Delle molte menzogne che aveva recitato di fronte al Barone
di Vernot, il processo da seguire per aggiungere una nuova vita al Bestiarco
non era tra queste. La reliquia creava veramente un’immagine istantanea dei
morenti, e qualunque incantesimo fosse impresso nel nucleo del Bestiarco non si
limitava solo a quello, riuscendo a trasformare ogni straccio di ricordo di una
creatura nei suoi ultimi momenti nell’animale al suo stato originale. Ci fu un
tempo nel quale Vivien, ovviamente, non era l’unica che poteva compiere il
rituale. Anche il suo compagno sciamano possedeva quella conoscenza.
Ma ora Vivien era l’ultima di Skalla.
E il barone non aveva intenzione di fidarsi di ciò che
affermava. Senza che nessuno ne fosse veramente sorpreso, il barone reclutò una
piccola schiera di segretari che seguissero Vivien in ogni sua mossa, con
pergamene tenute sotto braccio ed una penna nelle loro mani preferite. A loro
volta, dei giovani chierichetti li seguivano, trasportando vasetti di
inchiostro. “Per i posteri”, disse il barone, informando Vivien e agitando del
brandy in un calice di ambra lievemente traslucida, con l’espressione tempestosa
a causa della sua mancanza di fiducia.
Ciò che sorprese Vivien fu l’attrezzatura che trasportarono
nella sala da ballo: aureole di cavi, insieme a pali metallici e artefatti
filigranati infusi di incantamenti che non riconosceva. La sua perplessità non
durò a lungo. I servitori del barone assemblarono velocemente il congegno
attorno al mostrosauro morente. Vennero chiamate altre suore all’interno della
stanza e, mugugnando un paio di note, evocarono una barriera scintillante.
“Dentro”, disse il barone.
Vivien obbedì.
Non ci sarebbe stata l’opportunità di rivedere il processo,
non con ciò che Vivien aveva in mente, non con la verità che stava mantenendo
rannicchiata dietro i propri denti: gli ultimi rituali di un mondo perduto da
tempo. Aveva una sola occasione perché tutto funzionasse. La Planeswalker passò
leggermente le proprie dita lungo la superficie della barriera magica.
Nonostante fosse quasi completamente traslucida, al tatto sembrava un muro
d’acciaio.
Vivien si accucciò di fianco al dinosauro. Il rettile in
quel momento era talmente debole da non reagire quasi al suo tocco, esalando
solamente un letargico rantolo di morte, col respiro che puzzava di bile,
ruggine, carcasse e, molto, molto leggermente di una tintura di lillà e
zafferano. L’animale sbatté le palpebre molto lentamente in direzione di
Vivien. I suoi condotti lacrimali trasudavano un’emulsione biancastra.
“Anestetici”, disse lei, pacatamente.
Le suore si guardarono tra loro, così come gli scribi.
“O alcool. Qualsiasi cosa vi permetta di utilizzare la
vostra generosità in questa situazione.” Vivien strinse la bocca. “So che non
fa parte del vostro credo personale, ma il Bestiarco è estremamente preciso. Se
acquisisse questo essere al massimo del suo dolore, l’evocazione sarà in una
condizione analoga. Come potete immaginare, è difficile combattere quando si è
devastati dal dolore.”
Il barone appoggiò il suo brandy, versandosene una nuova
dose, prima di agitare la mano verso le suore, irritato. “Fate come dice.”
Le suore obbedirono. Mentre la loro magia si faceva strada nel mostrosauro, esso sospirò e si lasciò andare, dando la parvenza di rimpicciolirsi durante la recessione verso quel nuovo torpore. I suoi occhi si chiusero fremendo e, lentamente, la pausa tra un respiro e l’altro iniziò ad allungarsi.
Nessuno stava più cercando di simulare apatia. L’intera
stanza si sporgeva in avanti nell’atto di osservare: ogni nobile, ogni
cortigiano, perfino le inservienti della cucina si piegarono doppiamente a
causa del peso della loro mansione. Osservavano, impazienti come dei segugi.
Vivien fece girare il suo dito indice ed il pollice, accarezzando il Bestiarco
come fosse un amante. Le era rimasto solamente un trucco, un’ultima cosa da
provare. Vivien si inchinò verso il proprio pubblico, trattenendo le risate.
Era ora.
