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Strixhaven: Scuola dei Maghi · 2021
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Una Voce Silenziosa Chiama

Killian Lu è uno studente prodigio di Pennargento, l'accademia composta dai migliori studenti. Si dimostrerà uno dei più pote

Side Story
looks_one Story #: 10 of 10 tag Global #: 197 of 198 total calendar_today Year: 2021 extension Expansion: Strixhaven: Scuola dei Maghi person Author: Marcus Terrell Smith
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Ventitré studenti di Pennargento, l'Accademia dell'Eloquenza, stavano sull'attenti lungo il bordo esterno del Palco della Rosa, mentre sei di loro erano accovacciati, piegati in due dal dolore, faticando a soffocare i propri pianti strazianti. Che fossero in piedi o meno, si erano posizionati tutti in cerchio, guardando insieme colui che era considerato il migliore tra loro — Killian Lu — mentre preparava una maledizione destinata a fare a pezzi il Professor Razineth.

Killian, Ink Dualist
Killian, Duellante d'Inchiosto | Art by: Ryan Pancoast


La lezione di quella mattina prevedeva un duello improvvisato sui Sette Atteggiamenti Fonetici: tono, ritmo, altezza, posizionamento, risonanza, acustica e volume. Killian, come i suoi compagni, aveva ipotizzato che Razineth, il rinomato esaminatore del corso di Intenzione e Sottotesto II, stesse usando quel duello come un semplice esercizio didattico. Con loro sorpresa, invece, Razineth si era rivelato implacabile e feroce nei suoi attacchi. Quel maestro d'inchiostro kor dal viso terreo, con il suo elusivo braccio d'inchiostro d'ombra, aveva superato facilmente i loro amuleti protettivi del cuore, squarciando i loro giovani spiriti come un coltello caldo nel burro.

A Killian era stato assegnato il volume. Era in assoluto il più difficile degli atteggiamenti da padroneggiare, per non parlare del controllarlo, e sapeva che l'attacco imminente avrebbe richiesto ogni briciolo della sua energia, sia per essere generato che per essere mantenuto. Data la sua reputazione stellare — era il figlio del grande Decano Embrose Lu — si trattava, ovviamente, di un compito calcolato; una mossa sicuramente orchestrata in combutta con suo padre, che, naturalmente, stava guardando da lontano, sempre a caccia di un qualsiasi margine di miglioramento.

Killian piegò le ginocchia e piantò i tacchi nel terreno. Lentamente e costantemente, iniziò a riempirsi i polmoni. Poi, come se stesse eseguendo le mosse provate di una danza mistica, fece oscillare le braccia nell'aria, evocando spesse corde di inchiostro che vorticarono intorno a lui per poi confluire in tre massicce sfere sospese sopra il palco.

"Wow," disse Razineth con sarcasmo. "Qualcuno allora ha preso sul serio le meditazioni estive." La sua voce era simile a un sibilo, stridente e serpentina, e le sue parole venivano trasmesse attraverso il suo mutevole scarabocchio che strisciava sopra il palco.

Killian pensò per un momento al proprio scarabocchio, Doco, e si rammaricò della sua assenza dal combattimento. Embrose riteneva che quella creatura fosse una distrazione e aveva esortato Killian a non fare mai affidamento sugli altri per combattere le sue battaglie. Doco non avrebbe combattuto il duello; mi avrebbe semplicemente aiutato qua e là. Killian sentì i denti digrignare per la frustrazione.

All'inizio della lezione, Razineth aveva dichiarato che si sarebbe imposto un limite per livellare il campo del duello, usando solo consonanti sorde in battaglia per dimostrare che un grande potere può risiedere nelle cose più piccole. Con lui, il semplice sibilo di una s trasformava la sua magia d'inchiostro in pugnali affilati, e lo schiocco di una p espelleva raffiche di cannone capaci di scuotere la terra.

"Allora?" disse il professore, con il volto duro e non impressionato dall'esibizione di Killian. "Il potere risiede nel respiro, ragazzo. Respira."

Killian interruppe i suoi movimenti al comando. Le massicce sfere d'inchiostro che aveva evocato rimasero congelate nel tempo, sospese in aria come macigni penzolanti.

"Ti accontenterei volentieri, professore," sussurrò Killian, "ma il fetore del tuo alito ha avvelenato l'aria!"

All'insaputa di Razineth, una linea d'inchiostro, più sottile della tela di un ragno, strisciava verso l'alto dal terreno come una lunga vite alle sue spalle; al tagliente insulto di Killian, questa scattò afferrando il professore, avvolgendogli il collo, il braccio sano e le gambe. Quattro rapide s sibilate tra i denti di Razineth recisero nettamente le catene d'inchiostro, ma nel tempo impiegato per liberarsi, Killian aveva già scagliato una delle sue sfere d'onice contro di lui. Un attimo prima dell'impatto, Killian vi urlò contro:

"Non è il momento di applaudire i tuoi sforzi, quando il nostro duello è appena iniziato!"

A quella frase, la sfera esplose e nei punti in cui caddero i suoi frammenti balzarono immediatamente troll fatti d'inchiostro che impugnavano martelli e asce. In risposta, un interminabile shh esplose dalla bocca del professore, evocando un'ondata d'inchiostro che si riversò dal suo braccio d'ombra e lo coprì in una sfera nera protettiva. I troll si misero a colpire febbrilmente lo scudo, ma così facendo venivano istantaneamente assorbiti, facendolo crescere ancora di più.

Killian scagliò rapidamente un altro masso d'inchiostro al suolo, urlando ancora più forte di prima. "Shh?! Quel suono rilassante di acqua corrente starebbe meglio se tu vi stessi annegando dentro!" Alla sua maledizione, il masso si trasformò in una colonna nera delle dimensioni di una torre, solida come la pietra. L'obelisco d'ossidiana si abbatté sullo scudo di Razineth come il martello di un fabbro sul metallo incandescente e informe, aprendo profonde crepe su ogni lato. Razineth rispose con una rapidissima raffica di t che, uscendo dalla sua bocca, si trasformarono in mille frecce nere capaci di decimare interamente la colonna. Quella dimostrazione lasciò Killian senza parole. Vedendo uno spiraglio, Razineth diresse le frecce contro di lui.

"Parassita decrepito!" imprecò Killian, permettendo all'istinto di sopravvivenza di superare momentaneamente le battute di spirito. "Serpente viscido!" All'istante, ogni frammento della colonna in frantumi si trasformò in corvi che intercettarono ogni freccia diretta al suo cuore. Poi, digrignando i denti, Killian radunò tutto il volume e il vetriolo che poté e li riversò nella sua ultima sfera.

"MUSCOLI SPRECATI! TENDINI SVUOTATI!

BESTIA SENZA AMORE DA UNA SCHEGGIA NATA!

MISERO SERVO FRUSTATO E MARCIO,

A DIR POCO UN FANNULLONE DA STRACCIO!"

Il cielo sopra di loro si oscurò mentre il masso si appiattiva in un disco vorticoso che sembrava estendersi per miglia. Un punto apparve improvvisamente al suo centro, l'inizio di un violento ciclone, e in meno di un battito di ciglia si abbatté al suolo, travolgendo il professore nella sua tempesta. La gola di Killian bruciava e sentiva il sapore del sangue, ma non poteva cedere:

"CAROGNA CAUSTICA, RIGURGITO DI RANCIO,

SACCO DI GAS SCHIFOSO DA LANCIO!

