Una mosca di sorveglianza dalle ali d’argento mi ronza
vicino all’orecchio, ed io resisto all’impulso di scacciarla via. Chiunque
abbia lavorato all’incantesimo su di essa aveva fatto un lavoro scadente,
probabilmente un mago mentale del primo anno. Sembra che l’insetto passi più
tempo a fissare me invece che rintracciare le spedizioni di armi. Durante le
mie prime settimane di lavoro al porto non avevo trovato molto, ma ora non
passa un giorno senza che scopra una cassa piena di magli da battaglia tempestati
di gioielli, armature d’osso intagliate o coltelli infusi di veleno. A Ravnica
si sta alzando la tensione, ne sono certo, ma la Casata Dimir non vuole che io
pensi. Vuole che lavori sotto copertura senza essere beccato. Con delle pile da
dodici casse impilate una sull’altra e incastrate tra loro fino a formare un
labirinto di stretti passaggi, il mio lavoro è semplice: forzare velocemente il
coperchio, disinnescare il sigillo della cassa abbastanza a lungo da lasciar
entrare l’insetto all’interno, per poi farlo uscire e passare alla prossima…
solo che questa volta un luccichio all’interno della cassa attira la mia
attenzione.
“Whisky del Contrafforte Meridionale” dice l’etichetta e,
senza nemmeno pensarci, la bottiglia è già nelle mie mani. Costoso, incantato
ed invecchiato in botti ricavate da alberi millenari trafugati dalle foreste
dei Selesnya. Immorale? Forse. Redditizio? Assolutamente. Che gli serva da
lezione per non aver sigillato la cassa con un incantesimo più potente.
L’insetto mi cinguetta, mettendomi in allerta, ma è troppo tardi. La mia mente
si sta già immaginando il cumulo di zini d’oro che potrei ottenere vendendola.
Quella bottiglia lunga e stretta sarebbe perfetta per la tasca del mio
impermeabile. Nessuno ci avrebbe fatto caso. Improvvisamente, l’insetto
fischia, poi alzo lo sguardo, fin troppo conscio dei passi in avvicinamento che
avrei dovuto sentire prima. Sei stato disattento, Merret, disattento. La nebbia
vortica, nascondendomi alla vista, ed in quegli ultimi momenti di tempo
guadagnato infilo con delicatezza la bottiglia nel vuoto lasciato nella paglia
da imballaggio, chiudo attentamente il coperchio e poi cerco di non dare
nell’occhio.
“Ah! Merret!” dice Grimbly Wothis, il mio capo, con le
braccia incrociate davanti al suo grosso petto e le corna che raschiano contro
le casse impilate ai suoi lati. È mezzo uomo, mezzo toro e totalmente privo di
tatto. “Proprio la persona che stavo cercando.”
“Signore?” dico, distogliendo lo sguardo e cercando di
mimetizzarmi con l’ambiente circostante, con la speranza di poter diventare
invisibile.
“La nebbia è troppo fitta, ed ho un potenziale investitore
che vuole vedere il porto. Mandamela via.”
“Non può farlo Warwick?” chiedo. Un po’ di nebbia la posso gestire ma, nonostante un anno di addestramento, non possiedo abbastanza concentrazione per ripulire l’intero porto. Non riesco a concentrarmi abbastanza nemmeno per indurre incubi o cancellare i ricordi. Come agente sotto copertura della Casata Dimir, non ho molto da offrire eccetto la capacità di usare un piede di porco per dei loschi affari.

“Warwick non c’è. E nemmeno Bender. Sei l’unico che mi è
rimasto.” Mi guarda dall’alto in basso, con le narici allargate.
“Sfortunatamente.”
“Grazie per l’incoraggiamento.”
“Cosa ne dici di questo incoraggiamento? Se non fai piazza
pulita non prendi la paga di oggi.”
“Ci penso io, capo”, bofonchio. Avrei dovuto prendere quella
dannata bottiglia. Non esiste che io riesca a dissipare tutta questa nebbia. Le
bollette sono oltre la scadenza, mia moglie e i ragazzi sono affamati. Un altro
giorno con la paga trattenuta ed i debiti sempre più soffocanti. Cammino
lentamente fino al bordo del molo più lungo e mi concentro sulla magia attorno
a me. La attiro, attingendo il potere come un respiro fatto di frammenti di
vetro, e poi la rilascio, con una forza che parte da dentro il mio corpo e
rimbomba come un tuono all’interno dei miei timpani. La nebbia si sposta a
malapena, dissipandosi a metà strada rispetto all’altra sponda del fiume,
giusto per rivelare una slanciata goletta Simic che solca le acque con le vele
abbellite da disegni spiraleggianti. Due tritoni accompagnano la barca ai suoi
lati. Quello al comando si volta verso di me, mi guarda accigliato, poi preme
una mano palmata contro lo scafo della nave. In pochi secondi, la goletta
scompare sotto increspature blu-verdi, indistinguibile dalle acque mosse del
fiume, a meno di non sapere dove guardare.