La Planeswalker sbatté tre volte il Bestiarco sul pavimento,
e al terzo impatto il suono echeggiò. Dell’energia si scatenò e scaturì
attraverso la sala da ballo, rimbalzando sulle pareti, sibilando attraverso i
legacci dei lampadari, un bagliore trasparente di luce sui volti di tutti
coloro che stavano osservando. Poi, come per qualsiasi esplosione, il potere
tornò indietro, ululando, verso il punto di origine. Il pavimento ai piedi di
Vivien si irradiò a tal punto da sembrare che la realtà si fosse sfaldata,
lasciando solo il bianco, solo una luminosità così intensa da non lasciare
spazio al concetto di ombra.
Vivien colpì nuovamente il pavimento con il Bestiarco.
L’artefatto si aprì. Si dispiegò in una corteccia metallica
e in alcuni rami con qualche fioritura ogni tanto, e in configurazioni
geometriche di una lega misteriosa e luccicante. Il Bestiarco si divise fino a
rivelare la sua anima, una saetta di luce talmente luminosa da far lacrimare
gli occhi di Vivien. Ma lei osservò tutto senza mai sbattere le palpebre. Il
mostrosauro si meritava almeno quel gesto di dignità.
Riusciva a percepire i frammenti dello spirito del
mostrosauro, un flusso di agitazione mai espressa e di rabbia per la quale era
sempre stato troppo esausto perché potesse essere soddisfatta. Con attenzione,
Vivien introdusse il potere del Bestiarco per tutto il suo scheletro
danneggiato, persuadendo quell’ultima scintilla di coscienza ad unirsi a lei
grazie a promesse che vibravano attraverso quella connessione. Il mostrosauro
non fece resistenza. La inondò come un torrente, scivolando sul legame verso il
Bestiarco con uno stridio di gioia. Vivien fremeva, cercando di abituarsi a
quel momento, disorientata dalla piccolezza del proprio corpo mentre la
presenza del mostrosauro stava rimpicciolendosi per occupare una piccola parte
nei suoi pensieri più reconditi. Il corpo della creatura in quel momento venne
racchiuso nella stessa strana lega che ricopriva il Bestiarco, finalmente in
pace.
“È stato tutto molto bello e drammatico. Veramente un bello
spettacolo.” La voce del barone. “Quindi, ha terminato?”
Vivien sbattè le palpebre, stupefatta. Della luce traspariva
dalla punta delle sue dita e dalla sua lingua. Sapeva di calcio e gesso, una
furia che non aveva mai sperimentato prima, una furia per la quale avrebbe
potuto divorare il mondo intero. Quella era una novità.
“Sì.”
“Bene.” Sventolò una mano. “Ora vediamo i risultati.”
“Sì”, disse nuovamente Vivien, lentamente, con le parole che
le parevano melassa che fluiva tra i denti. Fece vibrare il Bestiarco, lo sentì
ronzare sotto il delicato tocco del suo pollice, con il mostrosauro vicinissimo
alla superficie. Era l’unico modo per tenerlo a riposo. Il suo fervore filtrava
attraverso il solo contatto, infiltrandosi fin nelle ossa di Vivien. Cosa stava
succedendo? Le essenze all’interno del Bestiarco normalmente erano molto più
tranquille, mezze assopite, felici di essere al sicuro, immobili e silenziose
nell’oscurità dell’artefatto. Ma non il mostrosauro.
La Planeswalker resistette con tutte le sue forze
all’impulso di lanciarsi contro il barone, si costrinse all’immobilità e
sollevò il Bestiarco, quando il barone si schiarì la gola.
“No. Sarà qualcun’altro a fare gli onori.”
Fece un cenno ad una guardia, che sarebbe benissimo potuto essere un toro trasformato in una forma più consona. L’uomo aveva il collo talmente spesso da non presentare distacco tra la gola e la mascella. Guardò Vivien in malo modo mentre si muoveva pesantemente verso di lei; il campo di forza si aprì per permettergli di entrare. Il barone gesticolò verso le suore e le loro voci cantarono nuovamente, rinchiudendo la guardia all’interno dell’area di contenimento insieme a Vivien.
“Adesso mostragli come fare.”
Vivien porse il Bestiarco alla guardia imbronciata.
