Genitori, è giusto far notare che questa storia contiene contenuto che potrebbe essere non adatto ai lettori più giovani.
“È sicura che non sia morto?” dice Miko, toccando
leggermente la fronte dell’anziano monaco. Il monaco è seduto immobile come una
statua, con filamenti di alga che si innalzano dalle sue dita allargate e un
piccolo accumulo di polipi corallini aggrappati alla sua guancia. E diversi
granchi ora considerano la propria casa le fessure sotto le sue gambe
incrociate.
“Non toccare, Miko” dico io. “Ti prego, smetti di
comportarti come uno della superficie ed abbi un po’ di rispetto per i tuoi
anziani.”
“Da quanto tempo è seduto in questo modo?” chiede Chessa, la
mia studentessa migliore, agitando timidamente la mano di fronte allo sguardo
assente del monaco. Le uniche cose che si muovono sono i puntini di plancton
che fluttuano nell’acqua oceanica.
“È proprio quello l’enigma. Qualcuno sa darmi la
risposta?” chiedo io. Inverto la rotazione della mia pinna e inizio a nuotare
all’indietro, dando spazio alla mia covata per esaminare il monaco da ogni
angolo. “Giorni? Settimane? Anni?” Io rido mentre gli studenti nuotano intorno,
schizzando da una parte all’altra a ribaltare conchiglie sperando di trovare
qualche indizio. Giovani, sempre di fretta come un banco di pesci rasoio.
Il mio sorriso sparisce. Io adoro i miei studenti, per davvero, e sono orgogliosa di tutto l’impegno che stanno mostrando, ma il dubbio mi attanaglia mentre li conto continuamente per assicurarmi che nessuno sia rimasto indietro. Solo otto studenti quest’anno. Non è proprio una grande covata. L’anno scorso erano quattordici, e l’anno prima ventidue. E l’anno ancora precedente dovetti rinunciare ad alcuni per timore di non riuscire a tenerli d’occhio tutti. I tempi stanno cambiando, ed i genitori stanno cercando supervisori di covate che parteggiano per gli Adattamentisti: chi utilizza la bioingegneria ed altri princìpi della Fuoriuscita che si sono riversati nei nostri oceani tramite gli zonot Simic. Ho provato con tutta me stessa ad evitare i giochi politici della superficie, restando fedele alle usanze dei nostri antenati e addestrando gli studenti a proteggere le nostre acque con le stesse tecniche che utilizziamo da millenni.
Gli Zonot
Uno zonot è un’enorme voragine che conduce in profondità fino agli oceani di Ravnica, ed ogni zonot ha la funzione di un diverso habitat per i Simic: è una specie di enorme grattacielo al contrario. Ciascuno presenta una diversa cultura, ecosistema e distribuzione razziale, e ognuno ha il proprio portavoce.
Kaszira si siede annoiata ai bordi della classe, avvilita come al solito. Ho notato come guarda gli studenti delle altre covate, ammirando le loro pinne allungate in laboratorio che aumentano la velocità di nuoto, i loro adattamenti all’avanguardia sulla pelle, che permettono loro di mimetizzarsi come i migliori mimic oceanici, o la loro vista migliorata che permette loro di avvistare gli intrusi prima che possano infiltrarsi in territorio tritone. Alcuni genitori hanno perfino supportato modifiche più avanzate, come artigli per difendere meglio le nostre acque, ma i loro numeri sono ancora esigui, grazie agli dèi.
“Kaszira” la chiamo. “Avvicinati, ti stai perdendo la
lezione.”
Lei non risponde. Ho provato tantissime volte a connettermi
con Kaszira, ma il suo cuore non è dello stesso avviso. Mentre mi avvicino
nuotando, i suoi occhi scattano su di me, poi si concentrano nuovamente su
qualcosa di fronte a lei. Uno zooplancton. Morto. Gli occhi di Kaszira si
incrociano mentre il piccolo cadavere si adagia sul suo naso. Assomiglia così
tanto alla Voce degli Utopisti Zegana… certo, una versione più giovane e
petulante della nostra leader, ma la somiglianza è incredibile: una spruzzata
di pinne vistose (blu con bande iridescenti), un corpo così magro che sarebbe
inadatto a qualsiasi tritone, ma non per lei. La definirei di portamento regale
se solo non fosse sempre incurvata con la schiena.
Mentre un secondo plancton morto si sta adagiando sulla sua
pelle, capisco che non sta battendo la fiacca. Sta osservando. Mi fermo e
rimango sul posto, cercando di non disturbarla. Un terzo plancton si poggia su
di lei, poi si volta verso di me e dice piattamente: “Sette settimane. Ecco da
quanto sta meditando quel monaco.”
I miei occhi si spalancano. Come è riuscita a vedere
l’indizio per l’enigma da così lontano? I ragazzi avrebbero dovuto misurare la
larghezza delle sue strisce da digiuno e confrontarla con la larghezza di
quelle dorsali per calcolare quarantasette giorni. Poco meno di sette
settimane.
“Stavo per dirlo io!” dice Chessa, nuotando verso di noi e
mostrandomi la spina di scorfano come prova, precisa come un qualsiasi righello
della superficie. “Lo giuro sulle branchie di mia nonna!”
“Sì, anch’io stavo per dirlo” scherza Miko. Il poveretto non
ha mai risolto un enigma da quando è sotto la mia tutela, ma ciò che non ha in
spirito d’osservazione lo compensa con il coraggio. Tutti gli altri studenti
adorano le sue spiritosaggini e si uniscono in una risata.
Io li zittisco. “Kaszira è stata la prima a rispondere.
Facciamole spiegare.”
