Vivien si svegliò con un sapore di latta in bocca. Simile a
colla, ricopriva la parte interna delle guance e la parte inferiore della
lingua. Si passò quest’ultima sui denti, trovando un buco dove ce ne sarebbero
dovuti essere due ed il moncone rovinato di un terzo. Vivien strabuzzò gli
occhi. C’era troppa luce, e l’aria non era calda, ma tiepida, come l’esofago di
una mucca appena macellata, oleosa, umida e nettamente animale.
Delle dita attorcigliate nei suoi capelli le tirarono la
testa indietro.
“Pensavo fosse morta nel sonno.” La voce del barone,
stucchevole, e la sua silhouette che iniziava a definirsi alla vista, vellutata
e con la pelle bianca quanto una candela. “Sarebbe stato un terribile
inconveniente.”
“Che cosa-” Vivien sputò del sangue. Le parole uscirono con
fatica, con le sillabe coagulate come fossero composte di grasso, pesanti e
dure più di quanto si ricordasse. Un sapore ramato permeava la sua gola. “Che
cosa hai fatto?”
“L’ho catturata, a quanto pare.” Lentamente, gli occhi
ripresero definizione. La sua vista iniziò a notare alcuni dettagli: i profondi
buchi delle orbite del barone, il movimento del suo naso, molto tozzo in un
volto che avrebbe altrimenti avuto le fattezze di un lupo. “Abbiamo preso il
suo arco.”
Lei fece uno scatto prima ancora di riuscire a mettere in
fila due pensieri, prima ancora di prendere il tempo di considerare le sue
condizioni, i polsi ammanettati, il modo in cui il suo corpo era indolenzito a
causa della sua sospensione, il formicolio ai suoi piedi ed il modo in cui le
corde le fendevano i fianchi. La mano immersa nei suoi capelli diede un altro
strattone, veloce, più aggressivo dell’ultimo, e Vivien ululò una lamentela.
“È un dispositivo piuttosto interessante.” Il barone fece
scivolare le proprie mani all’interno delle sue maniche esageratamente larghe.
Perfino i suoi più piccoli vezzi erano ostentazioni, non più autentici del suo
sorriso o della sua pelle simile a paraffina. Vivien si dimenò, nonostante i
movimenti limitati, sibilando. “Come ha fatto a non farsi uccidere? Abbiamo
provato tantissime cose. Una volta siamo riusciti ad evocare un orso. Ma è
sopravvissuto solo per qualche secondo. Il tempo necessario per uccidere altri
miei uomini.”
Camminava in cerchio attorno a lei, con la testa ad un
angolo perfetto, e si fermò al terzo giro per afferrare la mandibola di lei,
con le dita che giravano come chiavi nel punto in cui si innestava la mascella,
forzando la bocca ad aprirsi. Il barone fissò l’interno della sua gola, come se
fosse un cavallo di razza.
“Cosa è lei?”
Vivien strabuzzò gli occhi.
“Sicuramente non uno spirito della natura. Non una dea.
Sembrerebbe umana.” La sua voce si abbassò. “Mi chiedo se lei non sia una
Planeswalker. Ne abbiamo qualcuno qui. Ma se è davvero quello che penso,
mademoiselle, è stranamente maldestra. Nessun incantesimo protettivo, non vede
altre direzioni se non di fronte a sé. Un martello da guerra senza padrone.”
Lui mollò la presa.
“Se ha intenzione di minacciarmi, credo che abbiamo
raggiunto una pausa naturale. Questo è il luogo nel quale avvengono quasi tutti
questi scambi di informazioni. Al costo di suonare presuntuoso, spero che non
aspetti troppo tempo. Ho così tante domande.”
La stanza-la cella, si corresse Vivien, notando l’assenza di
finestre e la mancanza di rumori ambientali, era bianca, dal soffitto basso e
senza interruzioni. Una sola entrata e null’altro. Buona parte delle sue
facoltà erano ritornate, abbastanza da permetterle di osservare attentamente,
di compiere qualche analisi, e la conclusione tratta da entrambe queste azioni
fu sconcertante. Avevano prestato attenzione. “Ridammelo.”
“Cosa?”
Vivien si leccò la bocca, secca. Un gesto che non migliorò
la situazione. “Ridammi il Bestiarco.”
“No.” Il suo respiro sbuffò contro la guancia di lei.