PIENO DI PIAGHE, DI GUAI INFETTATO,

SCORIA BRUCIATA E CORPO SCIACQUATO!"

Il veleno fortificò la sua ultima spinta per vincere la sfida, e attraverso il maelstrom vorticoso Killian scorse la sagoma di Razineth che lottava contro quell'esplosione di potere. Stava vincendo! I suoi occhi si spalancarono per l'aspettativa. Cercò lo sguardo dei sei compagni precedentemente colpiti dal professore, aspettandosi di vedere nei loro occhi la gioia della rivincita, ma vi trovò solo dolore — pietà per un'altra anima sfortunata che presto si sarebbe unita a loro nella miseria. E lui ne sarebbe stato la causa.

Fu in quel momento che Killian lo sentì — il dolore bruciante del colpo che avrebbe posto fine a quel violento scontro. Mentre era distratto, una sommessa t era sfuggita alla lingua di Razineth. Si guardò il petto e vide la punta della freccia nera e gocciolante che lo aveva trafitto da parte a parte. Cadde in ginocchio, lottando per estrarla prima che l'inchiostro gli penetrasse dentro.

Guardò i suoi compagni di classe per l'ultima volta e incrociò lo sguardo arrossato di Fannessa Fjyorne. Il suo Atteggiamento dell'altezza era stato calpestato da una mandria di cavalli di inchiostro selvaggi evocati da Razineth. Non erano amici e a malapena conoscenti; lei era una nuova studentessa e si erano scambiati a malapena un cenno di saluto dall'inizio del trimestre. Ciò nonostante, possedeva una gravità che attirò gli occhi di lui nei suoi. Gli rivolse un sorriso empatico di solidarietà. Killian le fu grato per quello.

Un attimo dopo, l'inchiostro del professore prese il sopravvento. Killian fu immediatamente sopraffatto da una totale disperazione e tristezza. Il suono schiacciante eppure familiare degli stivali dalla suola dura di suo padre che si allontanavano da lui risuonò dolorosamente nella sua immaginazione; poteva persino sentire il peso dei numerosi volumi di poesia bellica che suo padre gli avrebbe messo tra le braccia. Lo attendeva un lungo pomeriggio di studio. Mentre le lacrime gli rigavano il viso, si piegò in due e, come i sei caduti prima di lui, cedette a una crudele sconfitta.

Ci volle gran parte del pomeriggio perché Killian tornasse in sé. Fu incessantemente tormentato da attacchi di depressione e terribili allucinazioni, finché la maledizione a tentacoli d'inchiostro del professore non fu rimossa dalla sua colonna vertebrale e dalla gabbia toracica. Se fosse stato colpito da una seconda freccia, Killian si sarebbe sicuramente squarciato la carne da solo.

L'ultima allucinazione lo riportò al Liceo Loquace, l'intenso terreno di addestramento nascosto tra i numerosi corridoi del Biblioplex. Il corso era obbligatorio, ma destinato solo agli studenti degli ultimi anni di Pennargento. Killian, su suggerimento del padre, aveva sostenuto il test per entrare e, come previsto, lo aveva superato a pieni voti. Il Liceo ospitava una foresta incantata e in continua crescita che travolgeva e soffocava chiunque rimanesse intrappolato sotto le sue foglie. Maledire la flora senza sosta era l'unico modo per sfuggire a morte certa. Questa era una sfida che era stata affrontata da centinaia di maestri d'inchiostro per decenni, incluso Embrose, e Killian vi era sopravvissuto. In quel ricordo distorto dalla maledizione, tuttavia, le piante gridavano orribilmente, come soldati feriti che supplicavano per la propria vita mentre lui era costretto ad abbatterle senza pietà. Il cuore gli faceva male alla vista di tanta distruzione, e odiava se stesso per aver distrutto così tante cose belle.

Killian aprì gli occhi e si ritrovò a fissare un'infermiera pennamante dal viso gentile, circondata da un'increspatura di luce dorata. Era in infermeria, riposava su una morbida brandina. La luce del sole entrava dalle alte finestre di pietra, facendo risplendere l'intera stanza della stessa tonalità dorata dell'infermiera — una brillantezza rifratta nelle ali bianche da gufo della Decana Shaile. Era in piedi all'ingresso della stanza, mentre osservava l'infermiera estrarre un altro filamento dell'inchiostro di Razineth dal petto nudo di Killian.

"Poesia bellica," esordì la Decana Shaile. "Una magia così antica trova la sua strada solo verso i più diligenti di Pennargento. Tuo padre sarebbe... diciamo... moderatamente soddisfatto?"

Killian si schiarì la gola diverse volte, sentendo ancora pesante il peso del duello.

"I maghi come te, figlio del grande Embrose Lu," continuò la decana con un sorriso quasi cinico, "possono avventurarsi in profondità inimmaginabili di potenziale — sia nella luce che nell'oscurità. Ti avverto, però. Devi imparare ad accogliere la luce di tanto in tanto. Fa bene all'anima."

"La magia bianca non è efficace in battaglia, temo," rispose Killian, proprio prima che l'infermiera rimuovesse dal suo cuore l'ultimo filamento di dolore risvegliato.

"Al contrario," replicò Shaile. "La battaglia è proprio il momento in cui è più efficace. Può vincere la guerra."

Killian fissò gli occhi gentili della decana, aspettandosi dell'altro. I consigli che elargiva non erano mai sbrigativi; il suo obiettivo era sempre quello di trasmettere una saggezza duratura attraverso il pensiero critico. Lei e suo padre differivano in questo, il che alimentava il loro rapporto conflittuale. Nella visione del Decano dell'Ombra, la saggezza si otteneva solo attraverso il rinforzo negativo. Come avrebbero mai potuto andare d'accordo?

"Come un buco in un arazzo," continuò lei, "la luce può perforare anche l'oscurità più ostinata. Ma per quanto ci provi, e sebbene a volte possa attenuarla, l'oscurità non potrà mai perforare la luce."

Killian rifletté per un momento sulle sue parole, ma i suoi pensieri furono interrotti da un dolore alla mano. Sussultò, grattandosi il palmo.

"Niente riposo per chi è guardingo, suppongo," disse Shaile con un sorriso, conoscendo bene quella reazione negli studenti di Pennargento.

Killian balzò immediatamente in piedi, afferrò le sue vesti e marciò verso la porta. Prima di uscire, Shaile lo fermò posandogli una mano leggera sulla spalla.

"Il cosmo è vasto," disse con un tocco di spirito materno, "e gli Eloquenti non sono gli unici a plasmarlo. Non spendere tutta la tua magia in un solo posto."

Killian si diresse dritto verso i moli — la via più veloce per il Biblioplex, e suo padre si sarebbe mosso lungo il fossato. Il luogo dell'incontro era stato scritto sul suo palmo in patriscrit, ovvero l'inchiostro genitoriale, che gli insegnanti e i genitori degli Eloquenti usavano per ricordare ai figli gli appuntamenti imminenti o le cose che dimenticavano spesso. Senza contare che prudeva da morire finché ciò che vi era scritto non veniva pronunciato ad alta voce.