“In dieci minuti si sono adagiati su di me sette plancton
morti. Che ci porta a quarantadue in un’ora. E con la dimensione media di uno
zooplancton uguale ad un ottavo di spina di scorfano, ce ne vorrebbero circa
mille per ottenere un rivestimento uniforme su di una superficie liscia della
dimensione di una pinna quadrata. Il rivestimento sulla pelle del monaco
ammonta fino a sei strati nei punti più spessi: il naso e le punte delle guance
sono i più ovvi. Da qui ho dedotto sette settimane. O poco meno.” Si toglie il
plancton dal viso, poi ritorna a quel suo vitreo sguardo annoiato.
“Osservazioni molto acute. Riuscirai a diventare un’ottima
protettrice!” dico io, sperando che il mio incoraggiamento inneschi una
scintilla di empatia nel suo cuore. Oh, come vorrei che si chiedesse
dell’enorme sacrificio che il monaco ha compiuto in questo tempo, ma mi sembra
chiedere troppo.
Io sospiro. “Bene, l’altro modo in cui avreste potuto
capire-” Tiro fuori la mia spina di pesce, anticata in bronzo con delle perle
incastonate sul bordo, e mi preparo a mostrare alla classe il metodo classico
di risoluzione dell’enigma.
“Wow!” dice Miko, con la bocca spalancata. Mi ci vuole un
momento per capire che non si è stupito del mio righello, ma di Ptero Zallik,
supervisore maggiore delle covate e flagello della mia esistenza. Avevo sentito
le voci, ma non avrei mai creduto che fosse veramente andato e l’avesse fatto.
Il suo intero busto ora sembra di origine crostacea, di color rosso ruggine e
pieno di protuberanze, e le sue braccia ora terminano con due grosse chele.
“Che bella corrente che c’è qui, Medge” mi dice, mostrando le sue nuove parti del corpo alla ricerca di un complimento.

“C’era finché non hai deciso di nuotarci dentro” bofonchio
sottocorrente, per poi costringermi a sorridere. “Saluti, Ptero. Mi sembri più
elegante del solito. Non dirmelo… ti sei dato una spuntatina alle pinne?”
Lui ride mentre la sua covata nuota per avvicinarsi a lui.
Ventisette studenti. E ventisette milioni di anni di evoluzione Utopica sparsi
tra loro, se contiamo tutte le modifiche Simic. “Stai ancora insegnando le
strisce da digiuno? Credevo le avessero tolte dal curriculum secoli fa.”
“Sono ancora importanti per chi desidera prendersi il tempo
di impararle” ringhio io.
“Bè, sono sicuro che avrai molto tempo da dedicare ad ogni
tuo studente individualmente. È certamente una benedizione da parte degli
antichi dèi del mare! Io, invece, ho le chele completamente impegnate, dato che
la mia classe è piena di studenti. Quest’anno sono disponibili solo sessantadue
posizioni al protettorato, e ventiquattro saranno mie senza alcun dubbio:
maestri di empatia, coraggio e osservazione. Ma ora che ho dato una buona
occhiata alla competizione, penso che riuscirò ad ottenerle tutte.”
“Sessantadue posti?” replico, con le pinne agitate. “Credevo
fossero ottanta.”
“Il Progetto Guardiani ha deciso di inviare alcuni rinforzi.
Si prendono diciotto posti. Rane mutanti, credo. Stanno proliferando come
pesciolini ultimamente!”
“Ma questo non è un affare dei Simic. È un affare dei
tritoni!” Non sanno praticamente nulla delle usanze negli abissi.
“Ordini di Vannifar.” Ptero scuote le spalle. “Ci vediamo
sulla conchiglia dei vincitori.” Schiocca una chela davanti a me, e per qualche
centimetro non mi trancia una pinna. “Se qualcuno dei tuoi si mostrerà
all’altezza, chiaramente.” E con un colpo di quelle cosce muscolose e
migliorate in laboratorio, lui e la sua covata si ributtano nella corrente.
Sessantadue posti. Ci sono centosettanta pupilli tra tutti i
supervisori delle covate. Io prevedevo di farne passare almeno qualcuno, ma con
diciotto posti in meno non è più una garanzia. Se nessuno dei miei studenti fa
una buona dimostrazione, potrei anche già scaraventare tutte le mie conchiglie
in superficie. Sarei da buttare. Finita. Nessuno mi affiderebbe più i propri
figli.
Ma non posso lasciare che la mia negatività ricada sui miei
studenti. Devo instillare in loro tutta la sicurezza possibile. Ptero aveva
ragione su una cosa, ho il vantaggio di avere una covata non numerosa, ed
intendo sfruttarlo.
Non oserei mai portare venti studenti fuori dalla protezione
del territorio tritone. E nemmeno quindici. Ma otto è un ottimo numero per
tenerli tutti d’occhio, e ne varrà la pena per dare loro l’esperienza
dell’oceano aperto. Vedere i krasis elusivi in azione, osservare i loro
movimenti. Vederli attaccare. Potrebbe dare una pinna in più ai miei studenti
durante le dimostrazioni.
“Avanti” dico io, partendo così veloce da sollevare la
sabbia del fondale marino. Gli studenti corrugano la fronte dalla curiosità.
“Seguitemi. E statemi vicini!” Saremo al sicuro ad osservare da una certa
distanza. Non oserei mai mettere nessuno di loro in pericolo.