Nonostante la stazza, l’uomo dimostrò una destrezza che Vivien non avrebbe mai
osato immaginare: le sue dita erano molto rapide, nonostante somigliassero a
salsicce. Il Bestiarco cantò sonoramente quando lui sollevò la reliquia, e la
guardia lo puntò con maestria, estendendo il braccio ed incoccando la freccia
di Vivien. Dopo un impercettibile movimento delle sue dita carnose, il suo
corpo venne scagliato fuori.
La Planeswalker si voltò nuovamente verso il barone, con
un’espressione calma. “Te l’avevo detto.”
“Non lo accetterò”, sibilò lui. “Eravamo riusciti a
richiamare l’orso. Deve esistere un procedimento. Qualcosa che non mi sta
dicendo. Lo sta facendo di proposito? Deve essere così.”
“Il Bestiarco è mio. Non obbedirà ai comandi di
nessun’altro.”
“Bugiarda.”
Vivien sollevò l’artefatto in segno di sfida. “Se tu vuoi
provare, sei il benvenuto.”
Il barone strinse la mano a pugno e Vivien decise, con
morboso piacere, che lo sguardo sulla sua faccia sarebbe stato sufficiente.
Decise che, indipendentemente da ciò che si sarebbe scatenato di lì a poco,
indipendentemente da tutto ciò che sarebbe accaduto, quel ricordo della palese
frustrazione del barone sarebbe stata una luce alla quale aggrapparsi. Lei
sorrise. “Ti avevo avvertito.”
“Zitta.”
Vivien diede un’occhiata ai resti della carcassa della
guardia. Il Bestiarco aveva fatto del suo peggio. Quasi per caso, Vivien si
accorse di un movimento. Si piegò verso il basso.
Un ragno. Vivien osservò in silenzio l’aracnide che si
faceva cautamente strada dalla tasca della guardia verso il limite della
barriera. Era talmente piccolo che l’incantesimo ignorava la sua esistenza,
talmente piccolo che i vampiri non erano consci della sua presenza.
A Vivien venne un’idea.
“Il problema”, disse la Planeswalker. “Il problema delle
persone come te è come spesso ignoriate le piccole cose, come crediate che i
meccanismi del mondo operino senza sforzo alcuno, mossi solo dalla vostra
volontà. Date per scontato che gli ingranaggi non esistano. Non riuscite
neppure a vederli.”
“Cosa va blaterando?” Sbottò il barone, raggiungendo
velocemente il muro di luce che li separava.
“Dimmi”, Vivien si fece consapevole del mondo nei suoi
pensieri, percepì il ragno sussultare e crescere sotto la sua attenzione. “Ti
sei mai chiesto come ci si potrebbe sentire ad essere piccolo ed insignificante
come un ragno?”
Non diede al barone l’opportunità di rispondere, con il suo
potere che pulsava attraverso il mondo: ghirigori verdi che scaturivano da un
cerchio attorno a lei. Il barone alzò rapidamente lo sguardo, spalancando gli
occhi.
“Cos’ha fatto?”
Ingrossato dalla magia di Vivien, il ragno divenne grande quanto un piccolo cane, quanto un giaguaro, quanto un orso. Cresci, pensava lei, rivolta al ragno, tracciando in aria un sigillo con movimenti rapidi e poco aggraziati delle dita. Allarmato dalla sua crescita, l’aracnide si voltò e si lanciò verso il re. Le suore e i nobili si lasciarono sfuggire delle grida alla sua vista, concentrando improvvisamente tutta la loro attenzione sul sovrano. In mezzo a quel caos, le suore allentarono la stretta sulla prigione di Vivien.
La freccia si conficcò nel muro, ed il mostrosauro etereo si
liberò, ruggendo, dando forma ai poteri di Vivien all’interno del nuovo
contenitore ospite dell’anima del rettile. Fece oscillare la testa, sbattendo
gli occhi, e nemmeno lo shock di essere nuovamente in vita distrasse il
mostrosauro dal suo intento. La creatura era morta affamata di vendetta. Non se
ne sarebbe andata tranquillamente senza aver prima soddisfatto quella brama.
Vivien si lanciò di lato mentre il mostrosauro caricava
verso il Barone di Vernot, con cortigiani urlanti che si disperdevano dietro di
lui ed alcuni altri più sfortunati che erano stati travolti dalle sue zampe
artigliate, appiattiti talmente tanto da poter essere piegati in due parti. Le
rare guardie abbastanza leali da rimanere salde lungo la sua traiettoria
vennero scagliate sui lati, lanciate contro le pareti con un colpo di testa
della creatura.
