“Parla perfino con i pesci? Le sue abilità sono veramente
infinite, mademoiselle.”
Le anguille tornarono sott’acqua al suono della voce
dell’uomo, un semi-baritono non ancora pienamente da adulto. Non che avrebbe
mai avuto l’occasione di maturare. Vivien osservò attentamente il viso del
nuovo arrivato, analizzando i suoi tratti sardonici, la giovanile morbidezza
della sua bocca ed il suo colorito anemico. I vampiri erano
eterni, sia nei comportamenti che a livello biologico.
Vivien si rimise in piedi. Era alta, di carnagione scura e
muscolosa, come i cantastorie spesso raccontano dei cavalieri sotto copertura,
con i suoi capelli scuri raccolti all’indietro in una pratica coda di cavallo.
Sul fatto che Vivien fosse bella, nessuno aveva ancora pensato di esternare
questo pensiero, probabilmente più intimoriti dal suo atteggiamento marziale e
dalla fredda intensità del suo sguardo.
Il mare si rigonfiava e lambiva la nave, scagliando schiuma
lucente nell’aria.
“Parlo ai pesci tanto quanto parlo ai dimosauri.” Vivien si sistemò il Bestiarco, il cui legaccio risultava caldo anche attraverso il farsetto. Frederic, il cacciatore vampiro che si era auto-nominato come sua scorta, spese una notte e buona parte della mattina a sforzarsi di convincerla che l’arma dovesse essere messa in stiva: avvolta nella carta oleata, così da preservarla dall’abrasiva aria salata del mare.
“Quindi, ciò che sta dicendo è che lei è esperta di ogni
loro dialetto, riconosce i loro sorrisi e ha il dono di interpretare i loro
aneddoti autoctoni?” Frederic ammiccò, come per voler essere ricompensato per
la sua magnificenza. Odorava di sangue, acqua salmastra e franchincenso, un
macellaio in chiesa, e anche dopo diversi giorni in sua compagnia, Vivien non
riusciva a rilassarsi in sua presenza. “Sto dicendo che non ‘parlo’ ai pesci.”
Una delle anguille tornò a fare capolino per interrogarla
con lo sguardo, il suo occhio d’agata diviso in due da una pupilla
rettangolare, attiva e simile a quella delle capre, ma venne poi spaventata dal
muggito del prezioso prigioniero della nave: un giovane brontodonte. Il
dinosauro era troppo grosso per la sua prigione. Sia la coda che il collo
penzolavano da due oblò sui lati opposti del vascello, assaliti costantemente
da gabbiani e pesci inghiottitori. Per quanto Vivien potesse intuire, la creatura
non dormiva. Per tutte quelle ore si era lamentata ed ululava, senza fare
altro.
“Tuttavia, riesce a parlare ai dinosauri?” Un movimento
lascivo delle sopracciglia del vampiro. Dietro di lui, la ciurma di Frederic
brulicava, fremeva e gridava in un creolo stupendamente acrobatico: Vivien
riusciva a comprendere solamente una parola ogni otto, essendo le altre troppo
legate ad un dialetto dalle orrende sfumature. Ma la loro emozione non aveva
bisogno di traduzioni. Casa era all’orizzonte.
Lei staccò l’ultimo dei frutti dal suo secchio e lo lanciò
al brontodonte, succulenta carne vegetale che trasudava zucchero come gocce di
miele di grano saraceno. Il rettile schioccò la sua bocca, chiudendola attorno
a quel pezzetto, trangugiando anche un uccello opportunista nel processo. Esso
la osservò con dolore e urlò ancora, con la voce carica di tristezza. “No.”
“Allora come spiega ciò che abbiamo visto? Come spiega la
maestosità della sua figura, con una mano allungata verso la bestia? A Luneau servono
intere spedizioni per tornare anche con solamente una di queste bestie. Ma lei,
lei è andata a cercarle là fuori da sola! Mademoiselle, o è particolarmente
dotata, o è magica, o magari entrambe!” Frederic fece roteare una mano verso
l’alto e poi si fermò, con un sorriso di aspettativa che si faceva largo sulle
sue labbra.
Sfortunatamente per il vampiro, Vivien aveva smesso di
prestargli attenzione. “Spero che il brontodonte riceva adeguata assistenza
medica.”
“Riceverà, come ogni nuova specie, le migliori attenzioni
del Serraglio Reale.” Frederic appoggiò la mano sullo
sterno e fece un profondo inchino.
Vivien notò come si fosse astenuto da una risposta diretta e
come sorridesse con disinvoltura, archiviando entrambe queste osservazioni
dietro ad una smorfia che, se le avesse chiesto qualcosa, sarebbe stata
provocata dalla forza del vento. La Planeswalker si stava stancando di sorridere
falsamente, delle sottili allusioni, degli strati di significato posizionati
l’uno sull’altro, di ogni parola di Frederic pesata con ogni sua sfumatura di
significato.
Vivien si ritrovò a pentirsi delle proprie decisioni, e non
era la prima volta. Li avrebbe dovuti far fuggire dalla giungla. Ma Frederic,
debole ma sincero, le raccontò così tante storie riguardo un Serraglio Reale
talmente incredibile da entrare nella leggenda, talmente enorme da contenere
interi ecosistemi nelle sue gabbie dorate. Oh, che corredo di rarità, che
tesori! Qualcosa che Vivien non sarebbe mai riuscita più a vedere durante la
sua vita o la prossima.
La Planeswalker si chinò e raccolse il secchio mettendolo
sotto braccio, pulendosi le dita sui pantaloni. Mentre dei gozzi, dalla tinta
color perla della lontana Luneau, iniziarono a circondare la nave, i marinai
iniziarono ad intonare un canto marinaresco con vigore, che parlava di mariti,
di maritaggio e di tutte le dissolutezze a cui ci si poteva riferire. Frederic
si girò ad osservare, con un sorriso falso quanto le parole che seguirono.
