Ventitré studenti di Pennargento, l'Accademia dell'Eloquenza, stavano sull'attenti lungo il bordo esterno del Palco della Rosa, mentre sei di loro erano accovacciati, piegati in due dal dolore, faticando a soffocare i propri pianti strazianti. Che fossero in piedi o meno, si erano posizionati tutti in cerchio, guardando insieme colui che era considerato il migliore tra loro — Killian Lu — mentre preparava una maledizione destinata a fare a pezzi il Professor Razineth.
La lezione di quella mattina prevedeva un duello
improvvisato sui Sette Atteggiamenti Fonetici: tono, ritmo, altezza,
posizionamento, risonanza, acustica e volume. Killian, come i suoi compagni,
aveva ipotizzato che Razineth, il rinomato esaminatore del corso di Intenzione
e Sottotesto II, stesse usando quel duello come un semplice esercizio
didattico. Con loro sorpresa, invece, Razineth si era rivelato implacabile e
feroce nei suoi attacchi. Quel maestro d'inchiostro kor dal viso terreo, con il
suo elusivo braccio d'inchiostro d'ombra, aveva superato facilmente i loro
amuleti protettivi del cuore, squarciando i loro giovani spiriti come un
coltello caldo nel burro.
A Killian era stato assegnato il volume. Era in assoluto il
più difficile degli atteggiamenti da padroneggiare, per non parlare del
controllarlo, e sapeva che l'attacco imminente avrebbe richiesto ogni briciolo
della sua energia, sia per essere generato che per essere mantenuto. Data la
sua reputazione stellare — era il figlio del grande Decano Embrose Lu — si
trattava, ovviamente, di un compito calcolato; una mossa sicuramente
orchestrata in combutta con suo padre, che, naturalmente, stava guardando da
lontano, sempre a caccia di un qualsiasi margine di miglioramento.
Killian piegò le ginocchia e piantò i tacchi nel terreno.
Lentamente e costantemente, iniziò a riempirsi i polmoni. Poi, come se stesse
eseguendo le mosse provate di una danza mistica, fece oscillare le braccia
nell'aria, evocando spesse corde di inchiostro che vorticarono intorno a lui
per poi confluire in tre massicce sfere sospese sopra il palco.
"Wow," disse Razineth con sarcasmo. "Qualcuno
allora ha preso sul serio le meditazioni estive." La sua voce era simile a
un sibilo, stridente e serpentina, e le sue parole venivano trasmesse
attraverso il suo mutevole scarabocchio che strisciava sopra il palco.
Killian pensò per un momento al proprio scarabocchio, Doco, e si
rammaricò della sua assenza dal combattimento. Embrose riteneva che quella
creatura fosse una distrazione e aveva esortato Killian a non fare mai
affidamento sugli altri per combattere le sue battaglie. Doco non avrebbe
combattuto il duello; mi avrebbe semplicemente aiutato qua e là. Killian
sentì i denti digrignare per la frustrazione.
All'inizio della lezione, Razineth aveva dichiarato che si
sarebbe imposto un limite per livellare il campo del duello, usando solo
consonanti sorde in battaglia per dimostrare che un grande potere può risiedere
nelle cose più piccole. Con lui, il semplice sibilo di una s
trasformava la sua magia d'inchiostro in pugnali affilati, e lo schiocco di una
p espelleva raffiche di cannone capaci di scuotere la terra.
"Allora?" disse il professore, con il volto duro e
non impressionato dall'esibizione di Killian. "Il potere risiede nel
respiro, ragazzo. Respira."
Killian interruppe i suoi movimenti al comando. Le massicce
sfere d'inchiostro che aveva evocato rimasero congelate nel tempo, sospese in
aria come macigni penzolanti.
"Ti accontenterei volentieri, professore,"
sussurrò Killian, "ma il fetore del tuo alito ha avvelenato l'aria!"
All'insaputa di Razineth, una linea d'inchiostro, più
sottile della tela di un ragno, strisciava verso l'alto dal terreno come una
lunga vite alle sue spalle; al tagliente insulto di Killian, questa scattò
afferrando il professore, avvolgendogli il collo, il braccio sano e le gambe.
Quattro rapide s sibilate tra i denti di Razineth recisero nettamente le
catene d'inchiostro, ma nel tempo impiegato per liberarsi, Killian aveva già
scagliato una delle sue sfere d'onice contro di lui. Un attimo prima
dell'impatto, Killian vi urlò contro:
"Non è il momento di applaudire i tuoi sforzi, quando
il nostro duello è appena iniziato!"
A quella frase, la sfera esplose e nei punti in cui caddero
i suoi frammenti balzarono immediatamente troll fatti d'inchiostro che
impugnavano martelli e asce. In risposta, un interminabile shh esplose
dalla bocca del professore, evocando un'ondata d'inchiostro che si riversò dal
suo braccio d'ombra e lo coprì in una sfera nera protettiva. I troll si misero
a colpire febbrilmente lo scudo, ma così facendo venivano istantaneamente
assorbiti, facendolo crescere ancora di più.
Killian scagliò rapidamente un altro masso d'inchiostro al
suolo, urlando ancora più forte di prima. "Shh?! Quel suono
rilassante di acqua corrente starebbe meglio se tu vi stessi annegando
dentro!" Alla sua maledizione, il masso si trasformò in una colonna nera
delle dimensioni di una torre, solida come la pietra. L'obelisco d'ossidiana si
abbatté sullo scudo di Razineth come il martello di un fabbro sul metallo
incandescente e informe, aprendo profonde crepe su ogni lato. Razineth rispose
con una rapidissima raffica di t che, uscendo dalla sua bocca, si
trasformarono in mille frecce nere capaci di decimare interamente la colonna.
Quella dimostrazione lasciò Killian senza parole. Vedendo uno spiraglio,
Razineth diresse le frecce contro di lui.
"Parassita decrepito!" imprecò Killian,
permettendo all'istinto di sopravvivenza di superare momentaneamente le battute
di spirito. "Serpente viscido!" All'istante, ogni frammento della
colonna in frantumi si trasformò in corvi che intercettarono ogni freccia
diretta al suo cuore. Poi, digrignando i denti, Killian radunò tutto il volume
e il vetriolo che poté e li riversò nella sua ultima sfera.
"MUSCOLI SPRECATI! TENDINI SVUOTATI!
BESTIA SENZA AMORE DA UNA SCHEGGIA NATA!
MISERO SERVO FRUSTATO E MARCIO,
A
DIR POCO UN FANNULLONE DA STRACCIO!"
Il cielo sopra di loro si oscurò mentre il masso si
appiattiva in un disco vorticoso che sembrava estendersi per miglia. Un punto
apparve improvvisamente al suo centro, l'inizio di un violento ciclone, e in
meno di un battito di ciglia si abbatté al suolo, travolgendo il professore
nella sua tempesta. La gola di Killian bruciava e sentiva il sapore del sangue,
ma non poteva cedere:
"CAROGNA CAUSTICA, RIGURGITO DI RANCIO,
SACCO DI GAS SCHIFOSO DA LANCIO!
PIENO DI PIAGHE, DI GUAI INFETTATO,
SCORIA
BRUCIATA E CORPO SCIACQUATO!"