La figura scintillante del mostrosauro si alzò verso il
firmamento, aprendo il soffitto come fosse stata la buccia di un frutto.
Dall’alto cadevano macerie e cenere. L’edificio gemette. I pilastri, ora
liberi, cedettero uno dopo l’altro, facendo crollare l’intera muratura sotto la
forza di gravità. Non che qualcosa di tutto questo fosse servito a dissuadere
il mostrosauro dagli occhi selvaggi.
Contro ogni pronostico, il Barone di Vernot non fuggì. Nonostante fosse stato abbandonato dalle sue coorti e la sala da ballo stesse collassando, rimase in piedi, con i denti scoperti e la spada sguainata, con la sua figura che sembrava una bambola in confronto all’enormità del mostrosauro. Divenne un’ombra sfocata che zigzagava verso l’alto, rivelando lo sfruttamento della sua velocità aumentata e delle macerie in caduta come punti d’appoggio per la sua traiettoria ascendente. Vivien notò uno scintillio d’argento mentre il barone sfrecciava, ma indipendentemente dalle abilità del singolo, indipendentemente dalla differenza di potenza offerta dall’addestramento, la natura sceglieva i suoi favoriti in modo empirico.
In fondo, la vita è sempre stata una gara di pura potenza.
La spada del barone attraversò in modo innocuo il buco sotto
l’occhio destro del rettile, erodendosi in un grumo di metallo. Prima che il
vampiro potesse spingersi per cambiare direzione, il mostrosauro fece scattare
la testa verso l’alto, lanciando il barone in aria. Vivien vide una fugace
espressione di sorpresa nel volto del vampiro, palese anche da quella distanza.
E più velocemente del barone, più velocemente di quanto qualcuno si sarebbe mai
aspettato, il mostrosauro fece scattare in avanti le sue fauci, quasi come un
serpente a sonagli, rinchiudendo il torso del vampiro tra i suoi denti.
Vivien era talmente sbalordita che rimase ferma, ad
osservare.
Il mostrosauro la guardò con uno sguardo afflitto. La sua espressione era così ridicolmente contemplativa, così umana nella sua incertezza, che le venne quasi da ridere a quella vista. Il barone fissò la bestia che l’aveva catturato, con un terrore animale che si faceva pian piano strada sul suo volto. Poi, con un’incredibile dose di autocontrollo e molta cerimonialità, il mostrosauro concluse il morso e le due metà di ciò che un tempo era il Barone di Vernot caddero silenziosamente e confusamente sul terreno.
Quasi tutte le evocazioni di Vivien presentavano una natura
transitoria, e di rado persistevano per più di un minuto, contente di
dissiparsi dopo un frettoloso flirt con il caos. Ma il mostrosauro non si
voleva dissipare. Dopo aver sistemato il Barone di Vernot, il rettile ora era
senza ambizioni, ma non rimase in quello stato a lungo. Annusò l’aria una volta
prima di imboccare con sicurezza una strada che li portò oltre le porte del
palazzo, noncurante dei cortigiani che ancora si agitavano al suo passaggio.
Vivien lo seguiva, ignorata a causa della sua evocazione.
La loro traiettoria li fece passare attraverso il Serraglio
Reale, che ora brulicava di fauna agitata, i cui prigionieri erano galvanizzati
dalla vicinanza del mostrosauro o semplicemente emozionati dalla puzza di
distruzione che c’era nell’aria. Non ci volle molto a Vivien per prendere una
decisione. Mentre il mostrosauro girava un altro angolo, lei fece scorrere la
propria magia attraverso una famiglia di gnu, alimentando le loro cellule
finché le creature non crebbero abbastanza da sfondare la loro prigione. E fece
lo stesso a tutto ciò che incontrava. Malleocefali, coatl e grossi orsi. Il
potere si snodava tra di essi come fossero fulmini.
Alcuni degli animali lottavano, annodandosi tra loro:
carnivori e prede che si staccavano carne a morsi l’uno dall’altro. Ma la
maggior parte non faceva così. Come il mostrosauro in carica, sembravano tutti
assorbiti dal pensiero di vendetta. I loro curatori, precedentemente al sicuro,
sapendo che gli animali erano sedati contro le conseguenze della propria
crudeltà, presto si ritrovarono ingaggiati in battaglie all’ultimo sangue. Le
urla riempivano l’aria.