Nuotiamo sempre più in profondità, seguendo una foresta di alghe dorate che si estende sotto di noi, e gli splendenti castelli di corallo che sono la nostra casa ora sembrano dei semplici castelli di sabbia all’orizzonte. Una bestia anfibia incombe, il bentide lucente, uno dei leviatani delle profondità la cui dimora sono le nostre caverne marine. Ci passiamo sotto, e Miko passa le sue dita sul soffice ventre ricoperto di melma della bestia. Il bentide lucente ha passato migliaia e migliaia di anni senza avere predatori naturali. Ma ora deve preoccuparsi dei predatori innaturali…
Krasis Elusivo | Wesley Burt
Finalmente vediamo il krasis elusivo… un abominio della
natura: artigli, scaglie e delle spine letali che gli ricoprono la coda
serpentina. I biomanti che li avevano creati sottovalutarono la loro tenacia e
la loro intelligenza, quindi fuggirono dal luogo in cui erano rinchiusi,
trovando la libertà nei nostri oceani. Dicono che sono dei pesci mutanti, ma io
non ho mai visto un pesce con un collo così spesso e teso, o con una testa
dallo sguardo di un teschio vuoto. Ordino agli studenti di nascondersi nella foresta
di alghe e li faccio indietreggiare sempre di più man mano che il krasis si
avvicina. Di colpo, ci ritroviamo contro lo scafo di un vecchio relitto, con il
legno impregnato d’acqua che scricchiola ad ogni minimo tocco.
Rimaniamo immobili. È qui che faremo le nostre osservazioni,
e mi riempie d’orgoglio vedere come i miei studenti incrocino le braccia senza
averne ricevuto l’ordine: una delle prime lezioni che avevo insegnato loro;
sembra passato così tanto tempo. Questa tecnica nasconde la posizione degli
studenti grazie a tutte le pinne sovrapposte tra loro, permettendoci di
confonderci con l’ambiente circostante.
Poi osserviamo, con il cuore in gola, mentre il krasis
elusivo poggia il suo sguardo sul bentide lucente che è appena passato. Quella
povera bestia non vedrà neppure cosa l’ha colpita. Il bentide riesce a
gonfiarsi come forma di difesa, e diventa un’enorme bolla rossa lucente: il
bersaglio perfetto. Uno spuntone fuoriesce dalla punta della coda del krasis,
che sferra un colpo letale al morbido ventre della bestia. Poi il krasis si
abbuffa, con quelle sue mani artigliate che stipano carne nella mascella scheletrica
fino a saziarsi. L’acqua insanguinata attira altri krasis, e anch’essi iniziano
a banchettare, e non appena la carcassa è stata ripulita completamente da
qualsiasi pezzo di carne desiderabile, le bestie fameliche avvistano un’altra
bestia anfibia in lontananza ed iniziano a nuotare per raggiungerla.
“Ecco a cosa andiamo incontro” dico io. “Possiamo proteggere
le creature che vivono all’interno dei nostri territori, ma qui fuori non
abbiamo le risorse né il tempo per proteggerle tutte.”
“Avremmo potuto provare ad intervenire” dice Miko, con il
volto sconvolto dall’orrore. “Con della magia del flusso, o un incantesimo di
imperscrutabilità…”
“Non qua fuori. Il pericolo è troppo grande. Non sai mai
cosa potrebbe apparire dietro l’angol-”
“Passsss…” gracchia una voce dietro di noi: una voce secca,
fragile ed inquietante. Una voce non di questo mare. “Passsss…”
La classe si volta tutta verso Miko, credendo che sia un
altro dei suoi scherzi, ma lui scrolla le spalle e dice: “Non sono stato io.
Credo provenga dall’interno del relitto.” Sfrega le mani contro la prua. Non è
Simic, da ciò che vedo, ma proviene sicuramente dal mondo superiore di Ravnica.
“Dovremmo indagare” dice lui, con un piede già all’interno del grande buco
nello scafo.
“È troppo pericoloso” dico io, spingendolo indietro. “Faremo
rapporto al Progetto Guardiani e lasceremo che se ne occupino loro.”
“Ma quella voce. E se fosse ferito?” dice Kaszira.
“Passaggio…” gracchia nuovamente la voce. Io faccio una
smorfia. Noi siamo i protettori della vita. Oggi ho già chiesto ai miei
studenti di mettere da parte i loro istinti altruisti. Farlo una seconda volta,
e per la vita di una persona viva e che respira, sarebbe negare tutto il
coraggio che ho instillato in loro e per il quale ho lavorato duramente.
“Darò io un’occhiata all’interno del relitto. Mi servono due
volontari che mi accompagnino.”
Mi volto verso Chessa, la mia migliore studentessa, ma lei
distoglie lo sguardo. Mi farebbe davvero comodo il suo acuto senso
d’osservazione, ma quando il suo coraggio vacilla, anche le sue altre abilità
fanno lo stesso. Però c’è Miko ad alzare la mano con vigore. Non mi sorprende.
Ho investito così tanta energia per cercare di formare quel ragazzo e farlo
diventare un vero protettore, ma la sua mente è come se fosse fatta di sabbia
del fondale. Comunque, il suo cuore è nel posto giusto e non si tira mai indietro
di fronte ad una sfida… una cosa che potrebbe rivelarsi utile nel caso la
situazione dovesse prendere una brutta piega. Anche la mano di Kaszira si
estende in alto, e la cosa mi coglie di sorpresa. Non l’avevo mai vista
interessarsi in nulla prima d’ora, ma effettivamente non l’avevo mai vista
vicino ad un antico relitto appartenente ad un mondo esotico. Non sarebbe la
mia prima scelta. Nè la mia seconda o la mia terza scelta, ma ne terrò comunque
conto. Non è facile ammetterlo, ma da quando sono venuta a conoscenza del fatto
che sia la nipote della Portavoce Zegana, l’ho tenuta d’occhio costantemente,
cercando il modo di incoraggiare i suoi punti forti naturali. Le manca ancora
molto per trovarsi sulla conchiglia del vincitore, ma se si comporta bene,
forse i giudici verranno persuasi dalla sua stirpe e la lasceranno passare.
“Scelgo Kaszira” dico io. “E Miko.”
Chessa sembra sollevata, ma non le lascio tregua e le
assegno la guida del gruppo di osservazione mentre noi siamo all’interno del
relitto.