Il veleno fortificò la sua ultima spinta per vincere la
sfida, e attraverso il maelstrom vorticoso Killian scorse la sagoma di Razineth
che lottava contro quell'esplosione di potere. Stava vincendo! I suoi occhi si
spalancarono per l'aspettativa. Cercò lo sguardo dei sei compagni
precedentemente colpiti dal professore, aspettandosi di vedere nei loro occhi
la gioia della rivincita, ma vi trovò solo dolore — pietà per un'altra anima
sfortunata che presto si sarebbe unita a loro nella miseria. E lui ne sarebbe
stato la causa.
Fu in quel momento che Killian lo sentì — il dolore
bruciante del colpo che avrebbe posto fine a quel violento scontro. Mentre era
distratto, una sommessa t era sfuggita alla lingua di Razineth. Si
guardò il petto e vide la punta della freccia nera e gocciolante che lo aveva
trafitto da parte a parte. Cadde in ginocchio, lottando per estrarla prima che
l'inchiostro gli penetrasse dentro.
Guardò i suoi compagni di classe per l'ultima volta e
incrociò lo sguardo arrossato di Fannessa Fjyorne. Il suo Atteggiamento
dell'altezza era stato calpestato da una mandria di cavalli di inchiostro
selvaggi evocati da Razineth. Non erano amici e a malapena conoscenti; lei era
una nuova studentessa e si erano scambiati a malapena un cenno di saluto
dall'inizio del trimestre. Ciò nonostante, possedeva una gravità che attirò gli
occhi di lui nei suoi. Gli rivolse un sorriso empatico di solidarietà. Killian
le fu grato per quello.
Un attimo dopo, l'inchiostro del professore prese il
sopravvento. Killian fu immediatamente sopraffatto da una totale disperazione e
tristezza. Il suono schiacciante eppure familiare degli stivali dalla suola
dura di suo padre che si allontanavano da lui risuonò dolorosamente nella sua
immaginazione; poteva persino sentire il peso dei numerosi volumi di poesia
bellica che suo padre gli avrebbe messo tra le braccia. Lo attendeva un lungo
pomeriggio di studio. Mentre le lacrime gli rigavano il viso, si piegò in due
e, come i sei caduti prima di lui, cedette a una crudele sconfitta.
Ci volle gran parte del pomeriggio perché Killian tornasse
in sé. Fu incessantemente tormentato da attacchi di depressione e terribili
allucinazioni, finché la maledizione a tentacoli d'inchiostro del professore
non fu rimossa dalla sua colonna vertebrale e dalla gabbia toracica. Se fosse
stato colpito da una seconda freccia, Killian si sarebbe sicuramente squarciato
la carne da solo.
L'ultima allucinazione lo riportò al Liceo Loquace,
l'intenso terreno di addestramento nascosto tra i numerosi corridoi del
Biblioplex. Il corso era obbligatorio, ma destinato solo agli studenti degli
ultimi anni di Pennargento. Killian, su suggerimento del padre, aveva sostenuto
il test per entrare e, come previsto, lo aveva superato a pieni voti. Il Liceo
ospitava una foresta incantata e in continua crescita che travolgeva e
soffocava chiunque rimanesse intrappolato sotto le sue foglie. Maledire la flora
senza sosta era l'unico modo per sfuggire a morte certa. Questa era una sfida
che era stata affrontata da centinaia di maestri d'inchiostro per decenni,
incluso Embrose, e Killian vi era sopravvissuto. In quel ricordo distorto dalla
maledizione, tuttavia, le piante gridavano orribilmente, come soldati feriti
che supplicavano per la propria vita mentre lui era costretto ad abbatterle
senza pietà. Il cuore gli faceva male alla vista di tanta distruzione, e odiava
se stesso per aver distrutto così tante cose belle.
Killian aprì gli occhi e si ritrovò a fissare un'infermiera
pennamante dal viso gentile, circondata da un'increspatura di luce dorata. Era
in infermeria, riposava su una morbida brandina. La luce del sole entrava dalle
alte finestre di pietra, facendo risplendere l'intera stanza della stessa
tonalità dorata dell'infermiera — una brillantezza rifratta nelle ali bianche
da gufo della Decana Shaile. Era in piedi all'ingresso della stanza, mentre
osservava l'infermiera estrarre un altro filamento dell'inchiostro di Razineth
dal petto nudo di Killian.
"Poesia bellica," esordì la Decana Shaile.
"Una magia così antica trova la sua strada solo verso i più diligenti di
Pennargento. Tuo padre sarebbe... diciamo... moderatamente soddisfatto?"
Killian si schiarì la gola diverse volte, sentendo ancora
pesante il peso del duello.
"I maghi come te, figlio del grande Embrose Lu,"
continuò la decana con un sorriso quasi cinico, "possono avventurarsi in
profondità inimmaginabili di potenziale — sia nella luce che nell'oscurità. Ti
avverto, però. Devi imparare ad accogliere la luce di tanto in tanto. Fa bene
all'anima."
"La magia bianca non è efficace in battaglia,
temo," rispose Killian, proprio prima che l'infermiera rimuovesse dal suo
cuore l'ultimo filamento di dolore risvegliato.
"Al contrario," replicò Shaile. "La battaglia
è proprio il momento in cui è più efficace. Può vincere la guerra."
Killian fissò gli occhi gentili della decana, aspettandosi
dell'altro. I consigli che elargiva non erano mai sbrigativi; il suo obiettivo
era sempre quello di trasmettere una saggezza duratura attraverso il pensiero
critico. Lei e suo padre differivano in questo, il che alimentava il loro
rapporto conflittuale. Nella visione del Decano dell'Ombra, la saggezza si
otteneva solo attraverso il rinforzo negativo. Come avrebbero mai potuto andare
d'accordo?
"Come un buco in un arazzo," continuò lei,
"la luce può perforare anche l'oscurità più ostinata. Ma per quanto ci
provi, e sebbene a volte possa attenuarla, l'oscurità non potrà mai perforare
la luce."
Killian rifletté per un momento sulle sue parole, ma i suoi
pensieri furono interrotti da un dolore alla mano. Sussultò, grattandosi il
palmo.
"Niente riposo per chi è guardingo, suppongo,"
disse Shaile con un sorriso, conoscendo bene quella reazione negli studenti di
Pennargento.
Killian balzò immediatamente in piedi, afferrò le sue vesti
e marciò verso la porta. Prima di uscire, Shaile lo fermò posandogli una mano
leggera sulla spalla.
"Il cosmo è vasto," disse con un tocco di spirito
materno, "e gli Eloquenti non sono gli unici a plasmarlo. Non spendere
tutta la tua magia in un solo posto."
Killian si diresse dritto verso i moli — la via più veloce
per il Biblioplex, e suo padre si sarebbe mosso lungo il fossato. Il luogo
dell'incontro era stato scritto sul suo palmo in patriscrit, ovvero
l'inchiostro genitoriale, che gli insegnanti e i genitori degli Eloquenti
usavano per ricordare ai figli gli appuntamenti imminenti o le cose che
dimenticavano spesso. Senza contare che prudeva da morire finché ciò che vi era
scritto non veniva pronunciato ad alta voce.