Grimbly Wothis pesta a terra gli zoccoli, ridendo con quella risata profonda e ruggente che assomiglia in modo incredibile ad una sirena da nebbia. “Non l’avevate visto, vero?” dice, rivolto al suo investitore, con quel suo sorriso malizioso allargato il più possibile. “La copertura di nebbia è una caratteristica di vendita chiave per i tipi di navi che salpano da queste parti e, come presto scoprirete, sarà una caratteristica molto remunerativa. Domani vi mostrerò il porto. Stasera brinderemo all’inizio di una nuova collaborazione!” Grimbly Wothis sbatte la sua enorme mano pelosa contro la schiena dell’investitore, facendolo andare avanti, ma non prima di indirizzarmi un’occhiataccia capace di distruggere l’anima.
I miei piedi si appoggiano delicatamente sui gradini bagnati
del mio condominio, evitando di spezzare le foglie secche accumulate sugli
angoli. I complessi di appartamenti si accalcano, con le guglie che si
protendono come un’enorme bocca piena di zanne bucherellate. Qui non arriva la
luce del sole. Mai. Il Villaggio delle Serrature non è assolutamente uno dei
peggiori quartieri nel quale potevamo capitare, ma a volte la tristezza mi
attanaglia.
Nove piani più in alto, do un’occhiata ad una finestra
aperta. La nostra piccola cucina sembra essere stata colpita da un incantesimo
di furia, con ciotole ribaltate e misurini sparsi sul bancone. Tashi sta
tenendo in equilibrio il bambino sul fianco mentre incanta un unguento di cura
minore da una miscela di maranta e spezia di cinghiale, così da poterlo
rivendere al mercato. Sta lavorando alla fioca luce di una sola candela che sta
fluttuando spaventosamente vicino al tessuto penzolante del suo mantello: è il
mantello verde con le foglie dorate stampate sull’orlo. Mi sembra di ricordare
che le stesse meglio una volta.
Giro la maniglia ed entro. La Casata Dimir non è nulla in
confronto alle trappole che ricoprono il nostro pavimento. Dei blocchi di legno
sono in attesa, pronti ad infilzare un piede nudo con i loro angoli appuntiti.
E uno xilofono di costole semovente è un ottimo modo per rompersi il collo. Le
aggiro, ormai come riflesso spontaneo, e mi preparo a dare la notizia a mia
moglie.
“Merret! Finalmente,” dice Tashi, esasperata. Infila il
bambino tra le mie braccia, che ha ormai un anno ma è ancora lamentoso ed
apatico come un neonato. Sembra quasi che non abbia peso, ed il suo naso è un
costante flusso di muco. Lo tengo due secondi e mi ha già sporcato tutto il
bavero.
“Papino!” Soche, la mia figlia più grande, si fionda verso
di me, colpendomi lo stomaco con la testa. Ricaccio indietro il dolore mentre
mi costringo a sorridere.
“Soche, non dovresti essere a letto?” le chiedo.
“Ma volevo vederti, Papino.”
“Oggi hai fatto la brava con tua madre?”
“È stata un terrore continuo,” stride mia moglie. “Ha rotto
una bottiglia di essenza di radice mat’ti. Ha rovinato tutto! Dove li prendiamo
i soldi per sostituirla? E i soldi per far funzionare le lampade a gas così da
non incurvarmi su questa candela per tutto il giorno? E i soldi per dar da
mangiare al bambino?”
“Ieri ho portato a casa una decina di mele”, le ricordo,
sperando di evitare la domanda successiva. Dov’è la paga di oggi? Il
lavoro al porto potrà anche essere una copertura, ma i soldi sono veri, ed è
l’unica cosa che ci tiene a galla.
“Sono poltiglia, Merret. Poltiglia dal mercato. Il bambino
continua a mangiare ma non sta crescendo. Ha bisogno di cibo vero. Quello che
prendi da un vero fruttivendolo. Qualcosa che lo riempia!”