Quindi io, Miko e Kaszira nuotiamo nelle fauci dello scafo
distrutto, nell’oscurità, con l’iridescenza delle nostre pinne che tinge le
superfici di luce mortalmente silenziosa. C’è una piccola stiva piena di barili
per lo stoccaggio e tra di essi diverse creature marine hanno trovato il luogo
ideale per la propria dimora. Una scala recisa di molti dei suoi pioli porta
sul ponte. Spingiamo la porta della botola ma, invece di aprirsi, si frantuma
in tantissime schegge.
“Ottant’anni” sussurra Kaszira, passando un dito su uno
spesso rivestimento di scheletri di zooplancton sull’albero riverso che un
tempo manteneva spiegate le vele della nave. “Ecco da quanto tempo questo
relitto si trova quaggiù.”
“Ma gli zonot non sono stati aperti negli oceani da così
tanto” dico io.
“Esatto, controlla meglio i tuoi calcoli” dice Miko,
punzecchiando Kaszira tra le costole.
“Non c’è nulla di sbagliato nei miei calcoli” dice lei,
tirandogli un pugno.
“Studenti. Concentratevi.”
Miko dà un’occhiata al ponte, cercando qualcosa da rompere, ma poi si ferma immobile di fianco al timone. “Lo vedete?” Dei cirripedi tengono stretto il ponte della nave, e sembrano essere l’unica cosa che gli impedisce di spezzarsi completamente. Ma c’è una zona nella quale i cirripedi sono disposti in strane forme circolari. Miko preme la sua mano sul fragile legno. Il legno cede, e quando lui tira fuori nuovamente la mano, stringe un medaglione d’oro grande quanto il suo viso, con inciso il simbolo di una grossa stella marina a otto punte. “Questo deve valere almeno qualche conchiglia!” dice lui, strattonando la corda con il quale è legato, ma i nodi sono estremamente stretti.

“Passaggio…” dice nuovamente la voce rauca.
“Chi è là?” dico io, radunando gli studenti vicino a me.
“Mostrati!”
Mi aspetto che esca un tritone in vena di scherzi. Non mi
avrebbe stupito che fosse stato Ptero ad orchestrare questo orribile
trucchetto, ma quando emerge una figura dall’ammasso di legno pregno d’acqua
che un tempo doveva essere la poppa della nave, vengo colta da brividi lungo
tutto il corpo. È una figura corpulenta, ben messa per le freddissime
temperature di queste acque profonde, ricoperta da un semplice abito grigio.
Non vedo pinne sul suo corpo. Probabilmente è un umano. Ho visto un po’ di
queste strane creature, ma presentavano sempre delle modifiche genetiche o
degli strani apparecchi per poter respirare sott’acqua. Erano pessimi nuotatori
e si muovevano con la grazia di un cavalluccio marino ubriaco. Questo umano,
però, non si muoveva in quel modo. Anzi, non si muoveva affatto, e nonostante
ciò si avvicinava costantemente. Un banco di barbi angelo spaventati fugge a
causa della nostra intrusione, attraversando il corpo dell’umano, che ora
sembra meno solido di quello di una medusa.
Miko si lascia scappare un grido di battaglia da far gelare
il sangue nelle vene, poi lascia cadere il medaglione e posiziona le mani in
alto per difendersi dall’umano. “Cosa diamine è? Una specie di melma mutante?”
grida.
L’umano fissa gli occhi di Miko. “Passaggio…” dice,
lamentoso.
“È un fantasma” dice Kaszira, avvicinandosi all’umano come
fosse una manta selvatica. “Non può farci del male. Credo.”
“Cosa vuoi da noi?” gli chiedo.
“A caaaasaaaa” dice lui, trascinandosi quelle parole come se
avesse dimenticato l’uso della parola. “Passaggio a casa.”
“Vieni dalla superficie?” dice Kaszira, emozionata. “Dalle
terre asciutte?”
Il fantasma annuisce. “Nave naufragata. Equipaggio annegato.
Tranne me.” Si attraversa il busto con una mano. “Già morto.”
“Poverino” dice Kaszira, nuotando troppo vicino al fantasma
perché io possa essere tranquilla.
“Torna indietro, Kaszira” dice Miko, con i pugni ancora
alzati.
“È spaventato, non vedete? Quaggiù, tutto solo per tutti
questi anni” Kaszira si siede su un’asse, di fianco al fantasma. “Dategli solo
un attimo per riscaldarsi. Per ricordarsi come ci si sente a stare con delle
altre persone.”
Kaszira sta mostrando empatia. E, per una volta, Miko sta
utilizzando il suo spirito d’osservazione. So che dovrei pensare a come
allontanare il più possibile la mia classe da questo relitto, ma se
l’esposizone a questa strana situazione è sufficiente per costringere questi
due a migliorare nelle capacità nelle quali hanno più lacune, potrebbero avere entrambi una
buona possibilità di fare bella figura alla dimostrazione. Sembra veramente che
questo fantasma non abbia alcuna conoscenza della vita marina e, come tale, non
sembra essere un’immediata minaccia.
“Che genere di bestie siete voialtri?” chiede il fantasma,
con ogni parola che esce lentamente e che si scontra duramente contro le mie
orecchie. “Non ho mai visto nulla del genere in tutta Ravnica.”
“Tritoni, signore” dico io.
“Tritoni, eh? Ah, bestie dell’acqua, allora.” Si schiarisce la voce diverse volte, ma la cosa non risolve la raucedine. “Io sono il marinaio Andrik, l’unico e sfortunato sopravvissuto della Senza Grane. La nave è stata affondata dai pirati, molto tempo fa. È rimasta sul fondo del fiume per decenni, e il mio unico passatempo è stato quello di vedere la lucentezza del sole risplendere attraverso il profondo blu. Era una vista triste, ma non era andata così male, finché il letto del fiume iniziò a sprofondare sempre di più. Ingoiò l’intera nave, e me con essa, dentro un buco e verso questo paesaggio infernale, oscuro e distorto. Rinunciai molto tempo fa all’arrivo di un’altra anima vivente.”