"Semantica," disse Killian. Il patriscrit svanì.
Arrivò al Molo XVII giusto in tempo per vedere la barca
diretta a Semantica che si staccava. Immediatamente si lanciò in uno scatto.
Poi, raggiungendo il bordo del molo, balzò in avanti.
"Come pietre salde, scure e di passaggio, le
acque sotto i piedi mi diano il viaggio."
Killian pronunciò l'incantesimo ad alta voce mentre volava
in aria, e le acque risposero di conseguenza — increspandosi di energia bianca
che formò diversi punti solidi su cui ogni piede sospeso poteva atterrare.
Passo, passo, passo. E con un balzo finale, toccò il ponte della barca.
Killian preferiva l'isolamento ma, con suo disappunto, non
avrebbe fatto quel viaggio da solo. Seduta all'estremità opposta della barca
c'era un'altra studentessa di Pennargento, che si girò al tonfo dei suoi piedi
e tirò indietro il cappuccio.
"Quindi è così che il grande Killian Lu non arriva mai
in ritardo a nulla," lo stuzzicò Fannessa con un sorriso. "La magia
di luce serve a qualcosa, a quanto pare."
Era una cosa che direbbe suo padre.
Killian sospirò mentre si sedeva di fronte a lei. Fannessa
si rilassò sulla sedia, con le due lunghe trecce scure che le oscillavano sulle
spalle, e lo squadrò con occhi dalle sfumature color lavanda che risaltavano
sulla sua pelle mogano. Killian intuì che era il tipo di persona in grado di
passare senza sforzo da uno stato solare e vivace a uno calcolatore e
misterioso in un lampo.
"Allora, quel Razineth, eh?" esordì lei.
"Prende quel corso maledettamente sul serio, non è vero?"
"È un corso serio," rispose Killian chiaramente.
"Vero. Ma una freccia al cuore è piuttosto
spietata."
"È stato un duello di successo."
"Di successo?"
"Ho imparato una nuova debolezza. Ho esitato. Non
succederà più."
Fannessa fece un sorrisetto, affascinata dalla sua risposta.
"La misericordia è per i folli," dichiarò. Lui
annuì per riflesso. Suo padre aveva detto la stessa cosa molte volte. Per
quanto si sforzasse, però, era un motto che Killian non poteva fare davvero
suo.
"In ogni caso, sei stato davvero incredibile oggi. Un
potere così oscuro e grezzo. Avresti potuto uccidere un mago inferiore."
Sorrise. "Sarebbe stato uno spettacolo da vedere."
"Non stavo cercando di ucciderlo," disse
rapidamente Killian. "Io non voglio uccidere... stavo solo cercando di
vincere."
Fannessa scivolò sul bordo del sedile e si sporse ancora più
vicina, assorbendo la sua nuova energia nervosa. Lo guardò mentre si toccava la
pelle del collo, massaggiandosi la gola.
"Ti sei fatto male?"
"No," disse Killian bruscamente. "Sto...
starò bene."
Le sue sopracciglia si sollevarono come se un'idea
fantastica stesse prendendo forma. "Sai, un uccellino mi ha parlato di un
elisir in grado di guarire il mal di gola in pochi minuti. Potrei conoscere una
ragazza che conosce un tipo al Capolinea dell'Arco capace di prepararne uno
senza problemi."
"Il Capolinea dell'Arco è per i fannulloni e i
ritardatari," disse Killian. "Ci sono regole secondo le quali un Lu
deve comportarsi."
"Così ho sentito," quasi cantilenò lei con un
sorriso malizioso. "Potresti doverne infrangere una. O tornare di nuovo in
infermeria. Al Decano Lu non piacerebbe affatto."
"Non posso."
"Giusto." Si risedette, senza fare alcuno sforzo
per nascondere la sua disapprovazione. "Strixhaven dopotutto è un istituto
di istruzione. Niente di più." Si alzò in piedi. "Niente riposo per
chi è guardingo, suppongo."
Quest'ultima frase colse Killian di sorpresa. Era la stessa
che la Decana Shaile gli aveva rivolto appena prima che lasciasse l'infermeria.
La barca urtò improvvisamente contro il molo di Semantica.
Con un aggraziato balzo all'indietro, Fannessa scivolò su un'altra imbarcazione
che passava di lì — una diretta verso il Capolinea dell'Arco.
"Dovresti uscire al sole ogni tanto, Killian Lu," disse, gettandosi le trecce dietro le spalle. "Non siamo fatti per crescere nell'ombra."
Scattò su per la scalinata di pietra che conduceva al
Biblioplex e attraversò in fretta l'ampio salone centrale. Divincolandosi senza
sforzo tra frotte di studenti impegnati in gioviali conversazioni non
accademiche, si diresse verso un alto arco di pietra su cui erano incise le
parole Salone di Semantica.
"Killian Lu!" lo chiamò all'improvviso una voce
maschile. Dall'oscurità dell'arcata apparve la mole imponente di Quintorius,
uno studente di Archeorocca.
"Ciao, Quint," disse Killian.
"Tutta Pennargento sta parlando di te e del tuo duello
di oggi," rispose Quintorius con gli occhi intensamente lucidi.
"Anche Archeorocca." Ridacchiò sottovoce. "Beh, in realtà solo
io. Il volume è una cosa maledettamente seria. Da quel che si dice, hai un
talento naturale."
"Tu ami proprio fare ricerche," disse Killian,
ricordando quanto spesso lo avesse visto fare avanti e indietro tra gli
scaffali la scorsa estate. Praticamente viveva in biblioteca.
Manovrando abilmente intorno all'immensa pila di libri che
stringeva tra le braccia, Quintorius recuperò un sottile tomo con la sua
proboscide elefantina e lo porse a Killian.
"Dobarius Egolt, il Pennamante Muto," lesse
Killian ad alta voce. "Un muto?"
"Ha scagliato tutti i suoi incantesimi usando un'antica
forma di linguaggio dei segni dopo che il volume gli ha tolto la voce,"
esclamò Quintorius. "Era incredibile. In effetti, convinse un intero
esercito a deporre le armi e a stringersi la mano in segno di tregua. Aveva
capito che la morte e la distruzione sono note che qualsiasi strumento può
suonare." Picchiettò la proboscide sul libro. "La sinfonia della
creazione è molto più drammatica."
Si fermò per un momento, come sorpreso dalle sue stesse
parole.
"Che modo molto da Pennargento di esprimersi,"
concluse Quint con un'altra risatina.
Killian avvertì un'altra fitta al palmo della mano.
"Devo andare," disse Killian, superandolo di fretta. "Le mie meditazioni stanno per cominciare."
Embrose se ne stava nell'ombra di un alto scaffale di libri,
imponente e minaccioso, con le vesti nere che sbattevano a causa di un vento
rigido che faceva turbinare la nebbia. La sua pelle appariva grigia sotto i
raggi argentati della luna, ma il bianco dei suoi occhi perforava l'aria
torbida come una coppia di stelle. A breve distanza da lui c'era un tavolo di
legno e, sopra di esso, la candela che aveva guidato Killian fin lì. La fiamma
illuminava le pagine di un libro dalla spessa rilegatura.
