su se stessi
all'infinito. Scale che non portano da nessuna parte e colline che scendono
verso l'infinito. Significa esistere in un luogo dell'oblio, di un vagare senza
fine e senza scopo. Ogni grande porta conduce a un misero sgabuzzino delle
scope. Ogni persiana si apre su una finestra oscurata da una sporcizia incessante.
È lì che vado quando non sono con te. Non so se sia la mia penitenza o se
questo sia il destino di tutti coloro che muoiono, ma vorrei risparmiartelo, se
posso. Vorrei non avere un'altra morte sulla coscienza."
"Capisco. Ma io non sono qui da solo, come lo eri tu.
Se succede qualcosa, tirami su."
Quint piegò le ginocchia e raddrizzò le spalle mentre si sporgeva all'indietro sul vuoto. Asterion si inginocchiò accanto al chiodo di roccia e gli fece un cenno con il capo. Con una spinta delle gambe, Quint si calò nell'oscurità. Per il primo minuto non vide altro che la parete di roccia. Ma presto l'apertura si allargò in una grande camera. All'inizio pensò che il luccichio sulla parete della stanza fosse un qualche tipo di deposito minerario. Ma man mano che scendeva, quel bagliore si rivelò provenire da un'enorme statua d'oro di un lossodonte disteso, tempestata di gemme incastonate e giada che gli abbagliarono gli occhi. Superava di gran lunga la statua di Kollema, uno dei primi professori di Archeorocca, posta al centro dell'aula che portava il suo nome.
Quint toccò terra e gridò ad Asterion di scendere, mentre si avvicinava per esaminare meglio la statua. Non c’era alcuna targa con il nome, ma non poté fare a meno di pensare che si trattasse di un monumento a Xyrun-Jed in persona. Se era fatta di oro puro, come Quint sospettava, il suo valore poteva superare le casse del tesoro di alcune delle più grandi nazioni delle Terre Vaste. Quel tesoro, tuttavia, era nulla in confronto a ciò che si estendeva oltre di esso.
"Quint," sentì chiamare alle sue spalle. Era Asterion, in piedi sopra quello che Quint aveva scambiato per un cumulo di terra sul pavimento.
Quint si avvicinò e vide un corpo umano, o quel che ne restava dopo seicento anni. Pezzi di metallo attaccati a brandelli di stoffa coprivano il grigio-azzurro della carne mummificata. A un esame più attento, Quint notò rotture e fratture in alcune delle ossa scoperte. La gamba sinistra era piegata in modo innaturale, al contrario rispetto al ginocchio, e il braccio sinistro sembrava essersi spezzato in più punti.
"Sono caduto," disse Asterion. "Non pensavo che fosse così profondo. Un errore così stupido, impulsivo. Credevo di aver fatto qualcosa di straordinario, e invece ero solo uno sciocco la cui vita non è valsa a nulla e la cui morte è stata priva di significato."
Quint posò la mano sulla spalla del suo mentore. "Non è vero. Hai trovato qualcosa di significativo per ogni lossodonte su Arcavios." Allungò la torcia e diresse lo sguardo di Asterion verso la caverna sottostante. "Hai trovato quella." Incastonata nella roccia molto più in basso, una sconfinata metropoli fantasma sorgeva dalla pietra, illuminata in un eterno crepuscolo da funghi luminescenti sulla volta. La guglia di un lontano palazzo si ergeva sopra i tetti, invitando i primi ospiti dopo millenni a entrare ed esplorare i suoi segreti. "Che ne dici se andiamo a dare un'occhiata in giro?"
"Quint, amico mio, ho aspettato per secoli. Non un momento di più."