“Anch’io voglio avere la pancia piena!” urla Soche,
toccandosi il pancino. “E anche la mamma!”
“A letto!” la sgrida mia moglie, ed i suoi piedini camminano
sul pavimento di pietra. Soche si accuccia nel suo angolino della notte vicino
al focolare spento, poi si sommerge in un cumulo di coperte consumate, i cui
incantesimi riscaldanti si staccano a poco a poco, come ciuffi di pelo.
“Io…” Apro la bocca, ma per la prima volta noto quanto il
viso di mia moglie sia diventato infossato. Mi si forma un nodo in gola, e le
parole non vogliono uscire. “Io non-”
“Prendi del cibo, Merret. Non mi interessa in che modo.”
Prende il bambino dalle mie braccia, poi inizia ad incantare nuovamente la sua
miscela di erbe.
Io rimango in piedi per un momento, cercando di capire come questa sia diventata la mia vita. La nebbia filtra dall’apertura sotto la porta principale, si avviluppa attorno a me, come se la monotonia delle strade fosse venuta a reclamare i suoi interessi dentro casa mia. Dentro di me.
Rubare ad un fruttivendolo non è affatto facile come rubare al mercato delle Serrature Sotterranee. Oh, qui sono abbastanza gentili. Mi sembra di avere una scorta personale che mi segue a cinque passi di distanza, con un bel sorriso stampato in volto. Cerco di seminarlo, serpeggiando su e giù tra le corsie, oltre una disposizione di pasticci fumanti di carne di alce sminuzzato, una pila fluttuante di frutta senza alcun difetto ed alcuni cesti contenenti dodici tipologie diverse di larve vive per gli attenti Viashino. Ma indipendentemente da ciò che faccio, l’addetto del mercato è sempre lì. Suppongo che la stessa faccia sfregiata che dice “non ti conviene avere a che fare con me” ai venditori delle Serrature Sotterranee, urli al “ladro” qui, in questo quartiere elegante.

Me ne vado a mani vuote e, come se la cosa non bastasse,
sento quella risata ruggente che mi ha sminuito in ben più di un’occasione.
Alzo lo sguardo ed individuo Grimbly Wothis ed il suo amico investitore che
escono da un appartamento quattro piani più in alto: l’edificio è enorme,
sbilanciato e colmo di incantesimi di pulizia così da non poter essere
intaccato dai graffiti. Sapevo che lui viveva da queste parti, ma non mi
immaginavo che casa sua fosse così bella. Delle immense lampade a
gas illuminano il buio, e la loro luce risplende sui sigilli d’argento che
spuntano fuori dalla lucida pietra rossa dell’edificio.
Io osservo i pedoni che si mescolano sotto le volte ad arco,
per passare da un mercato a quello successivo. Un enorme schiacciaurlatore
indrik cammina lentamente per le strade, costretto a tenere chiusa la bocca da
così tanta magia che riesco a sentirla sfrigolare dal punto in cui mi trovo.
Una massa di lavoratori sono appesi alla rete di imbracature legata sulla sua
schiena. Tornano a casa dai distretti più lontani. Tipica ora di punta serale.
Si sono piazzati qui anche dei centurioni in armatura, cotta di maglia ed elmi
decorati con il sole splendente, assicurandosi che il traffico serale rimanga
sotto i livelli di guardia. Mi appiattisco alla parete fino a confondermi nelle
ombre, ed una volta assicuratomi che il mio capo se ne sia andato per la sua
strada verso il pub, mi intrufolo a casa sua. L’incantesimo sulla porta è
tosto. È troppo difficile da spezzare per le mie capacità, ma i minotauri sono
troppo presuntuosi per pensare di essere dei possibili bersagli. Aggiro
l’edificio, eseguo un veloce saltello fino al balcone e, sicuro di quello che
avrei trovato, scopro una finestra lasciata aperta.
Mi intrufolo all’interno, come un manto di nebbia. I miei
piedi toccano a malapena le costose piastrelle in ceramica del pavimento. Un
dubbio mi assale. Certo, ho già sgraffignato qualcosa dal mercato in qualche
occasione, perfino da alcune tasche, ma non ho mai fatto nulla del genere.