"Ti sei lasciato vulnerabile, non è vero?" domandò
Embrose con una voce così profonda da far tremare il terreno.
"Pensavo di aver intercettato tutte le frecce del
professore, padre," rispose Killian, sapendo già che nessuna risposta
avrebbe potuto evitare la sgridata imminente.
"Pensavi male, non è vero?"
"Forse se a Doco fosse permesso di combattere di nuovo
al mio fianco... lui mi aiuta sempre nei momenti di difficoltà."
"Questa non è una maledetta partita a Torre dei Maghi,
Killian. Affidarti al tuo scarabocchio ti rende dipendente, debole e
deconcentrato." Fece un passo avanti, con gli occhi che fiammeggiavano.
"Gli Eloquenti, i supremi arbitri del cosmo e i garanti di ogni contratto
magico, sono risoluti e incrollabili nella loro parola. Gli Eloquenti, il
prestigioso ruolo che intendi raggiungere dopo il tuo percorso qui, non
traggono beneficio..."
"...dalle distrazioni. Lo so," lo interruppe
Killian con un sospiro stizzito.
Abbassò lo sguardo sul pavimento per sfuggire alla
disapprovazione che irradiava dal volto duro di suo padre.
"Oggi il tuo respiro era affannoso; avevi le spalle
sollevate fino alle orecchie; continuavi a protendere il collo come un
daemogoth delle vaste terre. Ti farai male, o peggio, se continui a evocare la
magia in questo modo!"
"Chiedo scusa, padre," disse Killian, facendo
tutto il possibile per mascherare la raucedine nella propria voce. "Non mi
aspettavo di dover duellare così presto. E per di più con un professore."
"Dovresti sempre aspettarti l'inaspettato,"
ribatté Embrose con ferocia.
"La magia di luce sarebbe inaspettata," mormorò
Killian a bassa voce. "Forse creare qualcosa sarebbe meglio che
distruggerlo."
"Le belle parole di pennamanti e lumamanti non ti
salveranno da morte certa!" tuonò Embrose. "I cuori degli Oriq che si
affrontano in battaglia non si piegano; le anime dei cacciatori di maghi non
vengono mai risanate. Devono essere spezzate!" Fasci d'inchiostro
esplosero da lui come lava nera e fuoco bianco da un vulcano. "Sei
destinato a diventare uno dei più grandi maestri d'inchiostro della storia.
Proprio per questo, molti nemici cercheranno di sottrarti quella grandezza. Non
devi mai offrire loro un'opportunità!"
"Ho capito," sussurrò Killian bruscamente, con gli
occhi ancora fissi a terra.
"Cosa hai detto?"
Killian si raddrizzò rapidamente e sollevò la testa.
"Ho detto: 'Ho capito, padre'."
Nel silenzio tangibile che seguì, Killian vide i muscoli
della mascella del decano contrarsi più volte — un impercettibile digrignare di
denti dietro una smorfia a labbra strette. Sentì gli occhi penetranti di suo
padre che lo studiavano. Sperando di allentare la tensione, Killian si trascinò
verso il tavolo e si sedette di fronte al libro, aperto intenzionalmente su un
capitolo intitolato: "Treno ed Epicedio: Poesia Bellica Perduta".
"Le tue parole devono essere come pugnali seghettati,
abbastanza taglienti da staccare la carne dalle ossa. Viscera la preda che sei
venuto a cacciare e banchetta con essa. Questo è l'unico modo per sconfiggere i
tuoi nemici. Comprendi?"
"Sì, Decano Embrose."
Embrose esitò un istante prima di voltarsi per andarsene,
scosso dalla rigida formalità delle parole di Killian.
"Questo è per il tuo bene, figliolo. Un giorno lo
capirai."
Killian trascorse il resto del pomeriggio a recitare e mandare a memoria le poesie belliche, il che non fece altro che continuare a indebolire la sua voce, sia fisicamente che emotivamente. Su sua richiesta apparvero dei calici d'acqua, che bevve febbrilmente. Non avevano fatto quasi nulla per aiutarlo a riprendersi, ma avevano fatto di tutto per attivare la sua piccola vescica. Parlare era ormai un compito quasi impossibile e il dolore che gli si propagava nella gola stava diventando insopportabile. La magia bianca potrebbe aiutarmi, pensò. Ma farsi ricoverare in infermeria una seconda volta sarebbe stato a dir poco vergognoso, e gli era proibito studiarla da solo al di là delle evocazioni più elementari.
Poggiò la fronte sul tavolo e fissò impotente il pavimento.
Lì, tra i suoi stivali neri lucidi, avanzava millimetro dopo millimetro il
libro che Quintorius gli aveva dato, muovendosi completamente da solo. Quando
alla fine si fermò, una massa di inchiostro nero colò fuori dalle pagine, per
poi modellarsi in una creatura d'inchiostro dalla testa ciondolante: Doco,
lo scarabocchio di Killian.
La pelle d'onice di Doco era percorsa dal testo del libro
che aveva abitato. Rivolse a Killian un sorrisetto empatico, sperando di
sollevargli il morale offrendogli qualcosa da leggere che non fosse poesia
bellica. Killian non riuscì a ricambiare il sorriso. In effetti, fissando il
libro, fu improvvisamente assalito da una forte trepidazione. La sua voce se ne
stava andando, e lui era un Pennargento. Come avrebbe mai potuto esibirsi senza
di essa?
I suoi pensieri preoccupati si spostarono su Fannessa. Forse
avrebbe dovuto accettare la sua offerta. Quale altra scelta gli rimaneva?
Risoluto, raccolse il libro e Doco, li infilò nelle vesti e uscì dalla stanza.
La pelle verde, i lucenti occhi dorati e i capelli fatti di
foglie umide la tradirono immediatamente. Era la sua amica Dina, anche lei al
secondo anno. Insieme avevano superato una gran bella traversia lo scorso
trimestre nella Palude della Punizione, ma purtroppo da allora si erano
scambiati poche parole.
"Stai aspettando qualcuno, Killy?" domandò Dina,
ancora a distanza.
Killian rabbrividì a quel nomignolo, che suonava più macabro
che carino. Killy. Esitò a parlare, sentendo la raucedine che già gli
graffiava la gola. Si limitò invece a fare un cenno con la testa.
"Pensi che quel qualcuno sia dentro?" chiese lei.
Killian si guardò intorno ancora una volta. Non vedendo
traccia di Fannessa, decise di avvicinarsi.
"Mi piacerebbe fare due chiacchiere, ma non posso
indugiare," disse Dina, tenendogli aperta la porta. "Ho un
appuntamento. Il terzo. È una cosa nuova che sto provando: fare amicizia. Si
chiama Vickus. È al quarto anno ed è quasi simpatico."
"Quasi?" chiese Killian.
"Simpatico con me, ma sa essere un po' bruto. Gli ho
preparato del tè," continuò, mostrando un contenitore verde assicurato a
una liana sopra la spalla. "Puoi provarlo se vuoi. È piuttosto forte.
Meglio non chiedere cosa c'è dentro. A meno che non ti piaccia il sapore dei
denti di liana rampicante."
"È questo che c'è dentro?" domandò Killian.