"Semantica," disse Killian. Il patriscrit svanì.

Arrivò al Molo XVII giusto in tempo per vedere la barca diretta a Semantica che si staccava. Immediatamente si lanciò in uno scatto. Poi, raggiungendo il bordo del molo, balzò in avanti.

"Come pietre salde, scure e di passaggio, le acque sotto i piedi mi diano il viaggio."

Killian pronunciò l'incantesimo ad alta voce mentre volava in aria, e le acque risposero di conseguenza — increspandosi di energia bianca che formò diversi punti solidi su cui ogni piede sospeso poteva atterrare. Passo, passo, passo. E con un balzo finale, toccò il ponte della barca.

Killian preferiva l'isolamento ma, con suo disappunto, non avrebbe fatto quel viaggio da solo. Seduta all'estremità opposta della barca c'era un'altra studentessa di Pennargento, che si girò al tonfo dei suoi piedi e tirò indietro il cappuccio.

"Quindi è così che il grande Killian Lu non arriva mai in ritardo a nulla," lo stuzzicò Fannessa con un sorriso. "La magia di luce serve a qualcosa, a quanto pare."

Era una cosa che direbbe suo padre.

Killian sospirò mentre si sedeva di fronte a lei. Fannessa si rilassò sulla sedia, con le due lunghe trecce scure che le oscillavano sulle spalle, e lo squadrò con occhi dalle sfumature color lavanda che risaltavano sulla sua pelle mogano. Killian intuì che era il tipo di persona in grado di passare senza sforzo da uno stato solare e vivace a uno calcolatore e misterioso in un lampo.

"Allora, quel Razineth, eh?" esordì lei. "Prende quel corso maledettamente sul serio, non è vero?"

"È un corso serio," rispose Killian chiaramente.

"Vero. Ma una freccia al cuore è piuttosto spietata."

"È stato un duello di successo."

"Di successo?"

"Ho imparato una nuova debolezza. Ho esitato. Non succederà più."

Fannessa fece un sorrisetto, affascinata dalla sua risposta.

"La misericordia è per i folli," dichiarò. Lui annuì per riflesso. Suo padre aveva detto la stessa cosa molte volte. Per quanto si sforzasse, però, era un motto che Killian non poteva fare davvero suo.

"In ogni caso, sei stato davvero incredibile oggi. Un potere così oscuro e grezzo. Avresti potuto uccidere un mago inferiore." Sorrise. "Sarebbe stato uno spettacolo da vedere."

"Non stavo cercando di ucciderlo," disse rapidamente Killian. "Io non voglio uccidere... stavo solo cercando di vincere."

Fannessa scivolò sul bordo del sedile e si sporse ancora più vicina, assorbendo la sua nuova energia nervosa. Lo guardò mentre si toccava la pelle del collo, massaggiandosi la gola.

"Ti sei fatto male?"

"No," disse Killian bruscamente. "Sto... starò bene."

Le sue sopracciglia si sollevarono come se un'idea fantastica stesse prendendo forma. "Sai, un uccellino mi ha parlato di un elisir in grado di guarire il mal di gola in pochi minuti. Potrei conoscere una ragazza che conosce un tipo al Capolinea dell'Arco capace di prepararne uno senza problemi."

"Il Capolinea dell'Arco è per i fannulloni e i ritardatari," disse Killian. "Ci sono regole secondo le quali un Lu deve comportarsi."

"Così ho sentito," quasi cantilenò lei con un sorriso malizioso. "Potresti doverne infrangere una. O tornare di nuovo in infermeria. Al Decano Lu non piacerebbe affatto."

"Non posso."

"Giusto." Si risedette, senza fare alcuno sforzo per nascondere la sua disapprovazione. "Strixhaven dopotutto è un istituto di istruzione. Niente di più." Si alzò in piedi. "Niente riposo per chi è guardingo, suppongo."

Quest'ultima frase colse Killian di sorpresa. Era la stessa che la Decana Shaile gli aveva rivolto appena prima che lasciasse l'infermeria.

La barca urtò improvvisamente contro il molo di Semantica. Con un aggraziato balzo all'indietro, Fannessa scivolò su un'altra imbarcazione che passava di lì — una diretta verso il Capolinea dell'Arco.

"Dovresti uscire al sole ogni tanto, Killian Lu," disse, gettandosi le trecce dietro le spalle. "Non siamo fatti per crescere nell'ombra."


 Killian rimase seduto per un momento mentre la barca di lei scompariva, riflettendo sulle sue parole e sapendo esattamente a quale ombra si stesse riferendo. Sentì un calore nervoso salirgli sulla pelle mentre la sua mente ricominciava a rimuginare. Un altro scossone da parte dell'imbarcazione, indispettita dal fatto che lui non fosse ancora sbarcato, lo salvò dalla spirale dei suoi pensieri.

Scattò su per la scalinata di pietra che conduceva al Biblioplex e attraversò in fretta l'ampio salone centrale. Divincolandosi senza sforzo tra frotte di studenti impegnati in gioviali conversazioni non accademiche, si diresse verso un alto arco di pietra su cui erano incise le parole Salone di Semantica.

"Killian Lu!" lo chiamò all'improvviso una voce maschile. Dall'oscurità dell'arcata apparve la mole imponente di Quintorius, uno studente di Archeorocca.

"Ciao, Quint," disse Killian.

"Tutta Pennargento sta parlando di te e del tuo duello di oggi," rispose Quintorius con gli occhi intensamente lucidi. "Anche Archeorocca." Ridacchiò sottovoce. "Beh, in realtà solo io. Il volume è una cosa maledettamente seria. Da quel che si dice, hai un talento naturale."

"Tu ami proprio fare ricerche," disse Killian, ricordando quanto spesso lo avesse visto fare avanti e indietro tra gli scaffali la scorsa estate. Praticamente viveva in biblioteca.

Manovrando abilmente intorno all'immensa pila di libri che stringeva tra le braccia, Quintorius recuperò un sottile tomo con la sua proboscide elefantina e lo porse a Killian.

"Dobarius Egolt, il Pennamante Muto," lesse Killian ad alta voce. "Un muto?"

"Ha scagliato tutti i suoi incantesimi usando un'antica forma di linguaggio dei segni dopo che il volume gli ha tolto la voce," esclamò Quintorius. "Era incredibile. In effetti, convinse un intero esercito a deporre le armi e a stringersi la mano in segno di tregua. Aveva capito che la morte e la distruzione sono note che qualsiasi strumento può suonare." Picchiettò la proboscide sul libro. "La sinfonia della creazione è molto più drammatica."

Si fermò per un momento, come sorpreso dalle sue stesse parole.

"Che modo molto da Pennargento di esprimersi," concluse Quint con un'altra risatina.

Killian avvertì un'altra fitta al palmo della mano.

"Devo andare," disse Killian, superandolo di fretta. "Le mie meditazioni stanno per cominciare."


 Il Salone di Semantica era perennemente immerso nella luce lunare e avvolto da una fitta nebbia. Una candela brillava attraverso quella foschia lattiginosa, invitando Killian ad avanzare, ed egli seguì la luce a passi affrettati.