L’altro uomo entrò nel suo campo visivo. Indossava dei guanti da fabbro e gli
attrezzi di un boia, aveva il petto gonfio ma le gambe sottili, ed era
incurvato quanto un albero morente: una caricatura, comicamente proporzionata,
ma non per questo meno pericolosa. “No, non lo farò. Ma ora, mi dica: che cosa
è lei?”
Vivien strabuzzò gli occhi.
“È questo il gioco a cui vuole giocare? Bene. Non mi dica
cosa è. Mi dica del Bestiarco. Come funziona? Siamo già riusciti a richiamare
l’orso. Ma la serpe? Abbiamo parlato della serpe? Morì. Sparì dopo pochi
secondi in seguito alla sua evocazione, nata morta e deforme.” Dietro di lui,
l’altro uomo stava sistemando un grandissimo numero di attrezzi, con il loro
argento posato sul velluto bordeaux. La meticolosità di lui era una velata
minaccia.
Vivien tremò. Il wurm divorante era stato un altro dei suoi
primi ricordi, un trionfo giovanile, e anche se la Planeswalker non provava un
particolare attaccamento per quell’esemplare specifico che aveva cacciato, le
ricordò i suoi giorni migliori. “Skalla.”
“Ha già detto quella parola. Ora ricordo. ‘I morti di
Skalla’.” Il viso del barone si ravvivò con un meticoloso senso di meraviglia
accademico. “È questo ciò che è lei? Un fantasma che schiavizza fantasmi?
Addirittura la loro intera storia?”
“Ridammi il Bestiarco.”
Lui abbaiò una risata spiacevole. “No. Mai.”
Il Barone di Vernot tornò due volte, poi altre due volte
successivamente, e ogni volta con delle domande riguardo le razze degli
abitanti del Bestiarco e la leggendaria storia di Skalla, ogni volta più
furente dell’ultima. L’artefatto si stava dimostrando molto poco disponibile
verso i suoi trafugatori: il Bestiarco aveva scomposto molti degli assistenti
del barone, riducendoli alle molecole di cui erano composti, un liquido strato
nero che bagnava le piastrelle del pavimento.
“Come funziona?”
Vivien mantenne il proprio silenzio. Il barone era straordinariamente intelligente. Vivien capì che la sua tortura era una sorta di matematica tra coltelli ed incisioni precise, ma questo comportamento primitivo era solamente l’inizio per il barone. Disponeva di altri mezzi più sofisticati per tormentarla, dei modi per ferirla che non infliggevano cicatrici fisiche.
“Come funziona?”
Ogni volta che faceva le sue domande, la magia del barone
cercava un contatto, che trovava nel sangue che scorreva nel corpo di Vivien,
portandolo ad ebollizione. Lentamente. Ma la Planeswalker non faceva altro che
ridere alla sensazione di bruciore che proveniva dall’interno delle sue vene.
Nicol Bolas le aveva già inflitto qualcosa di peggiore. Indipendentemente da
come il barone cercasse di piegarla utilizzando la magia, il forcipe o lo
scalpello, indipendentemente da ciò che faceva, non riusciva ad attechire, non
riusciva a trovare un posto che Nicol Bolas non avesse già sfregiato con la
morte di Skalla.
Vivien inveiva animatamente contro il barone e rideva
fragorosamente dinnanzi alla sua ira.
Lui teneva sempre delle guaritrici a sua disposizione
durante le sedute con Vivien: delle suore vestite di madreperla, con le bocche
cucite da fili dorati, che insieme mantenevano la sanità mentale di Vivien
grazie a dei sutra stregati ogni volta che il barone terminava, mugugnando
incantesimi simili ai canti di un grillo. Ogni volta che il barone si stancava,
ogni volta che si annoiava, si riunivano per lavarla e nutrirla con delle
rondelle di pane raffermo, del brodo vegetale e dell’acqua piovana talmente
fredda e pura che bruciava la lingua.
Iniziò a misurare il tempo grazie a questi eventi, le ore e
i minuti venivano sostituiti dai cigolii della porta, dal sibilo del tessuto
che veniva trascinato sul pavimento, dalla strisciata del coltello nel velluto.
“Come funziona?”
Vivien osservava il barone da un occhio, in quanto l’altro
era chiuso in seguito ad un pestaggio. “Ridammi il Bestiarco, o ti vedrò
morire. Urlando.”