"Meglio non chiedere. Andiamo." Prendendolo lei
stessa per mano, entrarono.
Il Capolinea dell'Arco era un grande edificio circolare con
un alto soffitto a cupola. Le finestre lasciavano entrare la luce lungo il
perimetro, illuminando i passaggi verso altre sale, ma l'area all'interno del
cerchio era scarsamente illuminata, rischiarata unicamente da candele
fluttuanti che cambiavano colore a seconda delle note musicali. Il bancone
principale si trovava proprio al centro e, sospeso sopra di esso, c'era il
palco dove suonava la band Prismari. Disseminati tutt'intorno c'erano tavoli rotondi
e sgabelli occupati da studenti che bevevano da calici spumeggianti e
mangiavano carni speziate.
A Killian bastò un solo istante per scorgere Fannessa. Era
seduta da sola in fondo a un lungo tavolo, come una grande regina a un
banchetto.
"Vedo chi sto cercando, Killy," disse Dina.
"Non ti dispiace se ti lascio, vero?"
"No—" Killian fece per rispondere, ma lei si era
già allontanata.
Killian voltò di nuovo lo sguardo verso Fannessa e le
rivolse un lieve sorriso. Si diresse rapidamente da lei.
"Ma guarda un po' chi ha deciso di fare la sua
comparsa," esclamò Fannessa, "Killian Lu, il trasgressore delle
regole... e per di più con una fidanzata?"
"Oh no! Dina... non è... lei... non è," balbettò
Killian. Il dolore alla gola e il sorrisetto complice di Fannessa interruppero
ogni ulteriore spiegazione. Si sedette di fronte a lei, per nulla divertito.
"Allora... hai sentito?" ricominciò Fannessa.
"Razineth ha intenzione di farci duellare una volta alla settimana."
"Davvero?" chiese Killian con voce roca.
"Sì. Quindi dovrai dare prova di te stesso ancora, e
ancora, e ancora."
Killian inspirò profondamente, frustrato da quella
prospettiva, sapendo che la sua magia sarebbe dovuta diventare più violenta.
"Immagino sia questo il prezzo da pagare per essere un
Eloquente, eh?" continuò lei. "Una vita di doveri. Niente libertà. E
per di più, tu sei l'unico figlio del Decano Embrose."
"Vorrei accettare quella bevanda, se posso," la
interruppe Killian.
Fannessa sorrise, divertita dalla sua disperazione.
"Non dire altro, Killy. Non dire altro."
Killian la seguì con lo sguardo mentre si alzava dal tavolo
e si dirigeva verso il bar. Ancora una volta, aveva pronunciato parole che lui
aveva sentito in privato, ma un freddo sorriso da parte di lei scacciò quel
pensiero. Forse era solo una coincidenza.
Sfuggendo al suo sguardo, estrasse dalle vesti il libro di
Quintorius. Doco si materializzò tra le pagine e fece capolino. Lo scarabocchio sorrise e strizzò l'occhio, felice di vedere Killian di umore leggermente
migliore. Poi, usando le sue zampette d'inchiostro, aprì una pagina del libro
piena di illustrazioni: disegni di mani e dita fisse in molte forme e posizioni
differenti. Sotto ogni raffigurazione erano scritte parole di affermazione: cuore
gentile, virtuoso, amore e molte altre. Killian fece il segno per
"luce" sotto il tavolo e chiuse gli occhi. Crea qualcosa,
pensò tra sé concentrando la propria intenzione. Bastarono pochi istanti perché
l'oscurità dietro le sue palpebre risplendesse di arancione e sentisse
intensificarsi il calore delle candele sul tavolo. Aveva funzionato.
"Non ti ho mai visto qui dentro prima d'ora, Lu,"
disse una voce maschile e viscida alle sue spalle.
Killian non ebbe bisogno di voltarsi per capire che si
trattava di un Germoglioscuro intenzionato a schernirlo. Portavano sempre
addosso l'odore della Palude. Questo studente, tuttavia, si era cosparso di un
profumo floreale per mascherarlo; sperando forse di fare colpo su qualcuno. Si
raddrizzò, infilando nuovamente il libro tra le vesti.
"Dina mi ha detto che voi due siete intimi," disse
il Germoglioscuro con tono sospettoso. "Mi ha detto che passate del tempo
insieme?"
"Abbiamo passato del tempo," replicò Killian.
"Nella Palude. L'ho solo aiutata con un progetto."
Guardò verso Fannessa e la vide osservare l'interazione,
desiderosa di vedere cosa sarebbe successo.
"Un progetto." Il tono del Germoglioscuro divenne
minaccioso, rivelando la sua natura brutale e gelosa. "Ancora in
corso?"
"Vickus," sentì dire da Dina a breve distanza.
Killian si alzò e si girò completamente. Quel ragazzo del
quarto anno era alto e dalle spalle larghe. Capelli verdi simili a liane gli
incorniciavano il viso pallido e i suoi occhi di smeraldo brillarono in quelli
neri come l'inchiostro di Killian. In mano teneva una peste spinosa che aveva
iniziato a dimenarsi.
"No," disse Killian, compiendo un ultimo tentativo
per calmarlo. "Lei è solo un'amica."
Vickus fece un sorrisetto, mostrando i suoi denti da
vampiro, e le vene del suo costume iniziarono improvvisamente a risplendere di
luce verde.
"Due in un giorno, Killy," disse Fannessa
sedendosi. Poi posò sul tavolo un calice di liquido viola ribollente e lo
spinse verso di lui. Killian lo prese. "Qualcuno qui è popolare."
"Non facciamolo," disse Killian. "Per
favore."
"No," disse Vickus. "Facciamolo eccome."
La peste lanciò un verso stridulo mentre la sua forza vitale
la abbandonava per entrare nel suo ospite. Una magia verde crebbe dalla schiena
del ragazzo del quarto anno come un albero contorto, le cui foglie si piegarono
per formare l'enorme busto etereo della peste defunta.
Sempre pronto allo scoppio di duelli magici, il Capolinea
dell'Arco si trasformò in un'arena, con tavoli e sedie che fluttuarono verso
posizioni fisse lungo la circonferenza dello spazio; gli studenti rimasero
seduti su di essi, incluse Dina e Fannessa. Anche il bar e il palco si
sollevarono, lasciando una via aperta per lo scorrere delle maledizioni tra i
duellanti.
Killian sapeva che la voce di quel duello si sarebbe sparsa
rapidamente. Sarebbe stato meglio essere proclamato vincitore, specialmente per
le orecchie dei Pennargento e di suo padre. Così, bevve rapidamente tutto il
contenuto del calice, pregando che gli desse sollievo, e istantaneamente fu
così.
Il calore del liquido al gusto di miele che gli rivestiva la
gola portò con sé un'energia rinnovata e inebriante. Sussultò per la sorpresa,
sentendosi di nuovo se stesso. No... meglio di se stesso, meglio di come si
fosse mai sentito, mentre la bevanda si diffondeva in lui alimentando il suo
primo attacco.