Faccio per tornare indietro, ricordando lo sguardo deluso sul volto della mia
mentore quando non riuscii ad estrarre un solo filamento di ricordi dopo sei
mesi di addestramento serrato. “Forse non sei portato per servire la Casata
Dimir,” mi aveva detto. Bè, non me l’aveva detto. Mi aveva infilato quel
pensiero nella mente, con una naturalezza incredibile. E quel pensiero è ancora
lì, forte e chiaro. Lo mando via. Mio padre era una spia. E anche tre delle mie
zie e mio zio. La furtività si tramanda nella mia famiglia. Posso farcela.
Dopo essere leggermente inciampato in uno stretto corridoio,
mi ritrovo nella cucina. Una luce a gas brucia in uno dei ripiani più bassi,
proiettando una calda luce sul mobilio in legno. Lì, sul bancale, si trova un
cesto di pane. Prendo una pagnotta, e mi accorgo di quanto sia sostanziosa; ha
il peso di un mattone. È perfetta. Ma vicino al cesto, in una rastrelliera,
qualcos’altro attira la mia attenzione. Degli elisir, a decine. Tiro fuori una
delle bottiglie, lunga e rettangolare, fatta di spesso vetro artigianale.
L’etichetta metallica dice “Elisir della Concentrazione”. All’interno, un
liquido blu brilla come se fosse stato immerso nel chiaro di luna più
brillante. Il pane, certo, è ottimo. Sfamerà la mia famiglia per stasera, ma
questo… bastano poche gocce di questo elisir per cambiare completamente le
nostre vite. Potrei potenziare la mia magia, dimostrarmi abile nel mio lavoro
al porto. Riuscire a riottenere il benestare della gilda. Solo qualche goccia.
Il mio capo non noterà mai che gliene ho preso un po’.
Tolgo il tappo in sughero, e l’odore mi pervade subito le
narici… un aroma delicato e cotonoso, come quello delle lenzuola appena lavate.
Apro la bocca e capovolgo la bottiglia.
Una goccia.
Due.
Solo un’altra, per essere sicuri. Ma prima che l’ultima
goccia tocchi la mia lingua, le luci sfarfallano violentemente. Spalanco gli
occhi, e l’elisir mi si riversa addosso, colando dal mento ed infiltrandosi nel
mio impermeabile. Io rimango lì, bloccato come una statua, mentre un minotauro
femmina entra nella cucina con gli occhi semi-chiusi, dei bigodini nei capelli
ed una lunga vestaglia che le arriva agli zoccoli. Nemmeno nei miei sogni più
sfrenati avrei mai immaginato che ci potesse essere una persona in tutta
Ravnica che avrebbe voluto svegliarsi ogni giorno con Grimbly Wothis al proprio
fianco. Una vera spia avrebbe impiegato un po’ di tempo per ottenere questo
tipo di informazioni. Ma chi voglio prendere in giro? Sono ben lontano
dall’essere una spia. Sono a malapena un ladro.
Lei sbadiglia, ed io riesco a vedere ogni singolo dente
presente nella sua bocca gommosa. Non c’è nulla di minaccioso, ma sono
abbastanza sicuro che riuscirebbe a spezzarmi in due con un morso, se si
mettesse d’impegno. Io rimango lì, completamente scoperto, senza nemmeno
provare ad evocare un filo di nebbia attorno a me. È mezza addormentata, non
pienamente conscia dei dintorni, ma posso garantire che non rimarrà in questo
stato a lungo. Si sposta verso il bancale dal lato opposto rispetto al mio,
tira fuori una grossa ciotola di metallo e la riempie d’erba fino all’orlo. Poi
raccoglie la ciotola per prenderla tra le mani e cammina lentamente verso di
me.
Ma l’elisir… ora lo percepisco. Alcuni pensieri sparsi si focalizzano, ed inizio a flettere dei muscoli che non pensavo di avere. Le mie dita brillano, e mi ritrovo improvvisamente a pronunciare degli incantesimi che avevo quasi dimenticato. Attingo la magia, e la mente del minotauro mi si apre come fosse una mappa. Tiro in un punto, spingo in un altro, ed improvvisamente per lei sono invisibile. Evita di toccarmi per qualche centimetro, mentre mastica, mastica e mastica… con la bocca aperta e gli occhi vacui.

Il senso di colpa mi assale. Avevo sprecato tantissimo elisir. Dovrei scusarmi. Offrirmi di ripagarlo. Ma non possiamo permetterci questo tipo di debito, soprattutto considerando la paga che ricevo da suo marito. Quando la ricevo. Inoltre, se la Casata Dimir venisse a scoprire quanto sono pessimo nello spionaggio, sparirei per sempre. Sto facendo la cosa giusta, a rimanere zitto ed immobile. Anche se dovrò starci per tutta la notte. Trattengo il respiro e stringo forte la pagnotta al petto, come se ne andasse della mia vita, confortandomi del fatto che presto sfamerà il mio piccolino affamato.