Non ci furono altre visite dopo quella. Le suore, tuttavia,
vennero un’ultima volta. In quell’occasione, però, arrivarono con una
sottoveste, un sottogonna, un collare di tessuto ed una tunica, tutto infilato
in lunghe e lucenti scatole di noce ricolme di essenze. Mentre la lavavano, nei
capelli di Vivien vennero intrecciati dei giacinti secchi. La spogliarono dei
vestiti che si erano incrostati sulla sua pelle, in alcuni punti talmente
rigidi che dovettero tagliarli via con degli attrezzi.
Le suore eseguirono l’abluzione senza commenti né censure,
con le loro fredde dita che scorrevano sulle sue cosce muscolose e i tendini
del collo, troppo rigidi e delicati, anche in seguito a diverse applicazioni di
acqua bollente profumata di lillà. Vivien si agitava durante le cure delle
suore. Quando finalmente terminarono, vestirono Vivien con un modesto completo
del colore di un’ala di colomba in lutto. La Planeswalker riuscì a vedere uno
scorcio di sé stessa e fece una smorfia. Il suo nuovo vestiario la faceva
apparire più minuta e debole, poiché la sua figura era semi-nascosta dal
tessuto morbido e informe. Sembrava una penitente venuta a chiedere aiuto in
una chiesa.
Vivien lo detestava.
Ma non disse nulla, muta mentre le suore avvolgevano i suoi
polsi con delle catene di filigrana. La loro espressione era fiacca e serena.
Drogate, pensò inizialmente Vivien. Tuttavia, gli sguardi delle suore, per
quanto fossero assenti di personalità, erano acuti. Automi, decise Vivien,
mentre la conducevano lungo corridoi che si snodavano come cunicoli sotto un
firmamento di terra, senza alcuna traccia dell’opulenza di Luneau a cui aveva
assistito. La puzza di acqua marina permeava quel luogo.
Vivien diede un’occhiata ai dintorni. C’erano ratti ovunque, e grumi di vermi grassi, talpe e lombrichi, ma nulla che avrebbe potuto utilizzare: i ratti l’avrebbero divorata in poco tempo, come avrebbero fatto con Luneau, se ne avessero avuto la possibilità. I vermi non avrebbero avuto interesse, così come i lombrichi, e le talpe avrebbero potuto far crollare inavvertitamente il soffitto. Scoraggiata, Vivien non fece nulla, consentendo alle suore di condurla per la loro strada.
Né le suore né Vivien proferirono parola. Gli uomini
aprirono le porte e la Planeswalker venne accompagnata all’interno. Con sua
sorpresa, non era un’altra cella o, perlomeno, non una che presentasse la
classica estetica di una prigione. Vivien aveva visitato cappelle con
decorazioni meno sfarzose, e municipi con progetti più decorosi. La stanza era
sontuosa, al punto da risultare vergognosa. Il corredo di una regina, con
superfici a specchio, legni pregiati, pavimento in onice e ghirigori d’oro.
Dentro, c’era una singola tavola rotonda, un vaso da notte,
una piccola branda e una sedia intagliata per assomigliare ad un grifone. Sul
tavolo si trovavano una ciotola di frutta così intensamente colorata da
sembrare finta ed una brocca di vino speziato.
La porta si chiuse alle spalle di Vivien.
Era in trappola, di nuovo.
Come in precedenza, Vivien presto si ritrovò incapace di
misurare il passare del tempo. La sua tortura e la sua correzione almeno le
fornivano una struttura da poter applicare alla giornata. Ora non c’era nulla,
nemmeno i suoni del mondo esterno, nulla che non fossero i suoi costanti passi
e lo sgranocchiare dei suoi denti durante i pasti di frutta, le cui gocce di
succo schizzavano sul pavimento. Vivien riusciva quasi ad udire il suo battito
cardiaco in quel silenzio vuoto e interminabile.
Misurò la lunghezza e la larghezza della stanza per due
volte, e poi due volte ancora, prima misurandolo in falcate e poi utilizzando
la precisa lunghezza del proprio piede. Un incantesimo manteneva la stanza
immacolata e la ciotola di frutta piena. Vivien fece degli esperimenti. Buttò i
torsoli di mela e i noccioli di pesca nel vaso da notte. L’incantesimo fece
sparire quelli, ma non la scarpa che ci aveva incastrato dentro, o le morbide
ciocche dei capelli di Vivien.
La Planeswalker continuava a camminare.
Quella era una tortura molto peggiore, peggiore persino
dello spettacolo nel colosseo, peggiore di ogni cosa eccetto la vista di Nicol
Bolas che si innalza nel cielo in fiamme, ridendo alla scomparsa di Skalla in
una luce bianca. In quel luogo, Vivien non poteva fare altro se non rivisitare
quel momento in continuazione. Nemmeno il sonno riusciva a distrarla da quelle
elucubrazioni. Quando Vivien si lasciava andare al sonno, sognava comunque
Skalla.