“Dovrei scusarmi per i miei uomini.”
“No. In realtà va bene.” Disse Vivien. “Questo è ciò che mi aspetto dai popoli civilizzati.”
Ci vollero esattamente venti minuti a Luneau, con i suoi
vicoli bizantini ed i balconi barocchi, a fissare il suo sguardo vitreo e
colorato su Vivien, ed altri dieci per capire che la Planeswalker non ne valeva
la pena. Vivien tirò i capelli del borseggiatore umano finché
il suo collo non si piegò quanto i suoi scrupoli, finché l’aria aveva appena lo
spazio per strisciare attraverso la trachea. In quel momento, e solo in quel
momento, Vivien si abbassò, con la bocca a pochi centimetri dal suo orecchio.
“Ci capiamo?”
Il borseggiatore squittì come i cardini di una serratura
d’ossa arrugginita.
“Pietà, madama. Una coppa del mio sangue come penitenza.” Le
sue spalle si piegarono come conseguenza ad un altro strattone di Vivien.
Luneau, già annoiata dallo spettacolo, sonnecchiava attorno a loro: i suoi
portuali vampiri ed i suoi marinai conversavano con i pescatori umani mentre
delle donne in grembiule, ognuna alta e robusta almeno quanto Vivien,
svisceravano degli enormi storioni vicino all’acqua. Oltre a Frederic, nessuno
dava importanza alla brutta situazione in cui si trovava quel borseggiatore e
perfino il vampiro, con il suo solito mezzo sorriso, sembrava semplicemente
divertito.
“Di cosa sta parlando?” La carne di Vivien prudeva nella
debole brezza apatica.
Frederic si accovacciò velocemente e avvolse la sua mano
guantata attorno al mento del borseggiatore. Con l’altra estrasse un
pugnaletto. “Questa è la valuta di Luneau, mademoiselle.”
Vivien allentò la presa, mantenendo comunque un ginocchio
premuto tra le spalle del borseggiatore, spalancando gli occhi. Lo sguardo di
lei passò dall’arma che le stava venendo offerta, rivolta a lei dal lato del
manico. “Cosa ti aspetti che faccia con questo?”
“Non l’ha sentito?” Un’altra delle risate leggere ed
esuberanti del vampiro. “Desidera offrirle una coppa di sangue-”
“No. Ho sentito il ragazzo.” Sibilò Vivien. “Cosa ti aspetti
che faccia io con il suo sangue?”
“Suppongo che dipenda dall’attuale tasso di cambio. Ma
suppongo che possa riuscire a ricavarne almeno un nuovo guardaroba. La sua
natura proletaria non è senza fascino, questo è certo. Tuttavia, penso che la
nobiltà rimarrebbe lusingata se cambiasse il suo modo di vestire per loro.”
Trascinò l’agitato muscolo rosso che era la sua lingua sui suoi denti, e Vivien
non poté fare a meno di vederla come una sanguisuga, talmente rigonfia di
sangue da splendere di un rosso brillante. “O, se si sente generosa, potreste
donarla a me. La Chiesa incoraggia l’utilizzo dell’elemento
criminale.”
La Planeswalker lanciò lontano il pugnale con uno schiaffo.
“No.”
“Pietà, madama.” Il borseggiatore ansimava come un cane dimenticato alla porta della Morte. “Pietà. Volevo soltanto lasciare Luneau.”
“Lasciare Luneau?” Frederic lasciò andare il mento del
borseggiatore e si mise in piedi, con la sua silhouette affilata e scura a
causa della luce lunare inclinata nei vicoli. Un gruppetto di suore si fermò
per osservare la scena, con gli orli dei loro abiti di madreperla bordati
d’oro. “E cosa farai lontano da quest’isola? Ti unirai all’Alleanza di Bronzo? Quei furfanti accettano
soltanto i marinai più capaci. Forse pensi di trovare un’altra città
civilizzata dalla Chiesa? Suppongo che potresti trovarla. Ma lì dovrai
lavorare. Non riusciresti a pagarti il cibo ed un alloggio con le sole gocce di
rubino delle tue vene. No, monsieur. Non lascerai Luneau. Non c’è posto per te
al di fuori di queste-”
Vivien alzò la voce sopra a quella di Frederic, non
sufficientemente alta da distorcere il suo timbro, ma abbastanza da far capire
che si era stufata della retorica del vampiro. Si alzò, facendo scorrere le
dita sul Bestiarco. Il borseggiatore rimase supino, saggiamente. “Se fossi una
donna diversa, una più cinica, direi che stai facendo il prepotente con questo
ragazzo per fargli accettare il suo ruolo di capo di bestiame e che Luneau,
bella quanto una moneta appena coniata, non è altro che un mattatoio glorificato.”
“Mi ferisce, mademoiselle.” La sua imperiosità svanì, come
il grasso che si scioglie su di una lingua avida. Al suo posto, un nuovo
substrato di astuzia, peggiore della sua spacconaggine libertina. “Luneau è a
malapena un recinto. Se proprio, suppongo possa considerarci come un gruppo di
redenzione per gli ex criminali.”
“Che accetta pagamenti di sangue.”
“Quindi lei disprezza anche il leone? La offende il fatto
che non mangi grano ma preferisca la carne dell’agnello? Il Rito della Redenzione non è senza
conseguenze. Noi beviamo il sangue perché siamo costretti a farlo. Ma non lo
facciamo in modo barbarico.” Frederic inclinò la testa, con la brezza che
avvolgeva i suoi folti ricci. “Una coppa qui, una porzione là. Nulla che possa
uccidere la cittadinanza umana. Abbiamo delle tabelle di marcia.”
E, con disgusto di Vivien, lui si imbronciò.
“Per quanto riguarda il ragazzo”, sospirò Frederic.
“Suppongo di aver corso troppo. Ma la Legione del Vespro si vede come custode
di Ixalan. Qui a Luneau abbiamo le strutture per
occuparci di persone come lui. Ma nel resto del mondo non sono così fortunati,
e che genere di aristocrazia saremmo se non facessimo la nostra parte nel
proteggere queste terre?”