E il mostrosauro manteneva comunque la sua forma, in qualche
modo, mosso potentemente da qualcosa. La sua ira, forse? O quella di Vivien? La
Planeswalker decise che non aveva importanza. Invece di preoccuparsi di quello,
contò i minuti tra la manifestazione corporea e la sua disintegrazione. Ogni
volta che il mostrosauro scintillava mentre iniziava a cessare la sua
esistenza, lei lanciava una nuova freccia in aria. I corridoi si aprirono in
una galleria. Qui, il mostrosauro si fermò, inclinando la testa da un lato.
Degli uomini con parrucche stratificate e delle donne ricoperte di polveri
perlacee fissarono inebetiti la scena, con i loro corpi alti ed innaturali.
Una ragazza magra quanto una ringhiera, difficilmente
definibile adulta, vacillò in avanti con fare insicuro. Un guinzaglio era
stretto nella sua mano: Vivien seguì la corda fino al suo punto di aggancio sul
collare di un piccolo raptor. Qualcuno aveva imbellettato le sue scaglie di
smeraldo e vestito il suo collo con una gorgiera talmente goffamente larga da
ostruire la sua vista. Vivien guardò la creatura con sguardo accigliato. Era
deprimente.
In quel momento, il mostrosauro iniziò a sparire,
riducendosi ad una serie di puntini luminosi, il contorno di una creatura che
di lì a poco si sarebbe ridotta in una foschia indistinta. Vivien accennò un
pugno, con la comitiva ancora in silenzio, ancora ammutolita da ciò che aveva
osservato. Dietro di lei, si poteva sentire il ruggito del Serraglio Reale
ancora in rivolta, ed il basso clamore dei suoi inquilini regolarmente
interrotto da grida terrorizzate.
“Suppongo”, disse Vivien, infine. “Che questo sia il momento
nel quale abitualmente si pronunci un discorso drammatico.”
Il raptor saltellò in avanti, con la testa che scattava da
una parte all’altra, utilizzando movimenti rapidi e simili a quelli di un
uccello. Cinguettò una nota di curiosità verso Vivien.
“O, almeno, nel quale vi si spieghi cosa stia accadendo.”
I suoni stavano diventando più forti.
“Non so per certo quale sia il protocollo per tutto questo.”
Un sorriso si presentò spontaneamente sul suo volto. “Ma sento che una qualche
forma di esposizione informativa sia necessaria.”
Rilassò la propria mano.
“Cosa significa tutto questo?” Iniziò un uomo dall’aspetto
patriarcale con la barba corta ed il fisico ancora formidabile nonostante
l’avanzare della mezza età. Adagiò le sue lunghe dita sul fodero della sua
sciabola, lanciando uno sguardo ostile. “Chi sei tu? E cosa sta succedendo a
palazzo?”
“Qualcuno, un tempo, mi descrisse la morte di una nazione
come un atto di ‘pietà’. Non capii veramente le sue ragioni al tempo, o da dove
provenisse. Ma ora, ora capisco perfettamente.” Vivien disegnò lentamente, con
le dita, delle forme ad otto, con la magia che iniziava ad accumularsi nei
palmi delle sue mani, raggi di potere luminescente. “Comunque. Questo è un atto
di pietà. Questa è l’ultima volta che vedrete Luneau. Domani a quest’ora le
terre selvagge reclameranno nuovamente questo luogo e voi non sarete altro che
un brutto ricordo da dimenticare.”
Vivien chiuse il pugno e il raptor si fece scappare un sibilo confuso. Il suo corpo iniziò improvvisamente a contorcersi dalle convulsioni. A differenza degli ospiti del Serraglio Reale, non crebbe in maniera uniforme. La creatura subì degli attacchi di crescita, coordinati dai movimenti della mano di Vivien e da quelli del suo potere, che si distendeva verde e serpentino dalla sua figura. Prima le gambe, la coda, poi la testa, prima che anche il torso, finalmente, seguisse ciò che stava accadendo al resto del corpo. Per tutto il processo, la sua padrona non poté far altro che fissarlo, con la bocca semiaperta dalla perplessità.
Il suo ex animaletto non condivideva lo stesso stupore.