Embrose se ne stava nell'ombra di un alto scaffale di libri, imponente e minaccioso, con le vesti nere che sbattevano a causa di un vento rigido che faceva turbinare la nebbia. La sua pelle appariva grigia sotto i raggi argentati della luna, ma il bianco dei suoi occhi perforava l'aria torbida come una coppia di stelle. A breve distanza da lui c'era un tavolo di legno e, sopra di esso, la candela che aveva guidato Killian fin lì. La fiamma illuminava le pagine di un libro dalla spessa rilegatura.

"Ti sei lasciato vulnerabile, non è vero?" domandò Embrose con una voce così profonda da far tremare il terreno.

"Pensavo di aver intercettato tutte le frecce del professore, padre," rispose Killian, sapendo già che nessuna risposta avrebbe potuto evitare la sgridata imminente.

"Pensavi male, non è vero?"

"Forse se a Doco fosse permesso di combattere di nuovo al mio fianco... lui mi aiuta sempre nei momenti di difficoltà."

"Questa non è una maledetta partita a Torre dei Maghi, Killian. Affidarti al tuo scarabocchio ti rende dipendente, debole e deconcentrato." Fece un passo avanti, con gli occhi che fiammeggiavano. "Gli Eloquenti, i supremi arbitri del cosmo e i garanti di ogni contratto magico, sono risoluti e incrollabili nella loro parola. Gli Eloquenti, il prestigioso ruolo che intendi raggiungere dopo il tuo percorso qui, non traggono beneficio..."

"...dalle distrazioni. Lo so," lo interruppe Killian con un sospiro stizzito.

Abbassò lo sguardo sul pavimento per sfuggire alla disapprovazione che irradiava dal volto duro di suo padre.

"Oggi il tuo respiro era affannoso; avevi le spalle sollevate fino alle orecchie; continuavi a protendere il collo come un daemogoth delle vaste terre. Ti farai male, o peggio, se continui a evocare la magia in questo modo!"

"Chiedo scusa, padre," disse Killian, facendo tutto il possibile per mascherare la raucedine nella propria voce. "Non mi aspettavo di dover duellare così presto. E per di più con un professore."

"Dovresti sempre aspettarti l'inaspettato," ribatté Embrose con ferocia.

"La magia di luce sarebbe inaspettata," mormorò Killian a bassa voce. "Forse creare qualcosa sarebbe meglio che distruggerlo."

"Le belle parole di pennamanti e lumamanti non ti salveranno da morte certa!" tuonò Embrose. "I cuori degli Oriq che si affrontano in battaglia non si piegano; le anime dei cacciatori di maghi non vengono mai risanate. Devono essere spezzate!" Fasci d'inchiostro esplosero da lui come lava nera e fuoco bianco da un vulcano. "Sei destinato a diventare uno dei più grandi maestri d'inchiostro della storia. Proprio per questo, molti nemici cercheranno di sottrarti quella grandezza. Non devi mai offrire loro un'opportunità!"

"Ho capito," sussurrò Killian bruscamente, con gli occhi ancora fissi a terra.

"Cosa hai detto?"

Killian si raddrizzò rapidamente e sollevò la testa. "Ho detto: 'Ho capito, padre'."

Nel silenzio tangibile che seguì, Killian vide i muscoli della mascella del decano contrarsi più volte — un impercettibile digrignare di denti dietro una smorfia a labbra strette. Sentì gli occhi penetranti di suo padre che lo studiavano. Sperando di allentare la tensione, Killian si trascinò verso il tavolo e si sedette di fronte al libro, aperto intenzionalmente su un capitolo intitolato: "Treno ed Epicedio: Poesia Bellica Perduta".

"Le tue parole devono essere come pugnali seghettati, abbastanza taglienti da staccare la carne dalle ossa. Viscera la preda che sei venuto a cacciare e banchetta con essa. Questo è l'unico modo per sconfiggere i tuoi nemici. Comprendi?"

"Sì, Decano Embrose."

Embrose esitò un istante prima di voltarsi per andarsene, scosso dalla rigida formalità delle parole di Killian.

"Questo è per il tuo bene, figliolo. Un giorno lo capirai."

 

Crushing Disappointment
Delusione Devastante | Art by: Andrey Kuzinskiy


Killian trascorse il resto del pomeriggio a recitare e mandare a memoria le poesie belliche, il che non fece altro che continuare a indebolire la sua voce, sia fisicamente che emotivamente. Su sua richiesta apparvero dei calici d'acqua, che bevve febbrilmente. Non avevano fatto quasi nulla per aiutarlo a riprendersi, ma avevano fatto di tutto per attivare la sua piccola vescica. Parlare era ormai un compito quasi impossibile e il dolore che gli si propagava nella gola stava diventando insopportabile. La magia bianca potrebbe aiutarmi, pensò. Ma farsi ricoverare in infermeria una seconda volta sarebbe stato a dir poco vergognoso, e gli era proibito studiarla da solo al di là delle evocazioni più elementari.

Poggiò la fronte sul tavolo e fissò impotente il pavimento. Lì, tra i suoi stivali neri lucidi, avanzava millimetro dopo millimetro il libro che Quintorius gli aveva dato, muovendosi completamente da solo. Quando alla fine si fermò, una massa di inchiostro nero colò fuori dalle pagine, per poi modellarsi in una creatura d'inchiostro dalla testa ciondolante: Doco, lo scarabocchio di Killian.

La pelle d'onice di Doco era percorsa dal testo del libro che aveva abitato. Rivolse a Killian un sorrisetto empatico, sperando di sollevargli il morale offrendogli qualcosa da leggere che non fosse poesia bellica. Killian non riuscì a ricambiare il sorriso. In effetti, fissando il libro, fu improvvisamente assalito da una forte trepidazione. La sua voce se ne stava andando, e lui era un Pennargento. Come avrebbe mai potuto esibirsi senza di essa?

I suoi pensieri preoccupati si spostarono su Fannessa. Forse avrebbe dovuto accettare la sua offerta. Quale altra scelta gli rimaneva?

Risoluto, raccolse il libro e Doco, li infilò nelle vesti e uscì dalla stanza.


 All'ombra dell'ultima pietra del Capolinea dell'Arco, Killian osservò da lontano tre studenti di Germoglioscuro mentre entravano nella taverna del Capolinea dell'Arco. Le pesanti porte di legno si spalancarono da sole al loro passaggio e la struttura a cupola esalò una vibrante, travolgente musica di Prismari. Prima di scomparire oltre la soglia, il terzo studente di Germoglioscuro si voltò indietro e lo notò.

La pelle verde, i lucenti occhi dorati e i capelli fatti di foglie umide la tradirono immediatamente. Era la sua amica Dina, anche lei al secondo anno. Insieme avevano superato una gran bella traversia lo scorso trimestre nella Palude della Punizione, ma purtroppo da allora si erano scambiati poche parole.

"Stai aspettando qualcuno, Killy?" domandò Dina, ancora a distanza.

Killian rabbrividì a quel nomignolo, che suonava più macabro che carino. Killy. Esitò a parlare, sentendo la raucedine che già gli graffiava la gola. Si limitò invece a fare un cenno con la testa.

"Pensi che quel qualcuno sia dentro?" chiese lei.

Killian si guardò intorno ancora una volta. Non vedendo traccia di Fannessa, decise di avvicinarsi.