Un’esplosione di magia si scatena dalle mie dita, la nebbia
si dissipa completamente di fronte a me e, per la prima volta da quando ho
iniziato a lavorare al porto, il fiume si riesce a vedere fin dove l’occhio
riesce a scorgere. Non è proprio una bella vista: acque torbide cosparse di
spazzatura e grumi di piante fluviali infestanti. Non posso far altro che
chiedermi se mantenere un alone di mistero sarebbe stato meglio per Grimbly
Wothis, ora che il suo investitore può vedere la nuda verità. Il fatto è che
non è proprio un gran bel porto, ma non è un problema mio.
Divento nervoso, con tutto questo potere a mia disposizione,
e voglio mettermi un po’ in mostra davanti agli altri operatori del porto.
Yantis sta lavorando sulla gru: è un Viashino dalle dita appiccicose, perfette
per tirare leve e far girare degli ingranaggi. Ma la sua lingua bifida ha
indirizzato più di una volta i suoi insulti da rettile verso di me, e credo sia
giunto il momento di un po’ di vendetta. Mi torna alla mente la magia degli
incubi che mi era stata insegnata. Un tempo non riuscivo a materializzare
null’altro che non fosse foschia, ma ora Yantis ha un fiocco attorno al suo
cervello, e sta aspettando solo che io gli dia uno strattone. Il potere sgorga
dentro di me, così velocemente, così duramente, da non riuscire a controllarlo.
Yantis urla, combattendo contro il terrificante nulla di fronte a lui. L’asta
rotea a sinistra, la cassa cade dall’alto ed inizia a girare e rigirare verso
Grimbly Wothis e l’investitore, in piedi sul ciglio del molo. Il mio capo vede
la cassa in arrivo, vede l’agitazione di Yantis, vede gli ultimi stralci di
magia degli incubi che scaturiscono dalle mie dita. Mi guarda accigliato, poi
spinge l’investitore nel fiume all’ultimo secondo. Lui stesso ha a malapena il
tempo di saltare prima che la cassa si schianti esattamente dove si trovavano
qualche secondo prima.
Del vetro si rompe, ed il pungente odore di un buon whisky
riempie l’aria. L’insetto di sorveglianza vibra ancora nel mio orecchio, con le
sue alette agitate e gli occhi puntati dritti su di me. Già, rovinare un carico
da migliaia di zini potrebbe aver fatto saltare la copertura. Io trasalisco.
Avrei potuto superare la perdita del lavoro. Ma quando la Casata Dimir verrà a
bussare alla mia porta, sarà come se non fossi mai esistito. Certo. Come se
bussassero.
Corro a casa più veloce che posso. Dovremo raccattare tutto
quello che possiamo e lasciare le Serrature, magari trovarci un nascondiglio
nel vecchio Quartiere Fantasma o cercare rifugio nelle rovine di Mahovana,
iniziando a vivere sulle cime degli alberi. Giro la maniglia della nostra porta
d’ingresso talmente forte da spaccare la serratura: i rimasugli di un debole
incantesimo scivolano via come ciuffi nell’aria. Tashi è lì in piedi, che tiene
il bambino, e ha un enorme sorriso stampato in volto.
“Merret! Merret, questo devi vederlo!” Lei alza il bambino.
È in forze. Le guance sono paffute, il suo sorriso gengivale è lucido, e senza
dubbio si può vedere una scintilla nel suo sguardo. “È così forte, adesso.
Sentigli i muscoletti. Penso che possa camminare da un giorno all’altro.” E poi
lei mi tira a sé, baciandomi sulla guancia e dicendomi che mi ama, ed io non
riesco a spiccicare una parola su quanto le nostre vite stanno per cambiare, e
non per il meglio. “Andrà tutto bene,” sta dicendo, ma io, io sono perso a
fissare quella macchia blu acceso di elisir sul pezzo di pane che il bambino
sta morsicando. Sto osservando come sembri luce al chiaro di luna, anche se
lievemente.
Il bambino starnutisce, ed ogni singola candela del nostro
appartamento divampa in una fiamma sostenuta.