“E il brontodonte? Le moltissime forme di vita selvatica che
avete trascinato per mare verso Luneau? Lo scopo è lo stesso?” Vivien diede un
colpo al borseggiatore con il lato ricurvo del Bestiarco. Vai, disse, senza
emettere suono, ed il ragazzo corse verso il porto. Nella Luneau per bene, dove
gli edifici si innalzavano pallidi e lustri come crema.
“Salvaguardia, mademoiselle. Non si sa mai quando una specie si possa estinguere. Ixalan è un luogo talmente selvaggio e spietato.” Di nuovo quel sorriso. Come se fosse il solito complice per proteggere quella bugia a fin di bene. “Ma, la prego. Abbiamo sprecato fin troppo tempo. Le meraviglie di Luneau non possono essere espresse solo a parole. Lasci che le mostri la mia città e forse dopo capirà il suo sbaglio nell’essere stata così diffidente verso di noi.”
Vivien era seduta in silenzio mentre Frederic vomitava un
sacco di elogi per Luneau, gesticolando e genuflettendosi allo splendore della
nazione e della sua capitale. Narrava, con gusto indecoroso, la superiorità
della coppia sovrana, le loro virtù, le circostanze che fecero sì che si
compisse un’unione tanto sublime. Poi iniziò ad elencare per filo e per segno i
loro traguardi, aggiungendo complimenti su complimenti già sentiti.
Era tutto così indecoroso, pensò Vivien tra sé e sé.
Che ci fossero fiori di loto appesi alle balaustre della
città, giardini che segnavano la caduta delle sue torri come le avide mani di
un amante disperato, alberi parassitati da fiori appena luminescenti, non aveva
importanza. Al massimo si limitava ad accentuare il disgusto che Vivien provava
per quella nazione isolana. L’aria aveva un olezzo di eccesso. Luneau era
artificio ed arroganza, ogni sua meraviglia era solo una macchinazione. I suoi
edifici erano di marmo bianco, con locali alla moda ad ogni angolo, musei e
vetrine che mostravano ricchi abiti e parrucche altissime. Luneau sembrava una
città da sogno, pulita, acculturata e priva di cose da tutti i giorni, come
macellai, panettieri ed ufficiali che pattugliavano le vie ciottolate. Soltanto
in periferia, soltanto dove Luneau poteva spingere lontano quelle macchie,
nascoste in un vicolo o ammaestrate in fila, Vivien riusciva a vedere dove
faticava l’umanità.
Se ci fosse stata della vera bellezza in quel luogo, sarebbe
stata patetica, strangolata e soffocata dai capricci dei suoi occupanti non
morti.
Ma Vivien non esternò i propri pensieri. Si limitava ad
aggrapparsi con le dita alla corda del Bestiarco e sorridere in modo
distaccato, un’espressione interpretata come incitamento dal suo compagno.
“Il luogo dal quale proviene, com’è?” Frederic passò un dito
lungo la protuberanza d’osso che spuntava dal polso scuro di Vivien, con un
movimento preciso quanto le pieghe del suo jabot di pizzo, e spostò il braccio
di lei dietro la propria schiena. Il suo tocco indugiò sulle affluenti delle
vene di lei, mentre Luneau, inquietante ed illuminata dal vespro, si metteva in
mostra dalla finestra.
Vivien cercò di non pensare alla figura cornuta innalzata
nel cielo, cercò di non pensare alle urla, al pop della pelle che si secca e si
rompe, cercò di non pensare a come tutto divenne silenzioso mentre il mondo
bruciava di bianco. Cercò di non pensare al fuoco.
“Era bellissimo”, sussurrò.
La carrozza continuava la sua marcia.
Lei contò i corpi sul muro, finché il numero non gli sfuggì
di mente per poi mormorare quei numeri come fossero una cantilena. Per un
terribile momento, la Planeswalker riuscì a comprendere Nicol Bolas, la morte di Skalla, la fine
di tutto ciò che aveva conosciuto e amato.
In quel luogo, fiancheggiata dai cadaveri di centinaia di
specie estinte, con i loro corpi appesi tramite cavi, inamidati ed irrigiditi
dagli intrugli di un imbalsamatore, e l’anticamera dorata e sgargiante contro
la lucentezza fittizia del pelo, Vivien non riusciva a pensare ad altro se non
alla distruzione di tutto ciò.
“Come nient’altro, dico bene?” La stretta della mano di
Frederic era di nuovo sulla curva del gomito di lei, con le dita che
stringevano attorno all’articolazione. “La Sala dei Tesori è di per sé un chiesa, un’ode
al mondo naturale.”
Vivien si divincolò dalla sua stretta. “La vostra idea di
mostrare riverenza è molto diversa dalla mia.”
“E così deve essere. Non siamo creature dello stesso mondo.”
I nobili ed i loro entourage sorpassarono la coppia, effemminati ed assurdi con
le loro parrucche torreggianti, minareti di capelli cotonati in configurazioni
strane ed appariscenti. “Ed è questo il bello dell’esistenza.”
“La bellezza non è una cosa che si può appendere a un muro.”
“Oh, certo che no.” Frederic schioccò le labbra. “Meglio che
le venga permesso di rimanere in vita, piacevolmente incorniciata da un
filigrana. Mi ricordo quando portarono a casa la coppia di mostrosauri per
l’accoppiamento. Che gioia. Fu un evento, come dicono ora. E furono anche degli
ospiti estremamente generosi del Serraglio Reale. Alcuni animali si limitano a
scadere, senza più la volontà di fare spettacolo. Ma quella coppia era sempre
pronta a fare scena. Quanta magniloquenza. Il maschio non era forte la metà
della sua controparte. Anche lui morì velocemente, e lei lo seguì poco dopo,
deperendo in uno spettacolo tragico talmente profondo che venne immortalato in
un manoscritto.”