"Mi piacerebbe fare due chiacchiere, ma non posso indugiare," disse Dina, tenendogli aperta la porta. "Ho un appuntamento. Il terzo. È una cosa nuova che sto provando: fare amicizia. Si chiama Vickus. È al quarto anno ed è quasi simpatico."

"Quasi?" chiese Killian.

"Simpatico con me, ma sa essere un po' bruto. Gli ho preparato del tè," continuò, mostrando un contenitore verde assicurato a una liana sopra la spalla. "Puoi provarlo se vuoi. È piuttosto forte. Meglio non chiedere cosa c'è dentro. A meno che non ti piaccia il sapore dei denti di liana rampicante."

"È questo che c'è dentro?" domandò Killian.

"Meglio non chiedere. Andiamo." Prendendolo lei stessa per mano, entrarono.

Il Capolinea dell'Arco era un grande edificio circolare con un alto soffitto a cupola. Le finestre lasciavano entrare la luce lungo il perimetro, illuminando i passaggi verso altre sale, ma l'area all'interno del cerchio era scarsamente illuminata, rischiarata unicamente da candele fluttuanti che cambiavano colore a seconda delle note musicali. Il bancone principale si trovava proprio al centro e, sospeso sopra di esso, c'era il palco dove suonava la band Prismari. Disseminati tutt'intorno c'erano tavoli rotondi e sgabelli occupati da studenti che bevevano da calici spumeggianti e mangiavano carni speziate.

A Killian bastò un solo istante per scorgere Fannessa. Era seduta da sola in fondo a un lungo tavolo, come una grande regina a un banchetto.

"Vedo chi sto cercando, Killy," disse Dina. "Non ti dispiace se ti lascio, vero?"

"No—" Killian fece per rispondere, ma lei si era già allontanata.

Killian voltò di nuovo lo sguardo verso Fannessa e le rivolse un lieve sorriso. Si diresse rapidamente da lei.

"Ma guarda un po' chi ha deciso di fare la sua comparsa," esclamò Fannessa, "Killian Lu, il trasgressore delle regole... e per di più con una fidanzata?"

"Oh no! Dina... non è... lei... non è," balbettò Killian. Il dolore alla gola e il sorrisetto complice di Fannessa interruppero ogni ulteriore spiegazione. Si sedette di fronte a lei, per nulla divertito.

"Allora... hai sentito?" ricominciò Fannessa. "Razineth ha intenzione di farci duellare una volta alla settimana."

"Davvero?" chiese Killian con voce roca.

"Sì. Quindi dovrai dare prova di te stesso ancora, e ancora, e ancora."

Killian inspirò profondamente, frustrato da quella prospettiva, sapendo che la sua magia sarebbe dovuta diventare più violenta.

"Immagino sia questo il prezzo da pagare per essere un Eloquente, eh?" continuò lei. "Una vita di doveri. Niente libertà. E per di più, tu sei l'unico figlio del Decano Embrose."

"Vorrei accettare quella bevanda, se posso," la interruppe Killian.

Fannessa sorrise, divertita dalla sua disperazione. "Non dire altro, Killy. Non dire altro."

Killian la seguì con lo sguardo mentre si alzava dal tavolo e si dirigeva verso il bar. Ancora una volta, aveva pronunciato parole che lui aveva sentito in privato, ma un freddo sorriso da parte di lei scacciò quel pensiero. Forse era solo una coincidenza.

Sfuggendo al suo sguardo, estrasse dalle vesti il libro di Quintorius. Doco si materializzò tra le pagine e fece capolino. Lo scarabocchio sorrise e strizzò l'occhio, felice di vedere Killian di umore leggermente migliore. Poi, usando le sue zampette d'inchiostro, aprì una pagina del libro piena di illustrazioni: disegni di mani e dita fisse in molte forme e posizioni differenti. Sotto ogni raffigurazione erano scritte parole di affermazione: cuore gentile, virtuoso, amore e molte altre. Killian fece il segno per "luce" sotto il tavolo e chiuse gli occhi. Crea qualcosa, pensò tra sé concentrando la propria intenzione. Bastarono pochi istanti perché l'oscurità dietro le sue palpebre risplendesse di arancione e sentisse intensificarsi il calore delle candele sul tavolo. Aveva funzionato.

"Non ti ho mai visto qui dentro prima d'ora, Lu," disse una voce maschile e viscida alle sue spalle.

Killian non ebbe bisogno di voltarsi per capire che si trattava di un Germoglioscuro intenzionato a schernirlo. Portavano sempre addosso l'odore della Palude. Questo studente, tuttavia, si era cosparso di un profumo floreale per mascherarlo; sperando forse di fare colpo su qualcuno. Si raddrizzò, infilando nuovamente il libro tra le vesti.

"Dina mi ha detto che voi due siete intimi," disse il Germoglioscuro con tono sospettoso. "Mi ha detto che passate del tempo insieme?"

"Abbiamo passato del tempo," replicò Killian. "Nella Palude. L'ho solo aiutata con un progetto."

Guardò verso Fannessa e la vide osservare l'interazione, desiderosa di vedere cosa sarebbe successo.

"Un progetto." Il tono del Germoglioscuro divenne minaccioso, rivelando la sua natura brutale e gelosa. "Ancora in corso?"

"Vickus," sentì dire da Dina a breve distanza.

Killian si alzò e si girò completamente. Quel ragazzo del quarto anno era alto e dalle spalle larghe. Capelli verdi simili a liane gli incorniciavano il viso pallido e i suoi occhi di smeraldo brillarono in quelli neri come l'inchiostro di Killian. In mano teneva una peste spinosa che aveva iniziato a dimenarsi.

"No," disse Killian, compiendo un ultimo tentativo per calmarlo. "Lei è solo un'amica."

Vickus fece un sorrisetto, mostrando i suoi denti da vampiro, e le vene del suo costume iniziarono improvvisamente a risplendere di luce verde.

"Due in un giorno, Killy," disse Fannessa sedendosi. Poi posò sul tavolo un calice di liquido viola ribollente e lo spinse verso di lui. Killian lo prese. "Qualcuno qui è popolare."

"Non facciamolo," disse Killian. "Per favore."

"No," disse Vickus. "Facciamolo eccome."

La peste lanciò un verso stridulo mentre la sua forza vitale la abbandonava per entrare nel suo ospite. Una magia verde crebbe dalla schiena del ragazzo del quarto anno come un albero contorto, le cui foglie si piegarono per formare l'enorme busto etereo della peste defunta.

Sempre pronto allo scoppio di duelli magici, il Capolinea dell'Arco si trasformò in un'arena, con tavoli e sedie che fluttuarono verso posizioni fisse lungo la circonferenza dello spazio; gli studenti rimasero seduti su di essi, incluse Dina e Fannessa. Anche il bar e il palco si sollevarono, lasciando una via aperta per lo scorrere delle maledizioni tra i duellanti.

Killian sapeva che la voce di quel duello si sarebbe sparsa rapidamente. Sarebbe stato meglio essere proclamato vincitore, specialmente per le orecchie dei Pennargento e di suo padre. Così, bevve rapidamente tutto il contenuto del calice, pregando che gli desse sollievo, e istantaneamente fu così.