Sto immaginando… qualcosa di sconveniente. Immagino la
sicurezza che i miei studenti acquisirebbero aiutando questo povero fantasma a
tornare a casa, e all’esperienza di cui gioverebbero intraprendendo
un’avventura nel mondo reale. “Ti aiuteremo noi per quanto riguarda il tuo
passaggio a casa” dico io, “a condizione di obbedire ad ogni nostro ordine. Il
mare è pericoloso, e non farai in modo che io o uno dei miei studenti corra del
pericolo.”
“E possiamo anche tenerci questo, secondo le condizioni!”
Miko mostra nuovamente il medaglione, osservando maliziosamente la corda che lo
lega. Se c’è qualcuno che può romperla, quello è lui.
Il fantasma scuote la testa. “Mi andrebbe bene che voi lo
prendiate. Veramente. Ma temo che sia un ninnolo di famiglia senza valore. Oro
falso. Ma per quanto riguarda l’altra condizione, accetto. Ogni ordine verrà
eseguito, se riuscirete a riunire me e la mia nave con il cielo dipinto di
blu.”
“Ooohh” dice Miko, lasciando andare il medaglione. “Perché
non torni a nuoto in superficie? Non siamo così lontani.”
“Temo che la mia coscienza sia troppo pesante. I resti
dell’equipaggio sono ancora a bordo della nave, e non mi sembrava giusto
partire senza di essi. Il mio unico desiderio è che le loro famiglie possano
concedergli una degna sepoltura.”
Quando illustro la mia idea agli studenti, per metà sono
emozionati, mentre l’altra metà molto meno. “Sarà rischioso” dico io. “Ma se ci
atteniamo alle vie dei protettori, passeremo senza problemi. Sappiamo che
‘empatia’ è il primo fondamento dei protettorati tritoni. E chi si merita più
empatia di un fantasma costretto a rimanere lontano dalla sua gente per quasi
un secolo? E se non gli mostrassimo pietà probabilmente rimarrebbe qui bloccato
per un altro secolo ancora.”
Altri due studenti accettano di venire, ma c’è ancora chi
non è convinto: Chessa.
“I rischi sono troppo alti, Supervisore Medge” dice lei.
“Come oltrepassiamo i krasis con la nave?”
“Osserviamo. Ci nascondiamo. E se qualcosa va per il verso
sbagliato, combattiamo” dice Kaszira, facendo ondeggiare il suo dito indice in
cerchio, creando un vortice di bolle. La magia fluisce verso di lei, turbini
blu di sottili tentacoli. “Conosciamo gli incantesimi. Siamo pronti ad usarli.
Non è forse la nostra vocazione proteggere le creature che hanno bisogno di
protezione?”
Gli altri studenti elogiano Kaszira, e la colorazione delle
pinne di Chessa si spegne per l’imbarazzo. “Certo” dice lei, cercando di
rimanere composta. “Certo.”
Gli studenti si mettono all’opera, alleggerendo il carico
della nave e svuotando la stiva dai barili. Miko e Kaszira fanno per sollevare
il baule sul ponte per buttarlo giù, ma il fantasma si avvicina a loro. “Quello
no” dice lui. “Quel baule contiene i nostri testi sacri, il Contratto Divino,
inciso su sei tavole di granito bianco, e trasporta diligentemente le
pontificazioni di Nonno Karlov in persona! Eravamo un gruppo modesto, che
navigava per i fiumi di Ravnica a portare la buona novella di Orzhova! E purtroppo
la nostra nave venne affondata per colpa degli inetti capricci dei pirati.”
Miko lascia andare il suo lato del baule, alzando un
sopracciglio. “Va bene…” dice lui, poi mi sussurra: “Mi piaceva un po’ di più
quando si limitava a mugugnare.”
Ma poi Miko ha la brillante idea di trafugare la sacca
vocale della bestia anfibia, uno dei pochi pezzi rimasti della sua carcassa,
utilizzandola come pallone per riempire lo scafo di aria e renderlo
galleggiante. Stucca i fori con catrame di spigola, per poi infilare la sacca
dentro la nave ed iniziare a gonfiarla. Ci impieghiamo quasi un’ora e mezza
soffiandoci dentro, ma la nave inizia a fluttuare per il letto dell’oceano.
Kaszira ed un altro paio di studenti evocano gli incantesimi
di occultamento, immagazzinandoli all’interno di gusci di molluschi così da
poterli usare velocemente nel nostro passaggio verso lo Zonot Cinque. Non è lo
zonot più vicino, ma ho sentito dire che accettano qualsiasi tipo di
visitatori, quindi non dovremmo aver problemi a raggiungere la superficie da
lì.
Cinque studenti guidano la barca, e piazzo i miei migliori
osservatori a prua, come vedette per i krasis. Quando individuiamo quelle ombre
minacciose che ci sorvolano, viriamo in direzione opposta. Gli studenti
lavorano così bene insieme che sono pervasa da un senso di calma. Si sono
guadagnati tutti un posto sulla conchiglia dei vincitori del mio cuore. Mentre
le acque si schiariscono, riusciamo a vedere lo zonot, una chiara apertura
cilindrica che brilla nella luce della superficie, increspata in lontananza.
Alcuni detriti galleggianti che passano sotto allo zonot riflettono la luce.
Poi capisco che non sono detriti galleggianti. Sono persone. E proprio quando
inizio ad abituarmi alle immense dimensioni dello zonot, Miko grida: “Krasis!”
L’oscurità si espande davanti a noi: una gigantesca ombra.
In parte squalo, in parte granchio, completamente ricoperto di denti e artigli.
“Occultamento! Occultamento!” dico io. E insieme attingiamo alla magia
immagazzinata nei gusci e premiamo le mani contro lo scafo della nave. Il
vecchio relitto sparisce in una foschia blu, come l’acqua stessa. Il krasis ci
sorpassa, a distanza di pochi metri. Miko si allunga e quasi riesce a toccarlo.