Vivien inghiottì la propria ira. “Mostrami altri posti di Luneau.”
Vivien si premette un fazzoletto sul naso e quasi soffocò a
causa dell’aroma. Strozzandosi, passò le dita lungo i bordi, scoprendo troppo
tardi il miscuglio cucito nell’orlo. Nulla era sacro a Luneau. Nulla in quel
luogo era naturale.
“Mademoiselle Reid, si sente bene?” Frederic le porse il
braccio. Nella mezz’ora in cui si erano separati, lui era riuscito in qualche
modo a scambiare la sua tenuta da caccia con un vestito più appariscente. Delle
increspature e i pantaloncini imbottiti di raso lilla e color crema rendevano
bulbosa la sua silhouette.
“Sto bene.” Infilò il braccio sotto quello di lui, piegando
il fazzoletto in quattro parti. “Suppongo di essere semplicemente rimasta senza
parole di fronte alle glorie della tua terra nativa.”
“In questo caso, non si lasci distrarre da me. Luneau
richiede adorazione. Non esiste nient’altro su Ixalan che sia come lei.” Si
chinò verso di lei, la sua voce si enfatizzò al limite della cospirazione.
“Il Barone di Vernot, lui crede che esistano dei
giganti tra le lucertole che cacciamo. Divinità. Creature talmente grandi da
non riuscire a descriverle a parole. Un giorno riusciremo a portarli al
Serraglio Reale e, dopodiché, la storia non riuscirà a trovare altri rivali a
tale impresa.”
“Capisco.”
Frederic annusò. Del pigmento macchiava le sue guance. Non
rosa, come era normale, per donare una rosea finzione di vitalità, ma una
sfumatura di turchese che evocò a Vivien il ricordo di una carcassa
mangiucchiata dai granchi che un tempo aveva pescato dal mare. “Ah,
mademoiselle. Sono certo che pensa che il patriottismo sia ingiustificato, ma
ha visto il Serraglio Reale. Di certo dovrà capire.”
La rabbia le provocò un fremito sotto la pelle. Il Bestiarco
sembrava vibrare lungo tutta la sua spina dorsale e, per un momento, la
inglobò, una fame simile a un pozzo senza fondo. Voleva essere incoccato… no,
lei voleva incoccare il potere della reliquia e puntarlo al cuore di Luneau. Il
Bestiarco aborriva quel luogo. Vivien lo sapeva, nel modo in cui la quercia e
l’ontano sanno di doversi destare in primavera, nel modo in cui il fuoco sa
trovare il grasso nella carne, lei sapeva che non se ne sarebbe semplicemente
andata via da Luneau. Insieme, l’avrebbero rasa al suolo.
Ma non ancora.
Non ancora.
Dovevano aspettare.
Vivien costrinse la sua voce ad assumere un tono gentile, e
costrinse la sua bocca a mostrare un sorriso. Ma senza fascino; sarebbe stato
chiedere troppo. I loro riflessi li osservavano da ogni angolo dell’edificio
dall’alto soffitto. Dove l’architettura non presentava pietra indaco, c’erano
oro e metalli scintillanti, intarsi floreali e una perfetta mano di stucco,
lampade ad olio e luci magiche sapientemente posizionate così che nessuno si
fosse ritrovato un riflesso negli occhi.
Quell’architettura presentava, secondo Vivien, tutta la
gentilezza e la compassione assenti in altri elementi di Luneau.
“Perdonami, ma tutto ciò che ho visto sono state gabbie
piene di animali malati e morenti ed una sala adornata caoticamente di
cadaveri.” La bocca di lei si strinse. “Se erano quelli il vostro orgoglio e la
vostra gioia, potreste considerare di investire in qualcos’altro.”
Con sua sorpresa, Frederic rise, leggero e non affatto turbato dall’avvertimento nascosto nel tono di voce di lei. “Mademoiselle, se ci facessimo in quattro per mantenere tutto in vita, dove potremmo metterli? Il Serraglio Reale è la più grande struttura di questo tipo di tutto Ixalan, ma non è magica. Inoltre, il Barone come potrebbe sviluppare la sua scienza se non ci fossero dei corpi da sfruttare per le autopsie?”
Il corridoio si allargò nell’atrio del palazzo. Sopra di
loro, un soffitto a volte affrescato con una scena di navi in conflitto con un
kraken. La servitù trasportava dei piatti in ottone pieni di calici,
districandosi all’interno di una crescente folla di cortigiani, raddoppiata in
ogni suo componente grazie al pavimento rivestito di specchi.
L’abito non fa il monaco, penso Vivien tra sé e sé.
Indipendentemente da quanto si agghindassero e profumassero, indipendentemente
da quanti ettari di velluto utilizzassero per avvolgere quei corpi ricolmi di
magia oscura, di quanto giocassero ad essere raffinati, quelle creature
rimanevano dei cadaveri. Frederic diede un colpetto sulla mano di Vivien, e lei
si dovette contenere con tutta sé stessa per non tirargli uno schiaffo per
allontanare la sua mano.
“Comunque”, disse Frederic, scambiandosi baci a mezz’aria
con una pallida donna che a malapena degnò Vivien di uno sguardo, con la
scollatura ricoperta di polvere di diamante. “Devo congratularmi con lei per il
suo tempismo. Ha scelto l’occasione perfetta per visitare Luneau.”
“E perché mai?”
La donna si voltò, aprendo di scatto un ventaglio. Una
distesa di pizzo la ricopriva, partendo dal collo fino all’orlo delle maniche,
intessuto con la stessa tinta pacchiana della sua parrucca di alabastro. Tra
tutti i partecipanti, solo lei odorava di mausolei, midollo, ossa e terra.
“Poverina. Non le insegnano nulla da dove viene lei, mademoiselle? La festività
di stasera è famosa in tutto Ixalan. È-”
Un sospiro, come a trasmettere il peso provocato dalla
traduzione.