"Oh, rozzo ragazzo della Palude, ora dici di essere
verde d'invidia, quando per tutto questo tempo ho pensato che fossi verde per
aver inalato il tuo stesso fetore ogni giorno!" Non appena le parole
uscirono dalla sua bocca, correnti di magia nera si riversarono dalla sua
schiena, trasformandosi nelle lunghe zampe scheletriche e nel torace di un
ragno. Le zampe lo sollevarono a grande altezza sopra Vickus, che lo fissava
dal basso con disprezzo. Sentì grida di gioia e sorpresa provenire dalla folla
di studenti sopra di loro.
"Come un fiore che appassisce, tu appassirai,
Germoglioscuro!" lo maledisse Killian. Poi, dal suo massiccio torace,
spruzzò spessi fili d'inchiostro che formarono sbarre di tela attorno al suo
avversario. Vickus schivò agilmente ogni attacco e gli scagliò contro globi di
incantesimi spinosi. Killian evitò i colpi e ricambiò con una maledizione
d'inchiostro dopo l'altra.
Killian era sconvolto dalla purezza del suo stesso potere —
dal pericolo insito in esso. Ogni attacco sembrava più distruttivo del
precedente e ognuno veniva sferrato senza un briciolo di rimorso. Non passò
molto tempo prima che l'intera area fosse coperta dalle spesse tele nere nate
dal suo flagello.
Ora Vickus ansimava per la fatica. L'energia della peste era
quasi esaurita. In un ultimo sforzo per sconfiggere Killian, il giovane
Germoglioscuro evocò dal terreno una sferzante schiera di radici d'albero che
cercarono di sopraffarlo. La mossa lo lasciò scoperto per un istante e, vedendo
lo spiraglio (proprio come aveva fatto Razineth a lezione), Killian scagliò una
tagliente t dalla lingua. La freccia d'inchiostro nero sfrecciò
attraverso la taverna e si conficcò nel petto di Vickus. Senza perdere tempo,
Killian avvolse Vickus nelle sue tele, lasciandolo impotente come una mosca.
"Gelosia infinitesimale, viscido sacco di
malinconia," sussurrò Killian, avvicinandosi a lui. "La tua preziosa
Dina ha pietà di te. Lei è una creatura che non avrai mai, non importa quanto
tu cerchi di coprire il tuo fetore!"
Mentre parlava, ogni briciolo di inchiostro teso nella
stanza, inclusa la freccia, penetrò nel corpo di Vickus. Killian guardò gli
occhi del suo avversario sbiadire dall'oro al nero.
"Killy!" gridò Dina, con la voce spaventata.
Lui sollevò lo sguardo verso di lei, fissando direttamente
un volto terrorizzato che lo supplicava di non andare oltre. Il suo sguardo si
spostò poi su Fannessa, che mostrava l'atteggiamento opposto, contemplando la
battaglia con diabolico diletto.
"Rendi tuo padre orgoglioso, Killian Lu!" lo
incitò Fannessa, spronandolo a sferrare il colpo finale.
Killian tornò a voltarsi verso Vickus, i cui occhi neri
erano ora spalancati dal terrore, con l'anima che andava in pezzi. La sua
vittima aveva iniziato a cedere, e a Killian tornò in mente quanto fosse
orribile sentirsi distrutti — soffrire da soli nell'oscurità.
Io non voglio questo, pensò Killian, con la coscienza
che si ribellava. Non voglio farti del male.
Killian aprì la bocca per revocare le maledizioni, ma con
suo grande sgomento non ne uscì alcun suono. Ci riprovò con più forza, ma sentì
la misericordia bloccarsi in gola, come se qualcosa dentro di lui — qualcosa di
oscuro e malevolo, risvegliato dal decotto che Fannessa gli aveva dato — stesse
frenando i suoi sforzi. Lanciò un secondo sguardo verso Fannessa e la trovò a
fissarlo con occhi che lanciavano pugnali, frustrata dal fatto che lui non
avesse sferrato il colpo finale. Era stata davvero opera sua.
Il tempo per salvare Vickus stava per scadere. Rimasto senza
voce e senza altre alternative, Killian recuperò nuovamente dalle vesti il
racconto del Muto e ne aprì le pagine. Doco, animato dallo stesso intento e in
ansiosa attesa dell'opportunità di rendersi utile, scattò in azione,
trasformandosi in due mani cariche d'inchiostro che mimarono una frase
semplice.
Tu — sei — abbastanza.
Fin dal loro primo scambio, Killian aveva visto un uomo
intensamente logorato dalla gelosia e da una profonda paura di essere ignorato.
Vedere Killian mano nella mano con Dina aveva scatenato entrambe le emozioni.
Ciò che lo avrebbe salvato, ciò che Killian poteva infondergli, era la fiducia.
Questo era ciò che poteva creare, e ciò che sarebbe durato.
Killian ripeté rapidamente la frase con le proprie mani,
concentrando la sua intenzione. All'istante, una luce bianca si propagò da lui,
costringendo le zampe di ragno a ritirarsi nel suo corpo. Poi, proprio come
l'infermiera aveva fatto per salvare lui, richiamò gli incantesimi d'inchiostro
sinuosi fuori dal corpo dell'avversario. Ma fece di più: li infuse di pura
magia bianca, li arricchì con la sua buona intenzione e li rimandò dritti nel
cuore del Germoglioscuro. Gli occhi di Vickus iniziarono a brillare come due
soli splendenti e il suo corpo fu percorso da una guaritrice luce dorata. La
sua paura era stata sostituita dalla gioia. Killian colse persino un sorriso
che si accennava sulle labbra del giovane, prima che questi posasse la testa
per riposare. Con quello, il duello si concluse.
Gli applausi piovvero dall'alto e la musica riprese a
suonare mentre la taverna tornava al suo stato precedente. Killian non aspettò
che le cose si calmassero, ma si diresse direttamente in bagno.
Una volta dentro, corse al lavandino, aprì il rubinetto e
iniziò a raccogliere manciate d'acqua per portarle alla bocca. La gola gli
sembrava in fiamme e ogni sorso sembrava solo far divampare l'incendio.
"Allora... cosa è successo là fuori?" domandò
lentamente Fannessa, con voce quasi sinistra, entrando nella stanza dietro di
lui. Si chiuse la porta alle spalle a chiave. "Avresti potuto
distruggerlo."
"Non era... giusto," ansimò Killian, rimettendo la
bocca sotto il rubinetto.
"'Viscera la preda che sei venuto a cacciare e
banchetta con essa.' Non è forse questo che ti ha detto di fare tuo
padre?"
Killian le scagliò un'occhiata feroce. Era la terza volta
che citava frasi dette a lui in privato. Lo aveva forse seguito?
"Sì, ti ho seguito," ammise lei. "Ti teniamo
d'occhio da molto, moltissimo tempo."
Killian iniziò ad allontanarsi da lei, ormai confuso e
sempre più spaventato.
"Cosa... c'era... in quella... bevanda?" pretese
di sapere.
"Nulla di particolare — un po' di birra, erbe e un
pizzico di magia degli Oriq per reprimere tutto quel senso di colpa che ti
porti dietro."
Fannessa protese entrambe le mani e avanzò lentamente verso
di lui. Una vivida scintilla scoccò nello spazio sopra le sue mani, crescendo
fino a diventare una sfera rotante di fuoco viola. La sfera continuò a
espandersi e a torcersi, assumendo infine la forma di un elmo nero e lucente.