Ad un certo punto, la porta si aprì nuovamente. In un punto
del tempo impreciso dopo la sua prima esperienza di prigionia, la Planeswalker
quasi non si resse in piedi per la gratitudine, euforica per quella
distrazione. Un uomo era in piedi all’uscita: era una delle sue guardie, con il
volto paonazzo e umido di sudore, che si sistemava nervosamente il colletto.
“Il barone c’ha voglia di vederti.” A differenza di tutto
coloro che aveva incontrato, il suo accento era provinciale, approssimativo e
grezzo. L’uomo deglutì. “Dice che ha una roba importante da dirti.”
“Digli che mi restituisca il Bestiarco.”
L’uomo scrollò le spalle. “Posso anche farlo, ma io sono uno
che non vale niente. Il barone dice che o vieni, o puoi stare qui.”
La morte, in quel momento, la allettava più di quella noia
continua. Vivien digrignò i denti a constatare quella verità. Il Barone di
Vernot doveva sapere, doveva aver previsto la sua avversione per l’immobilità.
La resa poteva anche essere una sua sconfitta personale, ma Vivien non ne
poteva più di quel luogo. Avrebbe corso il rischio, ed il barone avrebbe avuto
l’orgoglio di lei come ricompensa.
“Va bene.”
“Mademoiselle Reid, benvenuta.”
Lei strabuzzò gli occhi contro il bagliore. Erano entrati in
una sala da ballo: il soffitto a volte e gli affreschi intagliati nelle pareti,
le pareti erano in oro, perla e sfumature di un ricco color prugna dove non
presentavano finestre che si estendevano dal soffitto fino al lucido pavimento.
Fuori, Vivien riusciva a vedere l’oceano, le cui acque erano crestate
d’argento.
Il Barone di Vernot vestiva la sua tenuta chirurgica di
fronte al mostrosauro dello spettacolo di qualche tempo prima, con una maschera
che copriva il suo viso ristretto. Re Lucard era seduto e stava assistendo
svogliatamente, accerchiato da cortigiani e ministri che dividevano il proprio
tempo tra affari di stato e la curiosa osservazione delle attività del barone,
le quali venivano seguite attraverso degli occhiali scuri. Vivien realizzò, con
una reazione sconcertata, che non stava eseguendo un’autopsia, ma una
vivisezione. Il mostrosauro era vivo.
Ma a malapena. Gli specchi della stanza, accuratamente predisposti così che il pubblico del barone potesse vedere tutto da ogni angolazione, offrivano la visuale della procedura. Soffietti e pulegge, uniti in un complesso macchinario di dimensioni imprecisate, fremevano e palpitavano. Ogni volta che si muovevano, il mostrosauro muggiva dal dolore. Le suore che avevano assistito Vivien, con le tuniche ora sudicie di liquidi scuri, ronzavano attorno alla cavia del barone. Ogni volta che si rompeva qualcosa, si affrettavano a riparare il danno, sfruttando la loro magia come una lamina dorata. Il pubblico del barone osservava la procedura spassionatamente, facendo partire ogni tanto un educato applauso. La vivisezione era assolutamente marginale nella loro serata, come fosse parte di una conversazione, una distrazione, ancora meno importante rispetto alla donna che stava camminando tra di loro.
“La Regina dei Fantasmi. Devo essere onesto. Mi è mancata la
sua compagnia, ma la ricerca ha sempre la priorità per noi scienziati. Come
sta? Ha passato delle buone giornate?” Il barone si guardò alle spalle e fece
un cenno con la testa alla sua compagna, che rispose allo stesso modo. Il
sorriso di lui rimase splendente. “Di certo sta meglio di prima. Le è piaciuta
la frutta?”
“Il Bestiarco.” Ce n’erano troppi di loro perché Vivien
potesse agire. Troppi archi, troppe spade, troppe opportunità per le quali
tutto sarebbe potuto andare male. Ma non era solo quello il problema. Il
problema era ciò che giaceva in mezzo alla sala da ballo, che stava morendo
pian piano, esalando pesanti respiri tra i suoi denti. Nonostante fossero stati
presi molti provvedimenti per mantenere la creatura in vita, nessuno si era
preso la briga di curare la sua gamba. E perché avrebbero dovuto farlo? Pensò
Vivien, amareggiata. Meglio tenerlo in quel modo, zoppicante, inerme, incapace
di fare qualsiasi cosa se non fremere ai tormenti che gli venivano inflitti.