“-il Tourdion con il Tuono Truculento.
L’ho pronunciato correttamente, Frederic? No. Anzi, non dirmelo. Non mi
interessa.” Iniziò a muovere lentamente il ventaglio. Un finto neo di bellezza
macchiava il lembo di pelle appena sopra la bocca. “Sappia solamente che è
incredibilmente fortunata, mademoiselle. Alcuni campagnoli di Luneau sarebbero
disposti a vendere i propri primogeniti pur di partecipare a questa serata di
gala. Effettivamente, Frederic, perché mai l’hai portata qui?”
“Per voglia di novità, suppongo.” L’attenzione di Vivien
analizzò lo spazio circostante. Ce n’erano troppi di loro, e sapeva troppo poco
delle loro capacità. Avrebbe dovuto aspettare, osservare e cercare di capire
per tutto il tempo che le rimaneva. “Come ogni altra cosa di questo luogo.”
La replica di Vivien venne accolta da una risatina, molto
alta e teatrale, mentre Frederic osservava come uno zio magnanimo. “Oh,
misericordia, questa qui mostra i denti! Delizioso, mia cara.”
Prima che Vivien potesse calmare la sua rabbia, le doppie
porte si aprirono con un cigolio, facendo entrare una coppia dalla schiena ben
dritta vestita di paramenti esageratamente elaborati, con la testa capeggiata
da parrucche d’avorio. Dei due, la donna, seria e magra, sembrava meno a
proprio agio in abiti eleganti: aveva una camminata da cacciatrice, l’andatura
di qualcuno più abituato al cuoio e ad una spada penzolante sul fianco.
Nonostante quel debole sentore di ansia, la sua espressione era beata, proprio
come lo sguardo del suo partner, un uomo dal volto scarno con barba e baffi
perfetti e le spalle leggermente incurvate, come se risentissero del peso della
corona che indossava come fosse un enorme fardello.
“Re Lucard e
Regina Salazar,” mormorò Frederic all’orecchio di Vivien,
raffreddandole il lobo con il respiro. “Dovresti inchinarti a loro.”
Lei lanciò uno sguardo dietro di sé. “No.”
I governanti e sovrani di Luneau inclinarono le teste, e la
folla rispose di cortesia: le donne fecero la riverenza, gli uomini si
inchinarono, con la base del palmo della mano premuta contro il cuore. Unica
tra loro, Vivien rimase in piedi, alzando il mento, indomita. L’aristocrazia
radunata raddrizzò la postura mentre i reali passavano oltre, con dei bambini
vestiti di blu che tenevano alti i loro strascichi. Se uno qualsiasi dei
presenti avesse notato la sua impudenza, non era dato commentarlo ad alta voce.
“Audace”, mormorò la pallida conoscente di Frederic mentre
si alzava nuovamente in tutta la sua altezza. “Hai dei gusti veramente
interessanti quando si tratta di amici.”
“Solo i migliori.”
Le porte si aprirono ancora. Per tutta la congrega si
rincorsero segnali di rimanere zitti. Dalla penombra emerse qualcuno di
slanciato, vestito di una semplice casacca, con le bianche mani congiunte a
campanile davanti allo sterno. I suoi modi facevano trapelare un’austerità
coreografata, con ogni movimento intrinseco di significato. Alzò la testa, e la
folla sospirò alla sua vista. Un suono estasiato.
Vivien inclinò la testa. “E quello chi è?”
“Il Barone di Vernot.” Sospirò la donna, continuando a
sventagliarsi, e mettendo enfasi con la lingua attorno all’onorifico,
cullandolo come fosse un nuovo messia appena nato. “Marcois Jean-Jaquent. Gestisce il Serraglio
Reale e le meraviglie della Sala dei Tesori.”
“Monsieurs, Mademoiselles.” Il suo sguardo ofidiano notò Vivien in mezzo a quel marasma di corpi, scoperta e pigra. La teneva in vista, come linfa dorata che sperava di annegare un ignaro insetto. “Ospiti speciali. Siamo pronti per voi.”
L’atto d’apertura tolse il fiato ai polmoni di Vivien, la
lasciò ansimante, ma lei rimase seduta, con il sangue che fuoriusciva dai punti
in cui le sue unghie avevano scavato delle mezzelune nei palmi delle sue mani,
mentre un uomo soffiava su una torcia sotto il ventre di una lucertola.
Strideva mentre la sua pelle si anneriva a causa del fuoco, con chiazze di
colore che si irradiavano dalle ustioni. Arabeschi color pulce ed arancio, scie
venose di blu sfumato: il suo terrore stava venendo trasformato in arte.
E lo spettacolo non fece altro che peggiorare da lì in
avanti.
Gli artisti presentavano degli orsi vestiti in abiti buffi e con delle bisacce assurde, raptor vestiti da marchesi, viscontesse incarnate in gru dalle ginocchia inverse, che ballavano saltellando sui carboni ardenti. Ciascuno aspettava il proprio turno per venire torturato, tormentato e infastidito, mentre il pubblico urlava titoli di canzoni allo sfacciato figurante sul palco ed i monarchi di Luneau conversavano con i propri ministri.
“Questa è pura crudeltà”, sibilò Vivien, quasi in piedi dal
suo posto a sedere e con la voce resa più roca dalla furia.
“No, questo è intrattenimento.” Frederic schioccò la lingua
sui denti ed avvolse le sue dita attorno al polso di lei. “Ora, si sieda,
Mademoiselle Reid. La prego.”
La folla si infervorò mentre la banda intonava una marcia
trionfale, con gli ottoni che componevano una coinvolgente sinfonia
stratificata. Stava per succedere qualcosa. Vivien rivolse la propria
attenzione verso il palco, con un dito ancorato alla corda del Bestiarco.