Indietreggiò, cinguettando diverse note cristalline, facendo capire di aver
perso completamente l’interesse verso la sua proprietaria. Poi, senza alcuna
riserva, scattò in avanti e serrò le sue mascelle attorno al cranio del
vampiro, con i denti che frantumarono le vertebre.
La decapitazione della giovane vampira fece muovere qualcosa
all’interno della folla. Il caos si fece largo a ondate tra quei borghesi,
diffondendosi e crescendo finché non divenne un’isteria: tutte le pretese di un
comportamento illuminato, dimenticate di fronte alla carneficina. Quelli tra
loro con la capacità minima di intendere e di volere si avvicinarono a Vivien,
sibilando, ma la Planeswalker li osservava con vaga indifferenza.
Si stava avvicinando qualcosa.
Un secondo prima che la carica irrompesse sfondando le
porte, Vivien fece un passo laterale. I suoi avversari, d’altra parte, ebbero
giusto pochi secondi per guardare in alto, e pochi secondi per prendere nota
delle bestie che stavano assordando il corridoio. Mentre i fuggitivi del
Serraglio Reale rendevano pan per focaccia ai loro tormentatori, Vivien si
ritrovò a sorridere.
Il Palazzo Reale si frantumò come una carcassa ridotta a brandelli da degli sciacalli. A fasi alternate, senza troppa convinzione, l’architettura lottava per mantenere la sua struttura verticale. La gravità, tuttavia, possedeva un appetito insaziabile. Ben presto il Palazzo Reale crollò, alzando polvere tutt’intorno.
Ma Vivien Reid non aveva affatto finito con Luneau.
Bisognava scatenare altro caos.
La caffetteria era, in più di un modo, indistinguibile da
tutte le altre che adornavano il quartiere culturale di Luneau. In quella parte
della città, musei e sconci matinée condividevano le stesse strade. L’arte si
manifestava in molte forme, alcune meno piacevoli di altre, ma Luneau non era
incline ad essere particolarmente moralista. Le gastronomie godevano di vivaci
affari grazie a questa generosa ideologia. C’erano sempre dei clienti. A volte
erano studiosi ed esperti, desiderosi di uno spazio per poter discutere ed
ammazzare la giornata. A volte erano individui più dozzinali, lussuriosi e in
cerca di un luogo dove potersi sedere. Indipendentemente dalla loro natura,
erano inevitabilmente carichi di soldi e, per la gioia del proprietario di
questa specifica caffetteria, spesso estremamente generosi con le mance, sotto
forma di fiale di sangue.
L’uomo in questione studiava il proprio riflesso allo
specchio. Era alto, smilzo, con le spalle troppo strette per poterlo
considerare robusto. Ma non era sgradevole alla vista. Perlomeno, questo era
quello che era riuscito a dedurre dalle interazioni con la sua clientela
femminile. Il proprietario corresse l’angolo della propria parrucca. Doveva
apparire perfettamente ordinato.
La sera era afosa, nemmeno sfiorata da nulla che potesse
assomigliare ad una brezza, e l’aria si adagiava su Luneau come un panno
bagnato con acqua calda sopra un cadavere. Non che la cosa sembrasse importare
a molti. L’elite della città, soprattutto chi figurava tra i ranghi della
Legione del Vespro, sembrava avere una certa preferenza verso quel clima, così
da potersi crogiolare al calore, mentre per gli umani era solo stancante.
Con una lenta camminata, si avvicinò verso il luogo dove si
erano seduti gli ultimi clienti arrivati. Entrambi erano ufficiali decorati,
magri ed incredibilmente curati nonostante il molto tempo impiegato nelle
spedizioni in terra straniera. Al proprietario piacevano proprio per quella
ragione. Quasi tutti gli esploratori ad un certo punto perdevano interesse per
l’igiene, insieme a qualsiasi riconciliazione con quel concetto.
“La vostra colazione”, disse il proprietario.
Gli risposero con uno sguardo ed un tiepido sorriso. Il
proprietario appoggiò delle vettovaglie ben disposte.
Luneau tremò sotto i suoi piedi.
Un terremoto? Era possibile. Anche se venivano colpiti di
rado da questi tremori, non era un fenomeno sconosciuto e, come tale, il
proprietario non vide una vera ragione per preoccuparsi. Avrebbe dovuto
garantire una posizione sicura allo scaffale delle spezie ed assicurarsi che la
modesta collezione di bottiglie di vino del locale rimanesse ferma nel suo
apposito alloggio. Piccoli dettagli. Semplici faccende. Nessun problema.