Il calore del liquido al gusto di miele che gli rivestiva la gola portò con sé un'energia rinnovata e inebriante. Sussultò per la sorpresa, sentendosi di nuovo se stesso. No... meglio di se stesso, meglio di come si fosse mai sentito, mentre la bevanda si diffondeva in lui alimentando il suo primo attacco.

"Oh, rozzo ragazzo della Palude, ora dici di essere verde d'invidia, quando per tutto questo tempo ho pensato che fossi verde per aver inalato il tuo stesso fetore ogni giorno!" Non appena le parole uscirono dalla sua bocca, correnti di magia nera si riversarono dalla sua schiena, trasformandosi nelle lunghe zampe scheletriche e nel torace di un ragno. Le zampe lo sollevarono a grande altezza sopra Vickus, che lo fissava dal basso con disprezzo. Sentì grida di gioia e sorpresa provenire dalla folla di studenti sopra di loro.

"Come un fiore che appassisce, tu appassirai, Germoglioscuro!" lo maledisse Killian. Poi, dal suo massiccio torace, spruzzò spessi fili d'inchiostro che formarono sbarre di tela attorno al suo avversario. Vickus schivò agilmente ogni attacco e gli scagliò contro globi di incantesimi spinosi. Killian evitò i colpi e ricambiò con una maledizione d'inchiostro dopo l'altra.

Killian era sconvolto dalla purezza del suo stesso potere — dal pericolo insito in esso. Ogni attacco sembrava più distruttivo del precedente e ognuno veniva sferrato senza un briciolo di rimorso. Non passò molto tempo prima che l'intera area fosse coperta dalle spesse tele nere nate dal suo flagello.

Ora Vickus ansimava per la fatica. L'energia della peste era quasi esaurita. In un ultimo sforzo per sconfiggere Killian, il giovane Germoglioscuro evocò dal terreno una sferzante schiera di radici d'albero che cercarono di sopraffarlo. La mossa lo lasciò scoperto per un istante e, vedendo lo spiraglio (proprio come aveva fatto Razineth a lezione), Killian scagliò una tagliente t dalla lingua. La freccia d'inchiostro nero sfrecciò attraverso la taverna e si conficcò nel petto di Vickus. Senza perdere tempo, Killian avvolse Vickus nelle sue tele, lasciandolo impotente come una mosca.

"Gelosia infinitesimale, viscido sacco di malinconia," sussurrò Killian, avvicinandosi a lui. "La tua preziosa Dina ha pietà di te. Lei è una creatura che non avrai mai, non importa quanto tu cerchi di coprire il tuo fetore!"

Mentre parlava, ogni briciolo di inchiostro teso nella stanza, inclusa la freccia, penetrò nel corpo di Vickus. Killian guardò gli occhi del suo avversario sbiadire dall'oro al nero.

"Killy!" gridò Dina, con la voce spaventata.

Lui sollevò lo sguardo verso di lei, fissando direttamente un volto terrorizzato che lo supplicava di non andare oltre. Il suo sguardo si spostò poi su Fannessa, che mostrava l'atteggiamento opposto, contemplando la battaglia con diabolico diletto.

"Rendi tuo padre orgoglioso, Killian Lu!" lo incitò Fannessa, spronandolo a sferrare il colpo finale.

Killian tornò a voltarsi verso Vickus, i cui occhi neri erano ora spalancati dal terrore, con l'anima che andava in pezzi. La sua vittima aveva iniziato a cedere, e a Killian tornò in mente quanto fosse orribile sentirsi distrutti — soffrire da soli nell'oscurità.

Io non voglio questo, pensò Killian, con la coscienza che si ribellava. Non voglio farti del male.

Killian aprì la bocca per revocare le maledizioni, ma con suo grande sgomento non ne uscì alcun suono. Ci riprovò con più forza, ma sentì la misericordia bloccarsi in gola, come se qualcosa dentro di lui — qualcosa di oscuro e malevolo, risvegliato dal decotto che Fannessa gli aveva dato — stesse frenando i suoi sforzi. Lanciò un secondo sguardo verso Fannessa e la trovò a fissarlo con occhi che lanciavano pugnali, frustrata dal fatto che lui non avesse sferrato il colpo finale. Era stata davvero opera sua.

Il tempo per salvare Vickus stava per scadere. Rimasto senza voce e senza altre alternative, Killian recuperò nuovamente dalle vesti il racconto del Muto e ne aprì le pagine. Doco, animato dallo stesso intento e in ansiosa attesa dell'opportunità di rendersi utile, scattò in azione, trasformandosi in due mani cariche d'inchiostro che mimarono una frase semplice.

Tu — sei — abbastanza.

Fin dal loro primo scambio, Killian aveva visto un uomo intensamente logorato dalla gelosia e da una profonda paura di essere ignorato. Vedere Killian mano nella mano con Dina aveva scatenato entrambe le emozioni. Ciò che lo avrebbe salvato, ciò che Killian poteva infondergli, era la fiducia. Questo era ciò che poteva creare, e ciò che sarebbe durato.

Killian ripeté rapidamente la frase con le proprie mani, concentrando la sua intenzione. All'istante, una luce bianca si propagò da lui, costringendo le zampe di ragno a ritirarsi nel suo corpo. Poi, proprio come l'infermiera aveva fatto per salvare lui, richiamò gli incantesimi d'inchiostro sinuosi fuori dal corpo dell'avversario. Ma fece di più: li infuse di pura magia bianca, li arricchì con la sua buona intenzione e li rimandò dritti nel cuore del Germoglioscuro. Gli occhi di Vickus iniziarono a brillare come due soli splendenti e il suo corpo fu percorso da una guaritrice luce dorata. La sua paura era stata sostituita dalla gioia. Killian colse persino un sorriso che si accennava sulle labbra del giovane, prima che questi posasse la testa per riposare. Con quello, il duello si concluse.

Gli applausi piovvero dall'alto e la musica riprese a suonare mentre la taverna tornava al suo stato precedente. Killian non aspettò che le cose si calmassero, ma si diresse direttamente in bagno.

Una volta dentro, corse al lavandino, aprì il rubinetto e iniziò a raccogliere manciate d'acqua per portarle alla bocca. La gola gli sembrava in fiamme e ogni sorso sembrava solo far divampare l'incendio.

"Allora... cosa è successo là fuori?" domandò lentamente Fannessa, con voce quasi sinistra, entrando nella stanza dietro di lui. Si chiuse la porta alle spalle a chiave. "Avresti potuto distruggerlo."

"Non era... giusto," ansimò Killian, rimettendo la bocca sotto il rubinetto.

"'Viscera la preda che sei venuto a cacciare e banchetta con essa.' Non è forse questo che ti ha detto di fare tuo padre?"

Killian le scagliò un'occhiata feroce. Era la terza volta che citava frasi dette a lui in privato. Lo aveva forse seguito?

"Sì, ti ho seguito," ammise lei. "Ti teniamo d'occhio da molto, moltissimo tempo."

Killian iniziò ad allontanarsi da lei, ormai confuso e sempre più spaventato.

"Cosa... c'era... in quella... bevanda?" pretese di sapere.

"Nulla di particolare — un po' di birra, erbe e un pizzico di magia degli Oriq per reprimere tutto quel senso di colpa che ti porti dietro."