Quasi, ma io lo fulmino con uno sguardo gelido quanto le profondità del mare.
Ci siamo andati vicini.
Il fantasma inizia ad agitarsi mentre ci avviciniamo allo
zonot. E anch’io sono nervosa. Ne ho sentito parlare solo ora, e mi rifiutavo
di credere che qualsiasi cosa costruita dagli abitanti della superficie potesse
essere bella quanto la descrivevano, ma era così. Delle luminose bolle verdi si
allineano lungo le pareti della voragine, come se fossero state incoraggiate a
crescere in quel modo e non messe lì artificialmente. La flora si complementa
perfettamente con la struttura, fornendo supporto naturale oltre a bellezza
naturale. Lo spazio superiore del laboratorio sembra essere un mix di ambiente
aereo e acquatico e, soprattutto, migliaia di persone si fanno strada lungo
un’enorme scalinata a spirale.
“Quando venni risucchiato non c’era tutto questo” dice il fantasma, adocchiando i Guardiani che difendono la base dello zonot. Un gruppo di tre tritoni nuota fino a raggiungere le guardie rane mutanti, danno loro un po’ di monete, e dopo una breve ispezione vengono lasciati passare dentro lo zonot.

“Se esponiamo la tua situazione, sono sicura che ci
concederanno il passaggio” dice Kaszira.
“Andiamocene via” mormora il fantasma. “Troveremo un altro
modo per salire.”
“Il tuo relitto ha già perso metà delle assi che formano lo
scafo” dice Chessa. “Non credo resisterà ancora a lungo. E non abbiamo
preparato degli altri incantesimi di occultamento.”
“Chessa ha ragione” dico io. “Dovremmo proseguire nello
zonot. Abbiamo già rischiato molto solo per arrivare fin qui. I Guardiani
potrebbero ispezionare a bordo, chiedere i nostri nomi e le nostre occupazioni,
ma nulla più. Non c’è niente da temere.”
“Non possiamo farlo!” grida il fantasma. Il baule trema sul
ponte. Dei mulinelli di magia arancione scaturiscono dalle fessure del
coperchio, come una scarica di fumarole delle profondità marine. Le acque
ondeggiano attorno alla nave, ed il suo scafo geme. Gli orli morbidi e
strappati del fantasma si induriscono mentre assorbono tutta quella magia, e
posiamo gli occhi su qualcosa di molto più sinistro. Qualcosa che rappresenta senza
dubbio una minaccia. Gli studenti irrigidiscono le proprie pinne,
pronti a combattere.
“Chi sei veramente?” chiede Miko. “E cosa c’è in quel
baule?” Lui fa per aprirlo, ma il fantasma si agita nuovamente, poi muta
completamente le proprie umili sembianze. L’abito rovinato è sparito, e al suo
posto ci sono strati su strati di tuniche opulente con diverse collane che
sembrano essere state create con dollari della sabbia dorati. Emana una luce ai
bordi, donandogli un’aura ostile. Le acque si agitano attorno a noi, vorticando
come in una rapida. Miko riesce ad afferrare per bene il baule, e non ha
intenzione di lasciarlo andare.
Il coperchio rovinato finalmente cede, e le acque iniziano a
formare un tornado: una tempesta nel bel mezzo del mare. Miko sbatte la testa
contro un detrito e si immobilizza, fluttuando via. Io sospiro e lascio andare
la nave per nuotare verso di lui. Con questa turbolenza la visibilità è scarsa:
bolle e detriti ovunque, ma non ho mai perduto uno studente, e non intendo
farlo adesso. Lo trovo, lo avvicino a me, e poi combatto per tornare indietro.
Il contenuto della cassa galleggia attorno a noi, e non sono
decisamente dei libri sacri, ma un tesoro di un qualche tipo. Antico e
bellissimo, ogni pezzo porta inciso il simbolo dell’Alleanza Simic.
“Tu hai rubato tutto questo” dico io. “Il tuo equipaggio non
stava pontificando! Stavate rubando!”
“Sarebbe potuto tornare in superficie decenni fa” dice
Kaszira, “ma fu così avido da non riuscire ad abbandonare il suo tesoro.”
“O forse non se n’è andato perché non poteva andarsene”
dice Chessa, togliendo furiosamente i cirripedi dal medaglione. Un vortice si
genera proprio di fianco a lei, cercando di strapparglielo dalle mani. Lei lo
tiene ben saldo, sforzandosi di leggere una scritta: “È una specie di amuleto
contrattuale. È legato alla nave, e quindi anche lui lo è.”
L’acqua torna immobile. “Mettilo giù, pesciolina” dice il
fantasma, con gli occhi in fiamme.
Chessa ricambia lo sguardo, fa forza con un piede sul ponte,
poi lei e Kaszira tirano finché l’asse a cui è ancorata la fune del medaglione
non si alza. “Lo lancerei fuori bordo, ma non ti meriti l’onore del riposo sul
fondale oceanico” dice Chessa. Non so cosa le è preso, ma nuota via con il
medaglione, verso il krasis a cui siamo appena sfuggiti. Il fantasma viene
trascinato dietro di lei, incatenato ad una magia antica ma ancora resistente.
“Chessa!” grido io. “Chessa.” Ma lei è così forte. Così
veloce, così coraggiosa che non riuscirei mai a raggiungerla.
“La lasci andare” sussurra Miko, appena cosciente. “Ne ha
bisogno.”
Chessa raggiunge il krasis, con tutti quei denti splendenti.
Lo attira, apparendo come un gustoso spuntino, e poi, quando la bestia apre le
sue fauci, Chessa evita il morso e lancia il medaglione all’interno. “Vediamo
se ti piace il tuo nuovo padrone” dice lei al fantasma, mentre la bestia fa
scattare la mandibola ed il medaglione si fa largo giù per la sua gola.