“Signore e signori.” Eccolo ancora una volta: il sacerdote
di quel luogo. L’uomo era da solo, in piedi, senza alcuna dotazione o
accessorio, né catene d’ufficio. Solo tessuto nero e mani pallide come il
calcio rivolte verso il pubblico. La musica si attenuò fino a diventare un
flebile tremore di flauto, come fosse stata una creatura lasciata a morire da
sola nell’oscurità. “Vi ringrazio per la vostra pazienza e la vostra tolleranza
degli atti minori. Ma sappiamo perché siete qui.”
Il silenzio investì il colosseo, inquieto. L’uomo attirava
tutti gli sguardi, consacrato dal proprio pulpito di luce. Abbassò la propria
voce mentre Vivien prendeva la mira, come un silenzio divino.
“I migliori tra noi hanno passato mesi nelle terre selvagge,
cacciando nel sottobosco. Intraprendono una guerra contro la natura. Muoiono a
frotte, e sono tutti al servizio del nostro piacere.” Qui, il suo tono si
scaldò e la folla mormorò compiaciuta. “Tutti alla ricerca del più grande dei
premi, del migliore dei mostri da essere portato a casa per voi. La specie di
stasera è particolarmente intrigante, una bestia temuta perfino dalla Città Dorata. Signore e signori, lasciate che vi presenti l’ospite più speciale
di questa serata.”
E si aprì il sipario, velluto rosso spostato di lato da
ricchi cordoni intrecciati d’oro. I riflettori abbandonarono l’uomo in nero e
si unirono come mani congiunte in preghiera, illuminando il percorso di ciò che
sarebbe comparso di lì a poco. Dall’oscurità, qualcosa esternò la propria furia
con un grido.
“Un nuovo mostrosauro dalle profondità delle giungle di
Ixalan”, sussurrò il barone, come se la sua voce trasportasse una maledizione.
“Ancora più notevole della nostra coppia per la riproduzione. Più feroce, con
un fuoco primitivo che ancora arde in profondità.”
Quel suono. Non era il brontodonte. Non poteva essere.
Vivien conosceva i ruminanti. Non possedevano una gola per produrre tali suoni.
Non c’era abbastanza spazio in un corpo come il loro, non c’era spazio a causa
degli stomaci multipli; la consapevolezza della morte si manifestava con suoni
bassi provenienti dal loro ventre. Quello era qualcos’altro. Qualcosa di più
grande, di più infuriato, qualcosa che avrebbe divorato il mondo se gli fosse
stata data anche solo una mezza occasione per farlo e, a giudicare da quel
richiamo, non chiedeva altro. Desiderava ardentemente ingoiarli tutti per
intero.
Ma la creatura zoppa e triste che emerse dalle tenebre
riusciva a malapena a tenersi in piedi, figuriamoci combattere. Vivien si
dimenticò il suo ruolo alla vista dell’orrore che era stato portato alla
ribalta, un sospiro che le si bloccò in gola. La creatura poteva essere stata
enorme, perfino maestosa un tempo, ma ora era lì, ricurva ed incavata, privata
di ogni sostentamento eccetto la propria furia. Qualcuno l’aveva torturata.
Qualcuno, comprese con una fitta d’orrore, gli aveva staccato il dente più grosso
dalla bocca.
“Basta così.” Il Bestiarco richiamò la parte inferiore del
dito di Vivien, improvvisamente tremolante di potere, e Skalla fu di nuovo
vivo, come lo era tempo fa, come sarebbe dovuto essere, come sarebbe dovuto
rimanere, anche se solo per un istante.
Al pubblico non importava. Non gli importava di Vivien, e
non gli importava della sofferenza del mostrosauro. E perché avrebbero dovuto?
Pensò Vivien. A quei vampiri non importava nulla se non i loro giochetti e le
loro beffe per atteggiarsi e pavoneggiarsi. I soldati si fecero avanti contro
la creatura, un abbagliante semicerchio di acciaio e copricapi piumati. La loro
cautela era puramente teatrale. La creatura non sarebbe mai riuscita a reagire.
Non in quel modo, non con delle manette su ogni arto, non con la sua pelle
ricoperta di cicatrici, non con due uomini da ogni lato, che mantenevano fermo
quel corpo ricurvo. Ciononostante, per il pubblico tutto questo non rendeva la
sua sofferenza altro che uno sport. Se non altro, sembrava compiacere la folla.
In questo modo, i soldati avevano libertà di azione.
Quanta miseria inflissero i soldati alla creatura.
Praticarono dei fori sulla pelle del mostrosauro con le punte delle loro
picche, costellazioni di nuove ferite in mezzo ad un’estesa nebulosa di
cicatrici. Gli graffiarono gli occhi, uno già annebbiato e ricoperto di uno
strato bianco, l’altro isterico ed in continuo movimento nella sua orbita.
Infastidirono il suo corpo come fossero corvi, o cani, o bambini viziati
abituati all’assenza di una qualsiasi conseguenza.
“Madame, la prego-” Prima che Frederic potesse pronunciare
una sola altra parola, Vivien incoccò una freccia. Prima che Frederic potesse
produrre un respiro, la lasciò andare.
Il legno si illuminò di verde mentre il proiettile cantava in aria. Colpì il pavimento vicino a dove si trovava l’uomo in nero; l’asta tremò per l’impatto. E Vivien ebbe giusto il tempo necessario per salutarlo, con due dita avvicinate alle sue labbra sorridenti, prima che la carica forma verde scintillante di un’idra venisse estratta dalla punta della freccia e ululasse la sua fame, così che il mondo intero potesse udirla.
Luneau non sapeva come fronteggiare un’idra.
Negli anni aveva imparato a gestire i dinosauri e la megafauna di dimensioni simili, ma erano comunque diverse tassonomie di pericoli. Le bestie feroci di Ixalan, per quanto feroci, rispondevano alla decapitazione come ci si aspettava: cadevano a terra e morivano. Ma con l’idra non funzionava così.
E non aiutava neppure il fatto che fosse composta
interamente di magia.