Fannessa protese entrambe le mani e avanzò lentamente verso di lui. Una vivida scintilla scoccò nello spazio sopra le sue mani, crescendo fino a diventare una sfera rotante di fuoco viola. La sfera continuò a espandersi e a torcersi, assumendo infine la forma di un elmo nero e lucente. Killian si irrigidì alla sua vista, riconoscendo la maschera degli Oriq. Anche Fannessa fu avvolta da fiamme viola che bruciarono le sue vesti di Pennargento, rivelando al di sotto la frastagliata armatura grigia degli Oriq. Il nemico era giunto da lui, e nel momento in cui era più vulnerabile.

"Un maestro d'inchiostro con una coscienza non fa un Eloquente," disse Fannessa con un sorriso.

L'elmo lasciò le sue mani e fluttuò verso Killian.

"Il nostro leader vede una grande promessa in te," continuò lei, "ma la strada verso il tuo vero destino è piena di terrori per i quali nessuno a Strixhaven potrebbe mai prepararti. Guardati adesso — la tua voce sacrificata per loro, per Razineth, per le aspettative di tuo padre. Tutti quei grandi discorsi e quella spavalderia per cosa?" Gli girò intorno mentre parlava. "Il potere che hai richiamato mentre duellavi con quel patetico Germoglioscuro, senza le innumerevoli ore di addestramento, senza paura, senza empatia... è quello di cui avrai bisogno per diventare ciò che sei destinato a essere."

"E cioè?" chiese Killian, con gli occhi fissi sulla maschera.

"Libero."

Tempted by the Oriq
Tentato dagli Oriq | Art by: Billy Christian 


L'elmo si abbassò fino a raggiungere le mani di Killian. Lentamente, il ragazzo lo afferrò. Un momento di forte tensione passò tra i due. Sembrava che la bevanda che lei gli aveva dato avesse fatto molto più che potenziarlo: lo aveva reso innaturalmente suscettibile ai suoi suggerimenti. Una pressione crescente nella testa gli faceva percepire il cranio come sul punto di esplodere. Voleva che tutto finisse — i rimpianti, le delusioni, le aspettative — e, in quel silenzio, accarezzò l'idea di scomparire nel fuoco viola degli Oriq.

"Indossa la maschera, Killian Lu." Lei si trovava adesso alle sue spalle. Un elmo nero si manifestò sulla testa della ragazza, l'ultimo passo della sua trasformazione. "Unisciti a noi. Insieme, distruggeremo ogni ostacolo sul nostro cammino."

In quel preciso istante emerse Doco, ancora pervaso dagli incantesimi del Muto. lo scarabocchio fluttuò tra Killian e l'elmo, fissando gli occhi doloranti di un amico che cercava disperatamente una risposta. Con un cenno d'intesa, Doco si sciolse in un refolo d'inchiostro e scrisse un semplice messaggio nell'aria davanti a lui:

Noi non distruggiamo. Noi creiamo.

Killian inspirò profondamente, sentendo un peso sollevarsi dalle sue spalle — una libertà improvvisa derivata dall'accettare finalmente chi voleva essere davvero. Scosse lentamente la testa, rifiutando l'offerta degli Oriq. La maschera evaporò immediatamente dalle sue mani.

"Patetico piccolo furetto," imprecò Fannessa. Il rumore della sua magia d'inchiostro che sciabordava sopra di lui gli risuonò nelle orecchie mentre cominciava a dare forma alle sue parole. Ogni massa fluida emise un nitido sibilo trasformandosi in stalattiti frastagliate sopra la sua testa. "Non sei degno degli Oriq. Sei un misero, insopportabile idiota. E morirai come tale."

All'improvviso, Killian sentì urla e colpi di incantesimi echeggiare all'esterno. Un'altra battaglia stava infuriando oltre la porta, ma questa era decisamente più grande della prima.

"Non pensavi che sarei venuta da sola, vero?" si sbeffeggiò Fannessa. Tese la mano, con l'intero corpo avvolto da spirali d'inchiostro e lambito dal fuoco viola. "I nostri cacciatori di maghi li spazzeranno via tutti... inclusa la tua piccola amichevole fidanzatina."

Doco si trasformò di nuovo in tre simboli manuali e, senza voltarsi, Killian li replicò con le proprie mani. Luce — porta — luce. All'istante la stanza fu percorsa da una accecante magia bianca. Una sfera vorticosa di luce dorata lo circondò, respingendo le lance affilate che Fannessa scagliò nella sua direzione. Tutto ciò che veniva toccato dalla luce sembrava risplendere come il sole. E come il sole, lui si sollevò alto nell'aria.

 

Beaming Defiance
Audacia Splendante | Art by: Manuel Castañón

Fannessa gli scagliò contro le sue maledizioni, ma nessuna riuscì a penetrare la luce. Killian ripeté gli stessi gesti compiuti per creare lo scudo e la sfera luminosa crebbe finché alla fine non la travolse, bloccandola sul posto. Avvicinandosi e fissandola nei suoi occhi selvaggi e spaventati, Killian batté la lingua contro la parte posteriore dei denti e rilasciò una morbida t. Una freccia, dorata e luccicante, intrisa di una virtuosa intenzione, si materializzò nell'aria. Scivolò dolcemente e si conficcò in lei.

Invoco la misericordia in te.

La ragazza cacciò un urlo ultraterreno prima che i fuochi che le divampavano negli occhi si ritirassero, trasformandosi in quiete pozze dorate. Poi, all'improvviso, la porta della stanza esplose. Come un masso catapultato, una creatura corazzata con arti da artropodo ripiegati su se stessi sfrecciò oltre Killian, attraversando la stanza a tutta velocità. Mentre planava sopra Fannessa, i suoi segmenti si aprirono e diverse zampe ticchettanti la raccolsero. Continuando la sua carica, la creatura si schiantò contro la parete e fuggì nel cielo.

Killian e Doco si lanciarono subito al loro inseguimento, planando attraverso l'enorme squarcio lasciato nella struttura. Si fermarono appena fuori e fissarono le nuvole squarciate che il nemico si era lasciato alle spalle. Fannessa e il cacciatore di maghi erano spariti. Ma fuori la battaglia stava ancora infuriando, poiché altri due cacciatori di maghi erano all'attacco. A zanne scoperte, le ripugnanti creature sferzavano le loro code simili a lance con incredibile precisione, squarciando i corpi degli studenti che le affrontavano. Qualsiasi attacco venisse scagliato contro i mostri veniva schivato, come se avessero previsto il colpo in anticipo. I cittadini di Strixhaven stavano rapidamente perdendo la battaglia.

Fortunatamente, Killian aveva studiato quelle creature; suo padre si era assicurato che lo facesse. Le aculei luminosi che si estendevano dai loro crani corazzati erano la chiave per individuare la magia e permettevano loro di evitare facilmente gli attacchi.

Doco scattò in azione, dividendosi in venti gocce nere che ruotavano in cerchio attorno a Killian. Ognuna si modellava nella forma di un segno manuale del libro mentre gli passava davanti, e Killian ne replicava il simbolo con le proprie mani. Le forme scorrevano davanti ai suoi occhi sempre più veloci, e sempre più velocemente lui le copiava, finché Doco non divenne una spirale vorticosa di inchiostro nero e il linguaggio dei segni non divenne fluido.