È successo qualcosa. Che sia una cosa buona o cattiva, non
so dirlo. Non ho tempo di pensare a causa dei colpi che stanno dando alla
nostra porta. Sbilancio il mio peso su di essa. Grimbly Wothis sta strillando
dal lato opposto, dicendo che sa che sono stato io la causa dell’incidente, e
che ho rovinato il suo carico e spaventato il suo investitore. Dicono che i
tritoni ti augurino sciagure come mai nessun altro, ma anche i capi portuali ci
danno dentro, a zoccoli bassi. Con la serratura rotta, questa porta non lo
tratterrà a lungo. Sussurro a Tashi di nascondersi nella credenza insieme al
bambino, e dico a Soche di accucciarsi nella sua nicchia per dormire e coprirsi
con le coperte. Per quanto mi riguarda… non è rimasto nessun altro posto per
nascondersi nella nostra topaia. Ma non ha comunque importanza, perché quando
quel grosso zoccolo colpisce l’esile porta, volano schegge, e anch’io prendo il
volo, atterrando pesantemente sul mento.
Ci vuole un attimo perché la nebbia dentro la
mia testa si dissipi, ma non appena questo accade, allungo il braccio verso
Grimbly Wothis, cercando di tirare quei filamenti magici, cercando di
nascondermi alla vista, ma è inutile. Ed ora, Grimbly Wothis è in piedi di
fronte a me, con le sopracciglia incurvate ed uno sguardo pungente quanto la
punta delle sue corna. Dei pezzi di detriti sono rimasti attaccati al suo
corpo, ed emana un potente odore misto tra umidità di fiume e pelo bagnato.
“Hai un debito con me, Merret.” Dà una bella occhiata alla
mia casa e ride con quella sua ruggente risata, come se la sola idea che io
potessi possedere qualcosa di valore fosse una divertente battuta. “Te lo
detrarrei dalla paga, ma dovresti impiegare tre vite intere per ripagarmi quel
whisky. Poi ho pensato che te l’avrei fatto sentire sulla tua stessa pelle, ma
sembra che tu abbia effettivamente qualcosa di valore, dopotutto.”
Il cuore mi si stringe nel petto e non accenna a smettere.
Osservo i suoi occhi analizzare la nostra cucina.
“Farò qualsiasi cosa,” gli dico, mettendomi tra lui e la
credenza. “Pulirò il porto ad ogni ora. Farò i doppi turni. Mia moglie!
Lavorerà anche mia moglie. Ti ripagheremo interamente il nostro debito, te lo
prometto.”
“Dalla finestra ho visto cos’ha combinato quel marmocchio,
quel trucchetto con le candele.” Il suo zoccolo mi colpisce la tibia ed io
resisto al dolore. Un altro calcio, dritto nelle costole, e mi rannicchio come
una palla.
Poi mi supera, spalancando la porta della credenza. Tashi è
all’interno, che piagnucola, il bambino è addormentato sul suo petto. La vista
di mia moglie sofferente, di mio figlio in pericolo, fa scattare la mia furia,
e sono nuovamente in piedi. Richiamo la magia… in precedenza era sempre stato
un compito faticoso, come succhiare con forza da una cannuccia rotta, ma ora
entra in me con un flusso smisurato, come se fosse un fiume.
“Un marmocchio come questo vale qualcosa,” dice Grimbly
Wothis, tentando di strappare il bambino dalle braccia di mia moglie. Lei
scalcia, morde ed urla, ed ora il bambino si è svegliato, e strilla anche lui.
Le mie dita danzano di luce, ed i filamenti della mente del mio capo si aprono alla mia volontà. Tiro e strattono, tessendo un incubo su misura per lui, attingendo dalle sue paure più recondite. Ora anche Grimbly Wothis sta urlando: una nota penetrante e perfettamente intonata che fa vibrare il vetro delle nostre lampade a gas. Combatte contro il nemico invisibile di fronte a lui, lanciandogli pentole, padelle e ribaltando le sedie. Sta correndo dappertutto, senza guardare dove sta andando. Mi innervosisco quando si avvicina al cumulo di coperte sotto il quale si sta nascondendo Soche. Quegli zoccoli… la mia concentrazione vacilla, solo per un momento, ma tanto basta a Grimbly Wothis per togliersi di dosso i miei incubi e correre verso mio figlio.

E così, il mio bambino è tra le braccia di Grimbly Wothis,
con la schiena inarcata e che lancia un urlo straziante che mi spezza il cuore.