L’attenzione del krasis si sposta sul fantasma mentre Chessa
nuota via. I denti affondano invano nell’apparizione mentre scompare
all’interno del krasis, trascinato dal medaglione.
Il relitto è completamente distrutto, ma la classe riunisce
gli artefatti Simic tra le braccia. Nuotiamo verso lo zonot e spieghiamo ai
guardiani ciò che è accaduto. Una dei guardiani si interessa ad uno scuro pezzo
di metallo iridescente con una filigrana di conchiglie e chele. Richiama il suo
capo. Il mago elfo abbassa lo sguardo, ed i suoi occhi si spalancano mentre lo
prende nelle sue mani.
La sua bocca farfuglia moltissime parole prima di dire: “Se non mi sbaglio, questa è la runachiave di Momir Vig. Rubata quasi cento anni fa. C’è una mostra pubblica su di lui qui nello zonot. Venite. Vi farò incontrare il curatore del museo, così che possiate raccontargli la vostra storia.”

Usciamo dall’acqua alla base dello zonot, così impazienti e
curiosi che neppure la pressione della superficie sulle nostre ossa ci
rallenta. Dopo aver viaggiato per qualche piano verso l’alto, però, mi accorgo
che sarebbe stato meglio rimanere un po’ di più all’interno delle caverne
marine, per abituare il mio corpo a respirare l’aria. Mi ritrovo leggermente
confusa, a cercare di assimilare la conoscenza di tutte le invenzioni create
dai Simic. Il mio popolo. Vedere i frutti prodotti dalla Fuoriuscita ora me lo
fa capire un po’ di più.
Ci sfamano e ci lasciano pulire le pinne in alcune piscine
mentre lo staff è in fermento per la preparazione dell’installazione. Infine,
il curatore ci accoglie e ci fa fare un giro del museo. Davanti a noi sono
mostrate molte ere della storia Simic.
C’è un’intera sezione dedicata ai conseguimenti
intellettuali di Momir Vig, ed il curatore ci guida verso il pezzo forte della
mostra: l’ultimo citoplasta creato da Vig prima della sua caduta. È posizionato
su un piedistallo, circondato da tre guardiani. Il blob amorfo ondeggia gioioso
sotto i riflettori, in un’eterna attesa di connessione con una povera anima per
manipolare i suoi geni. Io rabbrividisco, poi punto la mia attenzione verso il
nuovo pezzo che sta per essere svelato… la nostra scoperta… di fronte ad
una moltitudine di visitatori del museo.
“Oggi è un giorno molto importante per noi” intona il
curatore. “Uno dei nostri tesori perduti ci è stato restituito, ed è mio onore
esporlo qui, dove potrà essere osservato per i secoli a venire!” Dopo un lungo
monologo, quasi tutti si stanno mettendo in punta di piedi per avere una
visuale davanti a loro, posizionandosi per dare una bella prima occhiata alla
runachiave usata da Momir Vig. L’hanno lucidata, ed ora brilla così
intensamente che quasi fa male agli occhi guardarla. Anche i guardiani a difesa
del citoplasta hanno spostato la loro attenzione per assistere ad un evento
così monumentale.
Io noto che Kaszira non sta più prestando attenzione e sta
sbirciando attraverso il vetro a bolla della mostra successiva: un laboratorio
funzionale, con creature sospese all’interno di gel viscoso. Anche attraverso
il vetro distorto le vedo crescere, cambiare, mutare. Un rivestimento inizia ad
indurirsi sopra della pelle morbida e giovane.
“Se vuoi sottoporti a modifiche genetiche” dico a Kaszira,
“convincerò i tuoi genitori a lasciarti iniziare i trattamenti. Una volta
completati, potrai riprendere l’addestramento per il protettorato sotto la
guida di Ptero. I tuoi genitori saranno tristi del fatto che tu non aderisca
alle loro idee Utopiche, ma se il tuo cuore ti porta in quella direzione,
allora dovresti seguirlo.”
Kaszira scuote la testa. “Non voglio una mutazione. Ed ho
sempre compreso la preziosità dello stile di vita Utopico, ma non è
sostenibile… non con quei krasis là fuori. Forse, se studio quassù negli zonot,
potrei capire come far volgere la lotta in un’altra direzione. Forse potremmo
donare ai bentidi lucenti una pelle più resistente o l’abilità di mimetizzarsi.
Possiamo fornirgli una possibilità per sopravvivere. Possiamo mantenere il
nostro stile di vita Utopico e bilanciarlo con lo stile di vita degli Adattamentisti.”
Ha veramente ragione. L’empatia che sta mostrando non avrà
rivali. E per la prima volta vedo Kaszira come una persona distinta, e non solo
come nipote di un’ufficiale di alto grado che un giorno sarà una sua buona
imitazione. “Renderai orgogliosa l’Alleanza. Hai già reso orgogliosa me.”
Sono orgogliosa di tutti i miei studenti: Chessa, Dimas,
Laszlo, Saganderis, Fania, Zyanek e… Miko? Dove si è cacciato?
Lo individuo, con le dita a pochi centimetri dal citoplasta,
ora senza protezione.
“Miko!” grido io. “Fermati subito!” Lui ritrae le dita e si
volta verso di me, ma una delle sue pinne urta il piedistallo, e il citoplasta
cade dal suo trespolo. Il blob amorfo di cellule viventi cade proprio verso di
me. Cerco di spostarmi, ma qui fuori, in quest’aria pesante ed oppressiva, i
miei arti non rispondono ai miei comandi, e non ho il tempo di uscire dalla
traiettoria. Il citoplasta mi colpisce al petto. L’istante dopo, percepisco una
sostanza melmosa che si insinua sotto la pelle, muovendosi dentro di me e
cercando mie parti da mutare.