“Quella parola che continua a pronunciare. Skalla. È il suo
piano natale, vero?” Il barone continuò il discorso con disinvoltura,
soddisfatto.
Un colpo.
“Era”, si corresse, velenoso nella pronuncia. “Era il suo
piano natale. Mi scuso. A volte sono proprio sconsiderato. Non bisognerebbe
confondere i verbi, soprattutto quando c’entrano i morti. Skalla era il suo
piano natale, vero? Prima che venisse raso al suolo, perlomeno.”
Vivien non disse nulla.
“E lei è l’ultima reliquia vivente del piano. Un fantasma.”
Il barone fece di nuovo quel cenno verso la sua compagna, ma con un movimento
più conciso. Era, come si rivelò successivamente, un segnale. La donna spinse
in avanti il suo carrello e tolse il drappo di tessuto avorio con un gesto
plateale. E lì si trovava il Bestiarco, il cui corpo principale appariva così
innocuo di fianco alla faretra svuotata di Vivien, se non per il fatto che
fosse ricoperto di sangue rappreso. “Ho sempre avuto il dono di comprendere le
cose che non cedono i loro segreti tanto facilmente. Ma perfino io sono rimasto
sorpreso da quanto fossi stato preciso. Lei è un fantasma, Mademoiselle Reid.
Un fantasma che trasporta i suoi morti sulle spalle.”
Vivien continuò a non dire nulla. Il sangue iniziava a
filtrare nell’occhio del dinosauro, già mezzo ribaltato all’indietro, mostrando
il bianco e la densità maggiore del fluido attorno all’iride. Ansimava con dei
brevi sospiri. Da dove si trovava lei, Vivien riusciva a vedere gli ematomi nei
suoi polmoni, una sfumatura di nero tra gli organi pallidi e rosei.
“Ma il tempo della discrezione è terminato. Skalla non è
altro che cenere e cadaveri. Tuttavia, ha un’opzione. Mi insegni ad utilizzare
l’arma e la ricopriremo di glorie, ci assicureremo che non si ritrovi mai con
un desiderio insoddisfatto. La renderemo una vera regina, e Skalla potrà
tornare a vivere all’interno di queste mura.”
Vivien espirò.
“Va bene. Ma ho bisogno del Bestiarco.”
Il barone inarcò le sopracciglia. “E cosa mi assicura che
non lo utilizzerà per fuggire?”
“Nulla.” Vivien scrollò le spalle, cercando invano di
distogliere lo sguardo dal rettile morente alle spalle del barone, e contorse
il volto in una smorfia. “Ma, ovviamente, sei comunque tu ad essere in
vantaggio. Sono comunque qui, giusto?”
Il silenzio ricompensò la sua risposta.
“Il Bestiarco ha… un meccanismo unico.” Vivien era stata cresciuta per cacciare, e sapeva di aver ottenuto l’attenzione della propria preda, proprio come conosceva le migrazioni degli uccelli e le abitudini della volpe artica. Il barone, in tutta la sua compostezza, nelle sue espressioni soppesate, nelle sue aperture verso l’indifferenza, era rimasto stizzito dalla dichiarazione di Vivien. “Nel momento della morte di una creatura, esso assimila un’immagine del morente dentro di sé, preservando per sempre lo spirito nelle sue fibre.”
“Solamente se siete me.”
Il barone si fermò.
“Pardon?”
“Potete provare quanto volete, ma non funziona a meno che
non sia io a compiere il rituale.”
“Oh?” Il barone inclinò uno sguardo impaziente in sua
direzione, riunendo le mani dietro la schiena. Roteò su un tacco, con un
movimento lento, ponderato nella sua grazia, ed iniziò a camminare verso
Vivien. “Dunque è così? È un vanto interessante da esternare.”
Vivien scrollò le spalle, facendole scrocchiare. “Il Bestiarco è mio. Fu creato dagli sciamani di Skalla. Nello specifico, fu creato per me, ed è inteso per essere usato dalle mie mani. Potete provare quanto volete, ma l’unica cosa che riuscirete ad ottenere sarà sofferenza per la vostra impudenza.”

“E se io non le credessi? Se decidessi di compiere io stesso
un tentativo?”