“Smettila di tenere il broncio”, disse uno dei due uomini.
Il proprietario rallentò il passo per origliare. I pettegolezzi dei militari
erano sempre belli.
“Come se tu ne fossi contento. Sai anche tu che il Barone di
Vernot sta studiando il dispositivo in questo momento”, disse il suo compagno.
Il primo uomo lasciò fuoriuscire un rumore esasperato.
“Allora spero che fallisca. Se riuscisse a decifrare quello stupido artefatto,
perderemmo il lavoro.”
“Stai attento alla lingua che ti ritrovi”, rispose il suo
amico. “Quello che dici è tradimento.”
“Non è tradimento. È la verità. Se Luneau imparasse ad
utilizzare una cosa del genere, saremmo lasciati a mendicare per le strade.
Ricordati le mie parole. Ai reali non frega niente delle persone come noi,
medaglie o meno. Se potranno creare i loro animali, perché dovrebbero pagare
noi per trovargliene degli altri?”
Prima che il suo amico potesse rispondere, il tremore sotto
i loro piedi, che era rimasto costante ma inoffensivo, divenne improvvisamente
qualcosa di impossibile da ignorare, qualcosa che ricordò al proprietario un
episodio della propria giovinezza ancora più impossibile. Una volta all’anno,
come per bilanciare la propria trivialità, il piccolo insediamento dal quale
proveniva si concedeva un’insolita tradizione:
Liberava dei giovani raptor per le strade.
Come si sia arrivati ad una tale bizzarra tradizione e
perché si pensasse che fosse necessario che gli adolescenti raccogliessero le
piume direttamente dai rettili in agitazione era qualcosa che il proprietario
aveva sempre rifiutato di comprendere. Ma come ogni immigrato da quella città,
come ogni uomo o donna nati in quelle colline, dentro di sé si ripresentarono i
ricordi di come la terra tremava ogni anno, sotto i piedi di quella carica.
Questo era peggiore.
Molto peggiore.
La caffetteria di fronte alla sua, nella loro strada chiusa, collassò come una gamba spezzata, completamente spianata dai corpi animali che stavano inondando le strade e che stavano ruzzolando tra di essi in una tempesta di pelo, artigli e gole ululanti. In altre circostanze, il proprietario sarebbe rimasto deliziato da quella vista, ma non c’era tempo. Non c’erano nemmeno le parole per descrivere ciò che stava vedendo. Lemuri lanciati verso le balaustre, cacciati dalle aquile. Bovini di diverse dimensioni, gatti dai denti a sciabola ed altri più domestici. Il suono della porcellana che si frantumava attirò l’attenzione del proprietario.
E in mezzo a tutto quel trambusto, c’erano anche i
dinosauri:
Sì, i raptor della gioventù del proprietario, solo che erano
adulti e dalle vivide piume. Branchi di lenti egisauri che caricavano come
tori. Dorsospini e lamadonti, che si sforzavano di essere più veloci dei
mostrosauri, dei tiranni e degli oscuri saprofagi sbranamorte. Questi non
avevano interesse nelle strade. Ne creavano di nuove al loro passaggio,
devastando la città e facendo crollare gli edifici. Gli erbivori compirono la
dissacrazione di Luneau ad un livello superiore. Loro si fermarono per mangiare
i giardini pensili della città, mordicchiando i loro fiori fino alle radici.
Mentre il quartiere culturale di Luneau veniva evacuato
dalle case e dai negozi, con il diluvio di fauna selvatica che demoliva
rapidamente ogni cosa lungo il proprio cammino, il proprietario si lasciò
andare in una risata, delirante dalla confusione. Capì in un secondo momento
ciò che stava accadendo: quelle creature non erano sbucate dal nulla, erano il
triplo delle loro normali dimensioni, troppo enormi per essere vere. Com’era
potuto accadere? Nulla sembrava reale.
Un rumore attirò la sua attenzione. Si voltò per vedere un paio di mostrosauri che barcollavano attraverso i corpi in movimento. Una nuova coppia per la riproduzione, portata a Luneau per sostituire gli ultimi due. Ma non fu quello ad attirare la sua attenzione. No, fu la donna seduta sulla testa dell’esemplare femmina, la cui espressione era fissa in una smorfia di macabra soddisfazione.