“Non sei concentrato, Merret. Come al solito,” mi rimprovera
Grimbly Wothis. “Ma ora siamo pari.”
“Ridammi il mio-”
Grimbly Wothis alza la sua gamba e, per un momento, rimango
esterrefatto dalla massa dei suoi muscoli definiti, poi il suo zoccolo atterra
esattamente nella mia bocca ed il mio mondo esplode di dolore. Raccolgo il
sangue tra le mie mani, ma non riescono a contenerlo tutto. Per un attimo devo
essere svenuto, perché Wothis è già alla porta, cercando di far passare le sue
corna per l’apertura, mentre il bambino si agita e mia moglie afferra il pelo
della coscia del minotauro. Con un movimento netto, se la scrolla di dosso,
lanciandola via. Alla fine della traiettoria, lei colpisce il lato di un
armadio. Qualcosa si spezza. Qualcosa che non è il vecchio legno di un armadio.
Mi concentro più che posso, ignorando le urla del mio
bambino e l’orrendo pianto di mia moglie. Attingo alla magia, cercando di
annodare un cappio attorno al possente collo del mio capo, ma il flusso di
prima è tornato ad essere un rivolo sgocciolante. Qualsiasi cosa lui
percepisca, non sarà più di un fastidio alla gola. Tossisce una volta, poi si
volta a guardarmi. Ride.
“Ci vediamo domani al porto, di primo matt-” Spalanca gli
occhi, il respiro si spezza. Io guardo le mie dita, spente e sporche. Nemmeno
una brezza magica aleggia attorno a me, ma a Grimbly Wothis è stata manipolata
la mente, ne sono sicuro. Noto un barlume intenso negli occhi del mio bambino.
Mio figlio inarca nuovamente la schiena, alza le braccia e, improvvisamente,
sparisce. Scomparso. Svanito.
“Che cos’hai fatto al mio bambino?” urla mia moglie,
stringendo le sue costole rotte.
La mia coraggiosa Soche è uscita dal suo nascondiglio, ed
ora sta lanciando dei pezzi di legno a Wothis. Uno lo colpisce nel centro della
fronte.
“Ferma! Colpirai il bambino!” dico, spostandomi verso di
lei, cercando di vedere attraverso il mantello in cui era avvolto il mio
bambino. Provo a cercarlo toccando tra le braccia del mio capo, ma non trovo
nulla. Mi faccio prendere dal panico. L’ha fatto cadere?
Grimbly Wothis inizia a tossire, inalando grandi quantità
d’aria mentre tenta di tornare in sé. Degli occhi iniettati di sangue mi
fissano. “Dov’è il bambino?” mi dice, come per accusarmi della sua scomparsa.
Sono così furioso da non riuscire a pensare lucidamente,
quindi gli tiro un pugno direttamente sulla mascella. Le sue narici si
allargano, ed i suoi occhi si addolciscono, come se gli avessi appena dato il
permesso di iniziare un vero combattimento. Io alzo i pugni ed iniziamo a
lottare, io cerco di allontanarlo dalla porta, lui cerca di entrare con la
forza, Tashi grida il nome del bambino, e tutti ci fermiamo ad osservare.
Il bambino è seduto lì, sul pavimento. Ha dei graffi sulle
braccia e in mano sta tenendo uno strano frutto viola a forma di stella. Non ho
mai visto nulla del genere. Se lo mette in bocca, e la buccia amara gli fa
ritrarre il labbro. Lascia cadere il frutto, e poi si mette su quattro zampe ed
inizia a gattonare. Grimbly Wothis sta cercando di farsi strada oltre la mia
persona, ma io lo respingo usando tutta la mia forza. “Vai da mamma,” dico al
bambino. “Vai da mamma!”
Ma il bambino non sta ascoltando. I suoi occhi sono
concentrati sull’altro lato della stanza. Poi vedo una specie di ombra seduta
sulla poltrona vicino al focolare. La vediamo tutti. Lo vediamo
tutti. E, nell’anticamera del mio cervello, capisco che è rimasto seduto lì per
molto, molto tempo. È avvolto da un fluente mantello di cuoio, ricavato dalla
pelle di una qualche bestia estinta secoli fa… È regale, anche sul trono che è
la nostra poltrona traballante. Tutta la magia della stanza, del complesso di
appartamenti, probabilmente di questo intero quartiere sta concentrandosi su di
lui, come un foro che si è inaspettatamente aperto in mezzo ad un tranquillo
laghetto. Io scuoto la testa, cercando di liberarmi da pensieri improbabili.