Killian si irrigidì alla sua vista, riconoscendo la maschera degli Oriq. Anche
Fannessa fu avvolta da fiamme viola che bruciarono le sue vesti di Pennargento,
rivelando al di sotto la frastagliata armatura grigia degli Oriq. Il nemico era
giunto da lui, e nel momento in cui era più vulnerabile.
"Un maestro d'inchiostro con una coscienza non fa un
Eloquente," disse Fannessa con un sorriso.
L'elmo lasciò le sue mani e fluttuò verso Killian.
"Il nostro leader vede una grande promessa in te,"
continuò lei, "ma la strada verso il tuo vero destino è piena di terrori
per i quali nessuno a Strixhaven potrebbe mai prepararti. Guardati adesso — la
tua voce sacrificata per loro, per Razineth, per le aspettative di tuo padre.
Tutti quei grandi discorsi e quella spavalderia per cosa?" Gli girò
intorno mentre parlava. "Il potere che hai richiamato mentre duellavi con
quel patetico Germoglioscuro, senza le innumerevoli ore di addestramento, senza
paura, senza empatia... è quello di cui avrai bisogno per diventare ciò che sei
destinato a essere."
"E cioè?" chiese Killian, con gli occhi fissi
sulla maschera.
"Libero."
L'elmo si abbassò fino a raggiungere le mani di Killian.
Lentamente, il ragazzo lo afferrò. Un momento di forte tensione passò tra i
due. Sembrava che la bevanda che lei gli aveva dato avesse fatto molto più che
potenziarlo: lo aveva reso innaturalmente suscettibile ai suoi suggerimenti.
Una pressione crescente nella testa gli faceva percepire il cranio come sul
punto di esplodere. Voleva che tutto finisse — i rimpianti, le delusioni, le
aspettative — e, in quel silenzio, accarezzò l'idea di scomparire nel fuoco
viola degli Oriq.
"Indossa la maschera, Killian Lu." Lei si trovava
adesso alle sue spalle. Un elmo nero si manifestò sulla testa della ragazza,
l'ultimo passo della sua trasformazione. "Unisciti a noi. Insieme,
distruggeremo ogni ostacolo sul nostro cammino."
In quel preciso istante emerse Doco, ancora pervaso dagli
incantesimi del Muto. lo scarabocchio fluttuò tra Killian e l'elmo, fissando gli
occhi doloranti di un amico che cercava disperatamente una risposta. Con un
cenno d'intesa, Doco si sciolse in un refolo d'inchiostro e scrisse un semplice
messaggio nell'aria davanti a lui:
Noi non distruggiamo. Noi creiamo.
Killian inspirò profondamente, sentendo un peso sollevarsi
dalle sue spalle — una libertà improvvisa derivata dall'accettare finalmente
chi voleva essere davvero. Scosse lentamente la testa, rifiutando l'offerta
degli Oriq. La maschera evaporò immediatamente dalle sue mani.
"Patetico piccolo furetto," imprecò Fannessa. Il
rumore della sua magia d'inchiostro che sciabordava sopra di lui gli risuonò
nelle orecchie mentre cominciava a dare forma alle sue parole. Ogni massa
fluida emise un nitido sibilo trasformandosi in stalattiti frastagliate sopra
la sua testa. "Non sei degno degli Oriq. Sei un misero, insopportabile
idiota. E morirai come tale."
All'improvviso, Killian sentì urla e colpi di incantesimi
echeggiare all'esterno. Un'altra battaglia stava infuriando oltre la porta, ma
questa era decisamente più grande della prima.
"Non pensavi che sarei venuta da sola, vero?" si
sbeffeggiò Fannessa. Tese la mano, con l'intero corpo avvolto da spirali
d'inchiostro e lambito dal fuoco viola. "I nostri cacciatori di maghi li
spazzeranno via tutti... inclusa la tua piccola amichevole fidanzatina."
Doco si trasformò di nuovo in tre simboli manuali e, senza
voltarsi, Killian li replicò con le proprie mani. Luce — porta — luce.
All'istante la stanza fu percorsa da una accecante magia bianca. Una sfera
vorticosa di luce dorata lo circondò, respingendo le lance affilate che
Fannessa scagliò nella sua direzione. Tutto ciò che veniva toccato dalla luce
sembrava risplendere come il sole. E come il sole, lui si sollevò alto
nell'aria.

Fannessa gli scagliò contro le sue maledizioni, ma nessuna riuscì a penetrare la luce. Killian ripeté gli stessi gesti compiuti per creare lo scudo e la sfera luminosa crebbe finché alla fine non la travolse, bloccandola sul posto. Avvicinandosi e fissandola nei suoi occhi selvaggi e spaventati, Killian batté la lingua contro la parte posteriore dei denti e rilasciò una morbida t. Una freccia, dorata e luccicante, intrisa di una virtuosa intenzione, si materializzò nell'aria. Scivolò dolcemente e si conficcò in lei.
Invoco la misericordia in te.
La ragazza cacciò un urlo ultraterreno prima che i fuochi
che le divampavano negli occhi si ritirassero, trasformandosi in quiete pozze
dorate. Poi, all'improvviso, la porta della stanza esplose. Come un masso
catapultato, una creatura corazzata con arti da artropodo ripiegati su se
stessi sfrecciò oltre Killian, attraversando la stanza a tutta velocità. Mentre
planava sopra Fannessa, i suoi segmenti si aprirono e diverse zampe
ticchettanti la raccolsero. Continuando la sua carica, la creatura si schiantò
contro la parete e fuggì nel cielo.
Killian e Doco si lanciarono subito al loro inseguimento,
planando attraverso l'enorme squarcio lasciato nella struttura. Si fermarono
appena fuori e fissarono le nuvole squarciate che il nemico si era lasciato
alle spalle. Fannessa e il cacciatore di maghi erano spariti. Ma fuori la
battaglia stava ancora infuriando, poiché altri due cacciatori di maghi erano
all'attacco. A zanne scoperte, le ripugnanti creature sferzavano le loro code
simili a lance con incredibile precisione, squarciando i corpi degli studenti
che le affrontavano. Qualsiasi attacco venisse scagliato contro i mostri veniva
schivato, come se avessero previsto il colpo in anticipo. I cittadini di
Strixhaven stavano rapidamente perdendo la battaglia.
Fortunatamente, Killian aveva studiato quelle creature; suo
padre si era assicurato che lo facesse. Le aculei luminosi che si estendevano
dai loro crani corazzati erano la chiave per individuare la magia e
permettevano loro di evitare facilmente gli attacchi.
Doco scattò in azione, dividendosi in venti gocce nere che
ruotavano in cerchio attorno a Killian. Ognuna si modellava nella forma di un
segno manuale del libro mentre gli passava davanti, e Killian ne replicava il
simbolo con le proprie mani. Le forme scorrevano davanti ai suoi occhi sempre
più veloci, e sempre più velocemente lui le copiava, finché Doco non divenne
una spirale vorticosa di inchiostro nero e il linguaggio dei segni non divenne
fluido.