Invoco la pace in voi adesso, affinché la luce possa scacciare l'oscurità.

Proprio in quel momento, l'intenso bagliore degli aculei dei cacciatori di maghi si affievolì, sostituito da un'increspatura biancastra. Accecati, i cacciatori di maghi presero a fustigare selvaggiamente l'aria con i loro artigli, nel disperato tentativo di difendersi da nemici invisibili. Gli incantesimi di Killian fluirono come acqua lungo le loro schiene e le loro code, consumandone le estremità e immobilizzandoli.

"Killian Lu! Li ha bloccati!" gridò Vickus, di nuovo nel pieno delle forze, sferzando le bestie con rami carichi di spine. Incrociò lo sguardo con Killian e i due si scambiarono un cenno di rispetto tra guerrieri — una complicità tutta nuova. "Attaccate con tutto quello che avete!"

I maghi feriti eseguirono l'ordine, formando un cerchio massiccio attorno alle bestie tremanti e scagliando ogni incantesimo a disposizione del loro arsenale. I cinquanta studenti scaricarono una pioggia di magie differenti provenienti da ogni accademia di Strixhaven contro i mostri, penetrando la loro corazza e frantumandola. L'attacco finale arrivò da Dina, che scagliò un'enorme sfera di pulsante magia color berillio contro le orride creature, riducendole in pezzi. Con la fine dei mostri ormai certa, gli occhi di tutti i maghi si volsero verso il cielo, puntati su Killian, colmi di ammirazione per ciò che aveva fatto. Avevano vinto, ed era stato merito suo.


 Poco tempo dopo, Killian si lasciò scivolare contro una parete, completamente svuotato dalla battaglia. Aveva dato tutto ciò che aveva contro Fannessa e i cacciatori di maghi, inclusa la sua voce, che temeva ancora non sarebbe più tornata.

"Anche se non siamo più nella taverna," disse la voce di Dina dall'altro lato del muro, "sembri proprio qualcuno che ha bisogno di bere qualcosa, Killy."

Giro l'angolo con il suo tipico fare spensierato, come se la battaglia non fosse mai avvenuta. Il suo viso risplendeva ora di un'incantevole luce verde che rifrangeva la fluorescenza del liquido che stava versando in una piccola ciotola di legno. L'odore che esalava da quel sospetto miscuglio era sufficiente a far rivoltare lo stomaco di Killian... cosa che quasi accadde. Ma lui non si oppose. Pregò in silenzio e si preparò al trattamento che lei aveva da offrirgli.

"Uno degli studenti a cui faccio da tutor si è messo in testa che i miei tè fossero micidiali," disse Dina, portando un dito sotto il mento di Killian e inclinandogli la testa all'indietro. "Io non sono d'accordo. Le mie miscele sono ricche di erbe studiate per guarire disturbi come quello della tua voce. Questo lotto è uno dei miei preferiti e ha solo pochi effetti collaterali. Giù il primo sorso."

"Io non lo farei," esclamò all'improvviso Vickus. La sua voce era più leggera ora, velata da un sorriso. "Le erbe della palude a volte possono far... sciogliere gli organi umani. Meglio farsi vedere da un'infermiera." Dina lo squadrò da sopra la spalla mentre lui si avvicinava. "Oh, e quello era un regalo per me. Grazie, Dina. Serve aiuto?"

Vickus tese la mano a Killian, e Killian la afferrò.

"Allora le voci sono vere," esordì il ragazzo una volta che Killian fu in piedi. "Voi di Pennargento siete un gruppo feroce. Sai, prima che i cacciatori di maghi attaccassero, quella ragazza con cui eri ha fatto sapere a tutti noi che Strixhaven sarebbe bruciata e che saremmo periti tutti per mano degli Oriq. Ha detto cose davvero malvage. È riuscita a scappare?"

La fin troppo familiare fitta del fallimento trapassò il petto di Killian. Nonostante quel risveglio e l'accettazione dell'incredibile potere che viveva in lui, aveva lasciato fuggire il nemico. Forse suo padre aveva ragione. La magia di luce non era stata sufficiente a consegnare il nemico alla giustizia.

"Bene," disse Vickus.

Killian lo fissò, confuso e colto di sorpresa.

"L'hai cambiata," intervenne Dina.

Vickus, stringendo ancora la mano di Killian, vi pose sopra l'altra con calore. "Se quello che ha provato è minimamente vicino a ciò che tu hai fatto provare a me," continuò Vickus, "non sarà mai più la stessa. E quel cambiamento si diffonderà oltre lei, verso gli altri Oriq, mutando i loro cuori e allontanandoli dalle loro terribili vie. Hai creato un modo per condurli alla luce. Nemmeno il Decano dell'Ombra potrebbe negarlo."

Killian sorrise, quasi arrossendo per i loro elogi. Avendo assistito allo scambio, Doco emerse e si appollaiò sulla spalla di Killian. Lo scarabocchio ribollente diede al suo compagno una calorosa spinta di congratulazioni, incoraggiandolo a dare ascolto a ciò che avevano detto e a credere loro. La luce che aveva negato per così tanto tempo aveva fatto più di quanto la sua magia nera avrebbe mai potuto fare: aveva creato un cambiamento.

Scrosci di applausi in lontananza spinsero gli occhi di Killian verso l'orizzonte. Lì vide, vibranti nella luminosità del secondo sole, i volti sorridenti e provati dalla battaglia dei suoi compagni, i suoi invincibili commilitoni, che avevano assistito al potere della sua luce. Scorrendo la fila, Killian incrociò improvvisamente lo sguardo di suo padre. Embrose, a braccia conserte e con il volto severo, si trovava in mezzo alla folla insieme a diversi professori, anch'essi arrivati giusto in tempo per vederlo trionfare. La Decana Shaile e Razineth stavano ai suoi lati, celebrando la vittoria di Killian insieme agli altri.

Killian si raddrizzò, tenendo la testa alta, e sostenne lo sguardo del padre. Non si trattava di un'espressione di sfida, ma di un gesto di pace — la speranza di un compromesso tra due ideali opposti che finalmente si incontravano nel mezzo.

Il cosmo è vasto, e gli Eloquenti non sono gli unici a plasmarlo. Le parole risuonarono forti nella mente di Killian e, con tutta la sua intenzione, le diresse dritto nel cuore di suo padre. Un lampo di luce brillò negli occhi di Embrose. Killian poté vedere che il messaggio era stato ricevuto. Ma sarebbe stato accettato?

Passò un breve istante tra loro prima che Killian vedesse un piccolissimo fremito contrarre un lato della bocca di Embrose — era quello che si potrebbe considerare l'inizio di un sorriso, un segno di moderata approvazione. Quel gesto spinse persino suo padre a sollevare il capo un pochino, inviando un'energia calorosa nella direzione del figlio. All'improvviso, Killian avvertì una forte fitta al palmo della mano. Lo voltò, e vide una scritta impressa in patriscrit sulla pelle chiara.

"Io posso creare," disse Killian ad alta voce.

Mentre l'inchiostro svaniva, respirò l'aria fresca, ormai intrisa della speranza di un nuovo destino davanti a sé. Era finalmente giunto il momento per lui di uscire dall'oscurità dell'ombra per entrare, una volta per tutte, nella luce del sole. Era pronto.