Due delle sue teste, splendenti e verdi, presero un nobile
urlante: una affondò le proprie fauci nella spalla, l’altra serrò la bocca su
un polpaccio. Entrambe tirarono in direzioni opposte, ed il nobile venne
strappato in due.
Vivien camminò velocemente lungo gli spalti e in mezzo alla
carica degli ospiti che stavano evacuando l’area, con le guardie che la
inseguivano, urlando alla Planeswalker di fermarsi.
La Planeswalker continuò a correre: scavalcò un duca che si
era messo in ginocchio, con la parrucca ancora in testa solamente per merito di
una sottile striscia di sudore e di qualche preghiera. Corse verso il
mostrosauro che, dimenticato dai suoi badanti, ruggì in tono di sfida. Nel caos
che era scaturito, la bestia si era rotta una gamba, nel tentativo fallito di
azzannare uno dei figuranti in fuga. L’osso era esposto tra i brandelli del suo
ginocchio, ma non gli bastò come deterrente. Urlò. Per vendetta, per rabbia,
per qualunque ineffabile speranza, si trascinava in avanti, centimetro dopo
centimetro, verso le guardie che stavano avanzando verso l’idra.
Il dinosauro fece uno scatto con la testa: i suoi denti
trovarono la carne, un fianco scoperto di un soldato in armatura. Morsicò.
Storpio, non aveva modo di rimanere in piedi. Ma riusciva comunque a muovere la
testa, poteva ancora schiacciare la propria preda contro i mattoni e gli
intarsi del palco, rendendo il corpo all’interno dell’armatura decorata
nient’altro che una poltiglia mangiucchiata. E mentre compiva queste azioni
urlò nuovamente ma, questa volta, in quel suono era presente un senso di trionfo.
Vivien roteò su sé stessa, si mise in ginocchio, prese la mira, e fece volare un’altra freccia. Il wurm di Pelakka si lanciò in avanti, con la bocca spalancata ed il suo corpo sinuoso di un verde brillante. Le guardie si fermarono, ammutoliti da quella vista. Vivien non aspettò di vedere come sarebbe andata a finire. Invece, si alzò e continuò la sua corsa verso il palco. Anche se dietro di lei iniziarono a levarsi della urla, il suono veniva presto troncato dallo snap delle fauci del wurm. Non aveva bisogno di guardare. Sapeva già ciò che sarebbe seguito. Come spesso accadeva alle vittime del wurm, solitamente morivano con la sorpresa impressa nel volto. Nessuno si aspetterebbe mai di essere delle esatte dimensioni di un boccone.
Vivien saltò su un parapetto e lasciò che l’inerzia la
trasportasse in basso. Incoccò una freccia e lanciò di nuovo. Questa volta fu
un erbivoro a scattare fuori dal punto di impatto: delle sbalorditive zampe da
equino iniziarono un galoppo incerto, facendo compiere al cervo, con il corpo
ricoperto da un carapace simile a quello di un pangolino e le corna a forma di
vanga orientate verso il retro della sua testa come ali spiegate, diversi giri
dell’arena prima di rendersi conto dell’esistenza delle guardie.
Sorpreso dalla sua apparizione, qualcuno aveva scagliato una
picca all’animale. Il lancio era perfetto. Attraversò la lucentezza verde della
spalla muscolosa del cervo, ma la creatura eterea scalciò come se fosse stata
effettivamente colpita, facendo scalciare entrambe le coppie di zampe prima di
tornare stabile sui suoi zoccoli posteriori. Le guardie lo avevano scambiato
per stupido istinto, riflessi animali legati ad inneschi relativi al dolore e
all’estasi. Ma Skalla, bellissimo e vorace, Skalla dei monsoni soffocati dalle
mangrovie, delle libellule e degli incendi che cantavano vorticosamente le
nuove stagioni, la fauna di Skalla, fino alla più piccola formica corallo
striata, era molto più astuta.
Il cervo non era andato in panico. Si era fiondato sul suo
assalitore, con le corna scintillanti inclinate ad un angolo di novanta gradi,
con la furia negli occhi e nella manifestazione della sua espressione. La
guardia ebbe giusto il tempo di prendere un respiro prima che il cervo, più
alto del migliore di Luneau di diverse spanne, lo investì e lo lanciò contro
una parete. Uno schiocco: breve, improvviso e disturbante. Il suo corpo si
accartocciò in un piccolo cumulo mentre strisciava verso il pavimento.
Vivien atterrò delicatamente di fianco al palco, con il
Bestiarco ancora pronto all’azione.
L’ultimo muggito trionfante del wurm di Pelakka fece tremare
l’arena, amplificato dall’acustica del teatro, così potente da assottigliare il
resto del mondo nelle orecchie di Vivien ad un flebile gemito. Il muggito venne
seguito da delle urla. Lei lanciò uno sguardo dall’altro lato del colosseo,
focalizzando lo sguardo sugli spalti più alti, dove il Barone di Vernot era in
piedi tra le corsie, attorniato da uomini armati di balestra. Tra di loro
c’erano anche i suoi inseguitori sopravvissuti.
“Tu.” La voce di lui, oratoria, arrivò facilmente nel luogo
in cui Vivien si era accovacciata.
La Planeswalker ringhiò: “Questo luogo è un abominio.”
Qualcosa si accese nello sguardo del barone, un’espressione
quasi di stima, ed un mezzo sorriso che tornò alla sua normale posizione mentre
scendeva i gradini. Soltanto un’altra manciata di frecce. Vivien strinse gli
occhi osservando le balestre, cercando di capire quale ospite del suo serraglio
magico richiamare: le vespe, oppure gli uccelli pettarcobaleno con i becchi a
scimitarra, il wurm divoratore, l’orso grizzly dei suoi ricordi più lontani,
che sapevano di acqua fredda, montagne e di una traccia per la cacciagione.