Invoco la pace in voi adesso, affinché la luce possa
scacciare l'oscurità.
Proprio in quel momento, l'intenso bagliore degli aculei dei
cacciatori di maghi si affievolì, sostituito da un'increspatura biancastra.
Accecati, i cacciatori di maghi presero a fustigare selvaggiamente l'aria con i
loro artigli, nel disperato tentativo di difendersi da nemici invisibili. Gli
incantesimi di Killian fluirono come acqua lungo le loro schiene e le loro
code, consumandone le estremità e immobilizzandoli.
"Killian Lu! Li ha bloccati!" gridò Vickus, di
nuovo nel pieno delle forze, sferzando le bestie con rami carichi di spine.
Incrociò lo sguardo con Killian e i due si scambiarono un cenno di rispetto tra
guerrieri — una complicità tutta nuova. "Attaccate con tutto quello che
avete!"
I maghi feriti eseguirono l'ordine, formando un cerchio massiccio attorno alle bestie tremanti e scagliando ogni incantesimo a disposizione del loro arsenale. I cinquanta studenti scaricarono una pioggia di magie differenti provenienti da ogni accademia di Strixhaven contro i mostri, penetrando la loro corazza e frantumandola. L'attacco finale arrivò da Dina, che scagliò un'enorme sfera di pulsante magia color berillio contro le orride creature, riducendole in pezzi. Con la fine dei mostri ormai certa, gli occhi di tutti i maghi si volsero verso il cielo, puntati su Killian, colmi di ammirazione per ciò che aveva fatto. Avevano vinto, ed era stato merito suo.
"Anche se non siamo più nella taverna," disse la
voce di Dina dall'altro lato del muro, "sembri proprio qualcuno che ha
bisogno di bere qualcosa, Killy."
Giro l'angolo con il suo tipico fare spensierato, come se la
battaglia non fosse mai avvenuta. Il suo viso risplendeva ora di un'incantevole
luce verde che rifrangeva la fluorescenza del liquido che stava versando in una
piccola ciotola di legno. L'odore che esalava da quel sospetto miscuglio era
sufficiente a far rivoltare lo stomaco di Killian... cosa che quasi accadde. Ma
lui non si oppose. Pregò in silenzio e si preparò al trattamento che lei aveva
da offrirgli.
"Uno degli studenti a cui faccio da tutor si è messo in
testa che i miei tè fossero micidiali," disse Dina, portando un dito sotto
il mento di Killian e inclinandogli la testa all'indietro. "Io non sono
d'accordo. Le mie miscele sono ricche di erbe studiate per guarire disturbi
come quello della tua voce. Questo lotto è uno dei miei preferiti e ha solo
pochi effetti collaterali. Giù il primo sorso."
"Io non lo farei," esclamò all'improvviso Vickus.
La sua voce era più leggera ora, velata da un sorriso. "Le erbe della
palude a volte possono far... sciogliere gli organi umani. Meglio farsi vedere
da un'infermiera." Dina lo squadrò da sopra la spalla mentre lui si
avvicinava. "Oh, e quello era un regalo per me. Grazie, Dina. Serve
aiuto?"
Vickus tese la mano a Killian, e Killian la afferrò.
"Allora le voci sono vere," esordì il ragazzo una
volta che Killian fu in piedi. "Voi di Pennargento siete un gruppo feroce.
Sai, prima che i cacciatori di maghi attaccassero, quella ragazza con cui eri
ha fatto sapere a tutti noi che Strixhaven sarebbe bruciata e che saremmo
periti tutti per mano degli Oriq. Ha detto cose davvero malvage. È riuscita a
scappare?"
La fin troppo familiare fitta del fallimento trapassò il
petto di Killian. Nonostante quel risveglio e l'accettazione dell'incredibile
potere che viveva in lui, aveva lasciato fuggire il nemico. Forse suo padre
aveva ragione. La magia di luce non era stata sufficiente a consegnare il
nemico alla giustizia.
"Bene," disse Vickus.
Killian lo fissò, confuso e colto di sorpresa.
"L'hai cambiata," intervenne Dina.
Vickus, stringendo ancora la mano di Killian, vi pose sopra
l'altra con calore. "Se quello che ha provato è minimamente vicino a ciò
che tu hai fatto provare a me," continuò Vickus, "non sarà mai più la
stessa. E quel cambiamento si diffonderà oltre lei, verso gli altri Oriq,
mutando i loro cuori e allontanandoli dalle loro terribili vie. Hai creato un
modo per condurli alla luce. Nemmeno il Decano dell'Ombra potrebbe
negarlo."
Killian sorrise, quasi arrossendo per i loro elogi. Avendo
assistito allo scambio, Doco emerse e si appollaiò sulla spalla di Killian.
Lo scarabocchio ribollente diede al suo compagno una calorosa spinta di
congratulazioni, incoraggiandolo a dare ascolto a ciò che avevano detto e a
credere loro. La luce che aveva negato per così tanto tempo aveva fatto più di
quanto la sua magia nera avrebbe mai potuto fare: aveva creato un cambiamento.
Scrosci di applausi in lontananza spinsero gli occhi di
Killian verso l'orizzonte. Lì vide, vibranti nella luminosità del secondo sole,
i volti sorridenti e provati dalla battaglia dei suoi compagni, i suoi
invincibili commilitoni, che avevano assistito al potere della sua luce.
Scorrendo la fila, Killian incrociò improvvisamente lo sguardo di suo padre.
Embrose, a braccia conserte e con il volto severo, si trovava in mezzo alla
folla insieme a diversi professori, anch'essi arrivati giusto in tempo per vederlo
trionfare. La Decana Shaile e Razineth stavano ai suoi lati, celebrando la
vittoria di Killian insieme agli altri.
Killian si raddrizzò, tenendo la testa alta, e sostenne lo
sguardo del padre. Non si trattava di un'espressione di sfida, ma di un gesto
di pace — la speranza di un compromesso tra due ideali opposti che finalmente
si incontravano nel mezzo.
Il cosmo è vasto, e gli Eloquenti non sono gli unici a
plasmarlo. Le parole risuonarono forti nella mente di Killian e, con tutta
la sua intenzione, le diresse dritto nel cuore di suo padre. Un lampo di luce
brillò negli occhi di Embrose. Killian poté vedere che il messaggio era stato
ricevuto. Ma sarebbe stato accettato?
Passò un breve istante tra loro prima che Killian vedesse un
piccolissimo fremito contrarre un lato della bocca di Embrose — era quello che
si potrebbe considerare l'inizio di un sorriso, un segno di moderata
approvazione. Quel gesto spinse persino suo padre a sollevare il capo un
pochino, inviando un'energia calorosa nella direzione del figlio.
All'improvviso, Killian avvertì una forte fitta al palmo della mano. Lo voltò,
e vide una scritta impressa in patriscrit sulla pelle chiara.
"Io posso creare," disse Killian ad alta voce.
Mentre l'inchiostro svaniva, respirò l'aria fresca, ormai intrisa della speranza di un nuovo destino davanti a sé. Era finalmente giunto il momento per lui di uscire dall'oscurità dell'ombra per entrare, una volta per tutte, nella luce del sole. Era pronto.