La pressione aumenta. Percepisco otto delle mie pinne che si
ingrossano e si allungano. Della carne scaturisce dai loro lati inferiori, e
sulle punte dei cumuli di carne premono per uscire, poi si aprono. Della luce
si fa strada nella mia mente, insieme a molte più immagini di quante io riesca
ad elaborarne. Sto vedendo la stanza da diverse angolazioni, tutti i miei
dintorni vengono catturati dalla mia vista. Quelle cose sulle punte dei miei
tentacoli… sono occhi.
I guardiani si avvicinano, ma prima che possano arrestarmi,
la mia classe reagisce alla minaccia e mi circondano, un formidabile scudo di
coraggio e osservazione, e se questa è la nostra battaglia, saremo decisi a non
indietreggiare.
“Levatevi” dice un guardiano ai miei studenti. “Questa
tritona ha distrutto un artefatto preziosissimo.”
“E noi ve ne abbiamo portato uno nuovo. Siamo pari.
Lasciateci passare” esigo. “Altrimenti…”
“Altrimenti, cosa?” chiede il guardiano, divertito dalla
minaccia.
Posso dire di non essere orgogliosa di ciò che è successo
dopo. Do la colpa alla confusione di una mutazione così rapida, o a questa aria
secca che mi confonde i pensieri. Scatta una battaglia, e dopo un round di
pinne rotte ed ego spezzati, io e i miei studenti veniamo sbattuti nel carcere
dello zonot. Forse è una buona notizia sapere che la nostra Alleanza non è così
fragile da essere sgominata da un gruppo di tritoni adolescenti e dalla loro
insegnante fresca fresca di tentacoli.
Infine, dopo qualche ora di silenzio, la porta della cella
si apre, e all’interno nuota la Voce degli Utopisti Zegana. Di persona è ancora
più regale di quanto potessi immaginare.
“Kaszira, nipote mia” dice lei. “Ho parlato con i tuoi
genitori, e hanno espresso estremo dispiacere in seguito alle azioni che hai
compiuto qui.”
“Mi dispiace, zietta” Kaszira si inclina in avanti, con le
pinne che si ammosciano sulla sua schiena.
“Temo che ‘mi dispiace’ non riparerà al danno che hai
inferto” dice Zegana. “Tu e i tuoi amici dovete tornare immediatamente in
territorio tritone e d’ora in avanti sarete banditi dagli zonot.”
Il mio cuore brucia. Kaszira non potrà più conseguire qui la
sua educazione. Non riuscirà più a inseguire il suo sogno.
Non posso lasciare che questo accada. “Se qualcuno deve
venire bandito dagli zonot, mia cara portavoce, lasciate che sia io ad esserlo.
Ho messo questi ragazzi in pericolo, ma il loro unico desiderio è quello di
servire l’Alleanza Simic nel migliore modo possibile. Chessa, qui, ha superato
le sue paure e ha dimostrato un estremo atto di coraggio. Miko ha dato prova
delle sue abilità di osservazione. E Kaszira non solo ha mostrato empatia, ma
ha trovato la sua vocazione. Vuole studiare negli zonot e riportare la sua
conoscenza negli oceani, dove può aiutare tutti noi a diventare più forti.”
“È vero?” chiede Zegana a Kaszira.
Kaszira annuisce, ora in piedi e fiera, come una spina di scorfano. “È vero, zietta. Più di qualsiasi altra cosa.”

Zegana si volta e se ne va senza dire una parola. Qualche
minuto più tardi, veniamo condotti fuori dalla cella, e poi fuori dallo zonot,
nuovamente nell’oceano. Non pensavo di poter essere così emozionata alla vista
del fondale marino.
Nel giorno della dimostrazione, le chele da granchio di
Ptero fremono alla vista della mia classe, che ha quasi un’aura di sicurezza
attorno a sé. E com’era ovvio, tutti i miei studenti riescono ad assicurarsi un
posto nel protettorato, tranne due. Miko perché… bè, è Miko, ma è andato
decisamente oltre ogni mia aspettativa, e sarò felice di averlo nuovamente con
me l’anno prossimo. E nemmeno Kaszira ha reclamato un posto. Non si è
presentata neppure per la sua dimostrazione, in realtà. Ma mentre i miei studenti
si posizionano al centro perlaceo del palco della conchiglia dei vincitori, la
vedo tra il pubblico… vestita con gli abiti dei biomanti Simic. Ce l’ha fatta.
Inizierà i suoi studi negli zonot.
Lascio uscire un sospiro di sollievo.
“Grazie per avermi dato il calcio alle pinne che mi serviva”
dico a Ptero mentre passa. Quasi metà della sua covata aveva ottenuto un posto.
Non è andata bene quanto sperava, ma la competizione generale era la migliore,
come non se ne vedeva da qualche anno a questa parte.
“Non c’è bisogno di prendermi in giro” brontola lui,
guardando i miei tentacoli con palese gelosia.
So che ero contraria alle modifiche, ma questa mi si addice
particolarmente. Posso vedere ogni cosa attorno a me. Ora nessuno studente
potrà sfuggire alla mia vista.
“Non ti sto prendendo in giro. Ho evitato le idee
Adattamentiste. Tu hai ripudiato quelle Utopiche. Entrambi accettavamo gli
estremi, quando avremmo dovuto trovare il tempo per imparare l’uno dall’altra e
trovare una via di mezzo.”
Lui alza lo sguardo verso di me, sorpreso che non avessi
colto l’opportunità per coprirlo di vergogna come lui aveva fatto con me molte
volte. “Magari l’anno prossimo possiamo lavorare insieme” dice lui, “e
supervisionare insieme le nostre covate. Possiamo assicurarci di inviare solo i
migliori e più brillanti come protettori del nostro oceano.”
L’anno prossimo. Mi piace molto come suona, ed ho il
presentimento che sarà la covata migliore di sempre.