Se si fosse deciso di ricostruire Luneau, pensò freddamente
Vivien, sarebbero serviti diversi decenni prima di completare l’opera. Si
abbassò per accovacciarsi, tenendosi in equilibrio sulla testa del mostrosauro,
e saltò mentre stavano superando una balconata. Vivien fece un salto mortale
con nonchalance e si fermò, rialzandosi con un movimento fluido. Si spolverò la
camicia. Le sarebbe servito del vero cuoio, qualcosa che non potesse
impigliarsi nei rovi e strapparsi alla minima resistenza. I gusti di Luneau,
anche quelli più umili, erano assolutamente molto poco pratici.
Un brontodonte si muoveva pesantemente vicino al punto
sopraelevato dove si trovava Vivien. Era quello del suo viaggio in nave? Era
difficile capirlo. La traversata dell’oceano le sembrava un evento accaduto
tantissimo tempo prima. Di certo sperava che fosse lo stesso brontodonte. Per
quanto il pericolo dei carnivori del Serraglio Reale fosse superiore, sarebbe
comunque stata un’entità da temere. Soprattutto se la sua specie fosse stata
incline al rancore e alla buona memoria. Forse avrebbe potuto trovare una
compagna nelle terre selvagge di Luneau. In qualunque caso, sarebbe passato
molto tempo prima che i vampiri della città creassero altri problemi al resto
del mondo. Ora c’erano i dinosauri nelle loro giungle, e in numero maggiore di
quanto mai avrebbero potuto sperare di gestire.
Vivien si appese al parapetto, osservando l’anarchia che
aveva scatenato su Luneau. Il Serraglio Reale, o ciò che ne rimaneva, aveva
iniziato a scoprire i giardini pensili della città. Lei sorrise, compiaciuta
dalla situazione più di quanto fosse giustificato. Ma il soggiorno ad Ixalan
era stata un’esperienza illuminante.
Quasi spontaneamente, le sue mani accarezzarono il
Bestiarco. Vivien non si era resa conto di quanto fosse semplice separare la
reliquia dalla sua persona, o del rischio più che fondato di essere rubato ed
utilizzato da altri. Doveva fare qualcosa al riguardo. Vivien non avrebbe
tollerato il ripetersi di quella situazione. Ma forse la risposta si trovava
con gli abitanti del Bestiarco.
Il mostrosauro si era dimostrato estremamente utile. Perfino
più di qualsiasi altra acquisizione di Vivien. E come sarebbe potuto essere
altrimenti? Era più grosso e più feroce di ogni altra cosa che faceva parte del
suo arsenale. Se Vivien avesse continuato a trovare prede più grandi da
cacciare, avrebbe potuto trovare una risposta.
Chiuse gli occhi. La membrana che separava i piani qui era
più sottile, non più spessa di uno strato di pelle. Attraverso il velo, Vivien
riusciva quasi a vedere il prossimo mondo in cui sarebbe andata. Drago. La
parola rimbalzò nel suo cervello, formando immagini di creature colossali,
antiche e spaventosamente strane, esseri con polmoni pieni di fiamme ed una
risata beffarda. Nicol Bolas non era l’unico drago del Multiverso. Ce
n’erano altri. Più piccoli, meno astuti, ma comunque draghi. Se avesse imparato
ad imbrigliare il loro potere, se fosse riuscita a capire la loro funzione,
avrebbe potuto imparare i segreti per distruggere Nicol Bolas.
Ma prima, aveva bisogno di un bersaglio.
Vivien ebbe una reminiscenza di conversazione riguardo i
draghi di Shiv, il cui nome veniva solo sussurrato a bassa voce. Per
paura, avevano detto gli anziani Ghitu, che potessero vagare verso i loro
insediamenti, attirati dalla pronuncia del loro nome.
Ma se un drago di Shiv fosse stato attratto verso la sua
posizione, non sarebbe stata la cosa migliore da desiderare?
In lontananza, Luneau si raggruppava contro l’insurrezione.
Nulla sfuggiva verso il vespro, nessun suono, eccetto il basso clamore degli infuriati uomini d’arme e di animali elefantini che muggivano in tono di sfida. Vivien si grattò un sopracciglio, prima di iniziare a ridere innocentemente.