Potrebbe costui essere Lazav? Lazav il Genio, Capogilda della Casata Dimir?
Ogni osso dolorante del mio corpo vuole inchinarsi al suo cospetto, anche se
fare ciò potrebbe essere una delle cose più deleterie per la mia salute che
potrei compiere.
Il bambino si spinge nuovamente e, di colpo, si ritrova in piedi… ondeggiando avanti e indietro, prima di provare a compiere il suo primo, timido passo. Sorride per un momento, orgoglioso di sé stesso, poi compie un altro passo, ed un altro ancora, finché l’inerzia non ha la meglio su di lui, cadendo dritto tra le braccia di Lazav. Lazav solleva il bambino fino al suo grembo.

“Qualsiasi debito in sospeso dovuto da Merret le sarà pagato
completamente entro la chiusura dell’attività di domani,” dice Lazav al mio
capo. “E, in cambio, eviterà qualsiasi ulteriore contatto con un qualsiasi
membro di questa famiglia. Sono stato chiaro, Sig. Wothis?”
“E tu chi ti credi di essere?” dice Grimby Wothis, gonfiando
al massimo il suo petto ed inclinando la testa in avanti, con le corna pronte a
colpire.
“Nessuno,” dice Lazav, con una voce aleggiante quanto un
sussurro, ma non altrettanto delicata. Con un gesto della sua mano, la stanza
inizia a girare, con magie che emanano luce argentea in cerchio attorno ai lati
della nostra casa. Io mi aggrappo al pavimento, con la sensazione che il peso
del mondo intero stia premendo sui miei polmoni. Gira sempre più veloce: i
mobili tremano, le pareti si scuotono, le finestre si deformano fino al limite
di rottura del vetro. Poi ogni cosa si ferma improvvisamente.
Per un lungo attimo, c’è assoluto silenzio, poi Grimbly
Wothis mormora: “Okay. Mi sta bene. Qualsiasi cosa,” e zoppica frastornato
fuori dalla casa, quasi ribaltandosi oltre il parapetto della balconata.
“Bene,” dice Lazav, ora sorridendomi, e con mio figlio che
morsica felice una delle sue nocche. “Questo bimbo ci sorprenderà tanto quanto
tu ci hai deluso.”
“Non avrete mio figlio.” Dico io, rispettoso, ma comunque
deciso.
“Noi non vogliamo tuo figlio. O, almeno, non in questo modo.
Rimarrà con voi. Lo crescerete come desiderate. Ma per poter ripagare i tuoi
debiti, vorremmo chiederti di poter inviare un tutore a casa vostra per
sovrintendere la sua educazione. Chiaramente, ti forniremo anche un modesto
stipendio così che voi possiate soddisfare adeguatamente i suoi bisogni. Ed i
vostri.”
La mia mascella rimane penzolante. Vado verso Tashi,
tirandola delicatamente verso di me. Cerco di far andare via un po’ del suo
dolore, poi ci limitiamo a fissarci, esterrefatti e perplessi, ciascuno alla
ricerca di una domanda da porre in modo adeguato.
“Mio fratello è speciale?” dice la voce di Soche, un pigolio
pieno di terrore.
Lazav ride raucamente, come delle pietre che grattano contro
l’osso di una costola. Qualcosa nel mio cervello viene messo di traverso, la
mia mente si annebbia e poi, tutto d’un tratto, ci ritroviamo tutti a ridere, e
la Prozia Bea è seduta sulla nostra poltrona, a far andare su è giù il bambino
sulle sue ginocchia. Soche sta suonando una canzone sul suo xilofono e Tashi è
in cucina a tagliuzzare uno strano frutto viola che deve aver preso al mercato.
Mi posiziono di fianco a lei, e lei mi sorride, poi mette un po’ di quella
dolce polpa sulla mia lingua. Mentre mastico, la mandibola mi fa un po’ male,
come se avessi ricevuto un pugno in bocca.
“Sei sicuro che ti vada bene il fatto che mia zia rimarrà da
noi per un po’?” chiede. “Solo finché non potrà tornare ad usare le gambe. Non
darà problemi, e può aiutarci a tenere d’occhio il bambino mentre sbrighiamo
qualche faccenda.”
“Certo, va bene. Mi piace,” dico io. “C’è solo qualcosa su
di lei che, sai? Quella saggezza che arriva con l’età? Penso che farà del bene
alla nostra famiglia.”