“Allora i tuoi continueranno a morire.” Vivien si leccò le
labbra screpolate, facendo passare la lingua sui denti. “Sai che ho ragione,
Barone. Hai già visto come ti ha ripagato la tua ostinazione. Vuoi rischiare
ancora, Barone? Quante altre settimane dovranno passare prima che ti portino un
nuovo esemplare? Quante opportunità per fuggire mi fornirai?”
Il silenzio fece largo alle risate. Vivien alzò velocemente
gli occhi ed osservò la trasformazione dell’espressione del barone, la sua
imperturbabile facciata stava lasciando spazio a qualcosa di simile alla
rabbia, anche se soltanto per un frattempo di secondo, un lasso di tempo così
infinitamente piccolo che non l’avrebbe notato se non l’avesse osservato. Lui
ricoprì quella crepa nelle sue difese con un sorriso quasi immediato, ma per
Vivien fu sufficiente sapere che era riuscita a fargli ribollire il sangue.
Il sorriso di lei si allargò. “Siamo entrambi prigionieri di
questa situazione, Barone. Io ho pochissime scelte, e così anche tu.”
Il barone produsse un suono disgustato con la gola. Esaminò
Vivien con un freddo sguardo, dalla cima della sua testa ai suoi piedi in
ciabatte. Lo sguardo della Planeswalker, dal canto suo, era carico di una sfida
silenziosa e in attesa. Lei lo aveva sott’occhio. Il barone lo sapeva, e così
Vivien. Lei abbassò la sua testa verso l’orecchio di lui. Vivien aveva una
decina di centimetri di vantaggio sull’altezza del nobile, e quasi altrettanti
sulla larghezza di spalle. Dietro di loro, il mostrosauro gemette nuovamente,
con la morte che passava le sue rassicuranti mani su un corpo che sarebbe
dovuto giacere in una tomba moltissimo tempo prima.
“Sai che cosa impari dall’osservare la morte del tuo piano,
Barone?” Vivien abbassò la voce. “Dal vedere tutto ciò che conosci e che ami
bruciare nelle fiamme? Dalla permanenza di una tale conoscenza? Sei conscio di
ciò che fa ad una persona?”
Questa volta, fu il barone a non dire nulla, con le guance
infossate mentre se le mordeva all’interno della bocca. Vivien si chiedeva se
il pubblico li stesse ascoltando. Conosceva le dicerie, le varie voci che
raccontavano dei diversi talenti che poteva fornire il vampirismo, e
“percezione aumentata” erano due parole che si ripetevano in ogni storia. Il
silenzio nella sala da ballo contribuiva sicuramente alla veridicità di quei
racconti popolari. Era un silenzio consapevole, compiaciuto, indulgente, ricavato
dallo stesso materiale simile a diamante dei gioielli che circondavano la gola
di Re Lucard, quasi felino nella dimostrazione di quelle qualità.
Vivien sperava di avere ragione. Luneau sembrava deliziarsi
nella sua drammaturgia, e non le importava chi sarebbe finito infilzato alla
fine: tutto andava avanti fintanto che lo spettacolo catturava l’interesse. E
Vivien aveva pianificato di utilizzare quella cupidigia. Il suo sorriso si
allargò ancora di più.
“Ti fa capire che esistono cose peggiori della morte,
peggiori della tortura, peggiore di qualsiasi orrore che un uomo possa
infliggere ad un altro. Non mi fai paura.” La Planeswalker batté le sue dita
contro lo sterno del barone, toccò perfino il suo naso per essere più teatrale:
il silenzio si dilatò per lasciare andare una fragorosa risata. “Ma penso che
io faccia paura a te.”
“Io invece penso che potreste risultare un po’ troppo
presuntuosa rispetto alle sue condizioni di salute, mademoiselle.” Grugnì il
barone, attraverso il suoi denti serrati.
“No.” Vivien lanciò lo sguardo verso Re Lucard, che aveva da
tempo abbandonato le sue conversazioni ed ora si trovava seduto, con uno
sguardo di avaro interesse. Quando i loro occhi si incrociarono, lui fece un
segno piegando due dita verso una delle sue dame di compagnia. Lei annuì ed
aggirò la folla dei cortigiani, spostandosi verso un carrello ricolmo di
bottiglie di cristallo ed eleganti bicchieri di vino. La donna versò una dose
generosa di una sostanza densa e quasi totalmente nera, con la luce quasi iridescente
attraverso il prisma dell’alcool, ed iniziò a spostarsi verso la posizione di
Vivien, che in quel momento si permise una bassa e sincera risata.
“Non penso proprio.”