“Voi campagnoli siete sempre i soliti, sempre così sicuri di poter riplasmare il mondo.” Le parole si riversavano come olio, dense in egual misura. “Sempre così terrorizzati dall’idea di un cambiamento. Hai la minima idea di quanti di voi ho già visto? Con quanti di voi ho già avuto a che fare?”
Metà della scorta del barone lo sorpassò per scendere nella
mischia, dove giacevano i cadaveri, lucenti in modo fastidioso. Si divisero in
due file: la prima si abbassò in ginocchio, mentre la seconda rimase in piedi,
pronta all’ingaggio. Mirarono all’idra, mentre iniziava a sfaldarsi in uno
spasmo di scintille di smeraldo.
“I tiranni hanno sempre un debole per i discorsi, o
sbaglio?” Vivien estrasse un’altra freccia dalla faretra. Le vespe, decise. “Le
persone del tuo tipo sono assolutamente innamorate della propria voce.”
“Tiranno?” La sua risata fu molto vivace. “La prego,
mademoiselle, io sono solamente un umile ricercatore. Sono solo stato costretto
ad assumere il titolo di barone. Un dono da parte di Sua Altezza Reale.”
Vivien ripensò al primo sguardo che aveva dato alla regina,
al suo viso austero al di sotto di quella rigida corona di ricci marmorei,
quella bocca senza sorriso e quello sguardo disinteressato, la cui attenzione
era rivolta a qualcos’altro. Si era seduta in modo sgraziato sul suo trono,
tenendo una mano costantemente sotto al mento, annoiata dalla rappresentazione,
annoiata dalla crudeltà. Una donna simile non sceglie i suoi preferiti. Ma il
barone non sembrava un uomo a cui gli importasse.
“Comunque sia”, Vivien incoccò la sua freccia, ogni suo
movimento era ponderato. I balestrieri si radunarono attorno al barone. “Vedrò
Luneau pagare per ciò che ha fatto a questo mondo.”
Questa volta non esitarono. Scagliarono i loro dardi da
balestra, anche se videro il loro assalto infrangersi in modo innocuo
attraverso l’idra, che poi sparì.
“Sono certo che le piacerebbe. Ma ora ciò che a me
piacerebbe è sapere qualcosa di più su quel suo arco.” Lo sguardo del barone si
spostò sul Bestiarco impugnato da Vivien. “Che arma affascinante. Come la
utilizza? Da dove arrivano le creature?”
Per tutta risposta, Vivien fece partire la freccia. Le vespe
uscirono a spirale dalla scia di condensazione data dal movimento, con le ali
traslucide e iridescenti prima che l’incantesimo le liberasse. Gli insetti si
unirono in uno sciame talmente fitto da oscurare l’aria. Vivien scattò in
avanti sfruttando la loro scia, percependo ogni corpo ricoperto di bronzo
vibrare nei suoi pensieri. Le vespe tremolanti erano delle dimensioni di cani,
di cavalli, e tutte con un appetito di pari grandezza. Nessuna regina in vista,
nessun nido, ma non aveva molta importanza: la fame era ancora più antica del
loro ricordo.
“Skalla.” Ansimò Vivien mentre scambiava il suo arco per i
suoi pugnali. Le vespe si divisero, rivelando il barone con le mani congiunte,
come se fosse stato in preghiera, ed un sorriso sereno. “Noi siamo i morti di
Skalla.”
Affondò le sue lame. Pazzo. Percepì l’acciaio inserirsi tra
le costole, percepì il ferro fare attrito con qualcosa dalla consistenza
morbida. Vivien ruotò i polsi, ed i pugnali tagliarono attraverso la membrana.
Ma la placida espressione del barone non era cambiata. Si limitò a guardare
verso l’alto, e quando sorrise, a pieni denti, Vivien ebbe un momento per
pensare a quanto fosse rossa la sua lingua, a quanto fosse gonfia la sua bocca,
e a quanto gli ricordasse una lampreda sazia. Le dita di lui si avvolsero
attorno a quelle di Vivien, quasi morbide, ma dal tocco bruciante.
“Ora è il mio turno.”
Il barone colpì Vivien con un manrovescio. Una mossa così
disinvolta, così rozza che Vivien si ritrovò sorpresa dalla sua forza. Lei
scivolò indietro, lontana dal punto dell’impatto. Un liquido caldo colò
dall’angolo della sua mandibola. Vivien si pulì il mento con il dorso della
mano e ringhiò.
“Ah, quindi si aspettava un dandy?” La voce del barone
rimase calma. Estrasse i pugnali di Vivien dal petto e li lanciò a terra. “Temo
che dovrò delud-”
“Me ne farò una ragione.” Su Skalla non ci si può affidare
solamente alle armi. La natura non aspettava duelli, rituali, o che gli uomini
estraessero le proprie spade. Spesso, era solo questione di denti, artigli e
muscoli. Vivien roteò per colpire con un calcio circolare, interrompendo il
barone a metà della frase, si aggrappò con la gamba attorno alla sua spalla, e
lasciò che l’inerzia li buttasse entrambi sul terreno.
Del dolore iniziò ad irradiarsi dalla spalla: la caduta non
era andata troppo bene. Aveva spostato troppo peso del barone su di lei, ma
Vivien si rifiutò di scoraggiarsi. Si raddrizzò, colpendo con il Bestiarco
verso il basso, come se fosse un bastone, mirando alla tempia del barone.
Vivien riuscì ad infliggere tre colpi precisi alla testa della sua preda prima
che i suoi servitori arrivassero per trascinarla via.
Vivien combattè. Con rabbia e con quell’amara dissolutezza
di qualcuno che aveva appena finito ciò che aveva da perdere. Fece svenire due
guardie insieme a lei: la prima con un calcio strategico dritto in testa, e
l’altra con un colpo di gomito talmente potente che Vivien aveva udito le
piccole ossa dell’uomo incrinarsi nel contraccolpo. Decise che fu, tutto
sommato, un’ultima resistenza piuttosto decente, prima di perdere completamente
conoscenza.






